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Frontiera Adriatica

Una scelta per la libertà. Considerazioni sulla Resistenza italiana a Trieste

Perché vi affannate tanto – ci dicono essi – posto che il destino di queste terre non dipende punto da voi, né da noi? Il destino di Trieste, o e già stato deciso, a quest’ora, o sarà deciso domani dagli Alleati. Sarà quel che sarà, nulla da fare e andate a dormire.

Noi invece siamo di tutt’altro parere. Noi vogliamo vegliare e vigilare e tenere gli occhi bene aperti e i pugni bene stretti sulla nostra sorte: la quale non è affatto vero che sarà quella che sarà, ma sarà o con l’Italia o via dall’Italia. […] Non l’Italia contraffatta dei Savoia o di Mussolini, ma l’Italia degli italiani, nascente oggi dal sangue di un popolo martire che nella lotta contro tedeschi e fascisti compie il suo secondo Risorgimento.

Queste parole sono di Gabriele Foschiatti e le ho volute proporre all’inizio di questa conversazione, perché ci presentano la cifra essenziale di quella che fu l’esperienza della Resistenza italiana a Trieste: un’esperienza drammatica, non solo per le difficoltà e i lutti, ma anche per il suo esito; ed un’esperienza che anche oggi ci interroga perché ci mette con forza davanti agli occhi alcune domande decisive. Domande che non riguardano il passato, perché altrimenti potrebbero ridursi ad una questione accademica, magari intrigante, ma nulla più. No, no, sono domande che riguardano il presente, il nostro presente e quindi anche il nostro futuro.

E qui apro subito una finestra sull’oggi, sul significato di questa e di altre iniziative correlate all’80° anniversario della conclusione della lotta di liberazione in Italia. Per come la vedo io, nel loro insieme il loro scopo non è quello di celebrare, perché poche cose come le celebrazioni finiscono per uccidere la vita che ha animato le esperienze del passato. Non è neanche lo scopo, semplicemente, di ricordare, perché gli scaffali dei nostri ricordi sono già affollatissimi ed ogni tanto c’è bisogno anche di fare spazio. Non è nemmeno quello di conoscere, perché la conoscenza è atto intellettuale fondamentale, ma chi ha dato volontariamente la vita in quegli anni terribili, non l’ha fatto per sete di conoscenza, ma l’ha fatto perché ha messo in gioco tutta la sua umanità, con i suoi sentimenti, le sue paure e la sua determinazione.

Lo scopo di tutti gli appuntamenti di questo periodo è il fare memoria, che se siamo sbadati può essere solo una frase fatta, una formuletta da prolusione di routine, ma in realtà significa moltissimo di più. Vuol dire condivisione. Quando noi facciamo memoria di un evento, lo sentiamo come nostro e come attuale. Questo è quello che fanno i cristiani quando si raccolgono attorno all’Eucarestia, che non è successa 2000 anni fa ma accade ora.

Questo è quello che facciamo noi quando facciamo memoria triste della Shoah o di altre tragedie che hanno attraversato la nostra comunità, ad esempio nel Giorno del ricordo. Non parliamo di un dolore di altri, ma di un dolore che decidiamo di sentire nostro, personale, anche se magari le nostre famiglie non sono state direttamente coinvolte.

E questo è quello che dovremmo fare quando facciamo memoria della Liberazione: non è una rievocazione, ma una festa, e si fa festa non perché i nostri padri o i nostri nonni hanno liberato loro stessi tanto tempo fa, ma perché oggi siamo noi ad essere liberi come mai gli italiani lo erano stati prima, grazie al sacrificio di chi ha combattuto l’oppressione nazifascista e di tutti quelli, molto più numerosi, che li hanno in vario modo sostenuti nella lotta di liberazione.

Questo mi pareva un punto essenziale, da mettere subito in chiaro, perché qui non facciamo elucubrazioni astratte, ma parliamo dei fondamenti della nostra vita civile.

Ma torniamo a Foschiatti. Oltre alle sue parole, che riprenderemo, è la sua stessa vita a dirci molte cose. Nato ancora nell’Ottocento, irredentista, è uno degli ultimi esponenti della prima versione dell’irredentismo adriatico, non quella nazionalista e proterva, ma quella mazziniana e garibaldina, avente come valore supremo la libertà. E così lo troviamo a combattere con la camicia rossa per l’indipendenza dei popoli oppressi in Albania e in Grecia, poi lo troviamo, dopo il 1914, sempre in camicia rossa, volontario in Francia nella formazione comandata da Peppino Garibaldi e poi, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, volontario irredento – a rischiare due volte la vita come tutti i sudditi austriaci nel regio esercito – e decorato di guerra.

Poi, finito il conflitto ma non tornata del tutto la pace, eccolo a Fiume, nuova città irredenta, dove sperimenta prima la passione e poi la delusione per l’impresa di D’Annunzio, che a lui sembra una “Piedigrotta dell’irreale” e di cui denuncia gli aspetti antidemocratici. E poi lo troviamo antifascista, perché vede nel fascismo la negazione dei suoi ideali di libertà. In questo senso, Foschiatti è uno dei protagonisti della divisione dell’eredità dell’irredentismo e del Risorgimento nelle terre adriatiche. Per qualcuno, come per esempio Attilio Tamaro, il fascismo è la conclusione necessaria, in qualche modo l’inveramento dell’irredentismo e del Risorgimento, per Foschiatti invece ne è il tradimento. 

Fig. 1, Insurrezione di Trieste

E come lui la pensano altri ex mazziniani, come i fratelli Miani e come lo stesso fondatore del fascio di Trieste, Pietro Iacchia, che finirà la sua vita in Spagna combattendo per la repubblica contro i franchisti.

In questo senso, Foschiatti rappresenta bene la continuità risorgimentale a Trieste e lo dice esplicitamente quando parla della Resistenza come secondo Risorgimento. E come sapete non sono solo parole, perché Foschiatti è uno degli animatori del primo Comitato di liberazione nazionale dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e condivide la sorte degli altri componenti di quel primo Cln e cioè l’arresto e la deportazione a Dachau, seguita nel suo caso, come in quello del comunista Zeffirino Pisoni, dalla morte in prigionia. Si salvano invece Edmondo Puecher, socialista riformista, già al tempo dell’Austria di sentimenti italiani, vicepresidente del Comitato di salute pubblica che nel 1918 aveva guidato la città in attesa delle truppe italiane, come pure si salvano il democristiano Giovanni Tanasco ed il liberale Fernando Gandusio.

È evidente la continuità di questo primo impegno resistenziale con la lotta nazionale e politica nell’impero asburgico e questo è anche il primo e drammatico limite di quell’esperienza, perché un conto era cospirare contro l’Austria, costituzionale e legalitaria fino all’estremo, anche a suo danno, tutt’un altro conto è cospirare contro il Terzo Reich e difatti il Cln viene spazzato via in poche settimane.

Alla distruzione segue il vuoto, frutto di circostanze che rendono la lotta resistenziale a Trieste estremamente ardua. In primo luogo, il rischio di infiltrazioni e delazioni è tipico dell’attività clandestina in ambito urbano, ma una delle spiacevoli specificità della realtà triestina è data proprio dalla propensione, verrebbe quasi da dire dalla passione, per le delazioni. È brutto da dire ma è così. Prendete il primo dopoguerra, con la valanga di segnalazioni a danno degli “austriacanti”, sempre a cavaliere fra la resa dei conti politica e gli interessi personali; per fortuna in quel caso le autorità militari italiane ed in particolare il governatore Petitti di Roreto non le presero troppo sul serio. Pensate alle delazioni a danno di ebrei che contribuirono, oltre ovviamente che a facilitare il lavoro dei nazisti, anche a disgustare i pochi sopravvissuti alla Shoah che nel dopoguerra preferirono abbandonare la città per Israele. I tedeschi stessi erano stupiti dalla mole di spiate contro ebrei e oppositori politici che non riuscivano a gestire. E pensate all’ulteriore valanga di delazioni che ingolfò nella primavera del 1945 il lavoro dell’Ozna, la polizia politica jugoslava, tanto che le autorità dovettero invitare pubblicamente i cittadini a limitare il loro zelo.

Ancor più grave della spiacevolezza antropologica è il disorientamento politico. Buona parte della società italiana di Trieste dopo l’8 settembre 1943 è chiaramente perplessa di fronte alla prospettiva di sostenere un movimento resistenziale che si sa egemonizzato dai comunisti jugoslavi e che quindi per molti versi si presenta come l’ultima e più pericolosa versione di quella “minaccia slava” che a suo tempo aveva spinto buona parte della generazione precedente verso l’irredentismo. Il trauma delle foibe istriane ha evidentemente acuito i timori, e di conseguenza le soluzioni che prevalgono sono quelle di basso profilo politico, come il servizio al lavoro nella Todt ovvero l’arruolamento nella Guardia civica: 

Fig. 2, Insurrezione di Trieste, Bando n. 1 firmato Manfredi, ovvero Antonio Fonda Savio (Archivio Irsrec FVG)

quest’ultima certamente è un corpo armato ed è al servizio degli occupatori, però in maniera blanda e poco visibile, apparentemente estranea alla politica, anche se in realtà è inserita come tutte le altre Landschutz nell’apparato poliziesco germanico, dove svolge la funzione specifica di offrire un’alternativa a chi altrimenti potrebbe anche venir tentato di andare in bosco piuttosto che nelle formazioni della Rsi.

E qui veniamo naturalmente ad uno dei grandi nodi della Resistenza a Trieste ed in tutti i territori della Frontiera adriatica, dal Friuli orientale all’Istria.

Come sapete, Scipio Slataper diceva che a Trieste tutto è almeno duplice. E quindi avete due irredentismi – dislocati nel tempo – due movimenti resistenziali, due insurrezioni, due liberazioni. È questo il frutto, decisamente avvelenato, dei processi di nazionalizzazione parallela competitiva tardo ottocenteschi, che nel ’900 innescano un parossismo di conflitti.

Questo è un luogo comune della storiografia di frontiera, che però va subito bilanciato osservando che le logiche della divisione non sono assolute, ma mescolate con quelle della divisione e della pluralità. Se lo dimentichiamo, costruiamo immagini in bianco e nero che sono la proiezione del modo di vedere ed anche della volontà di descrivere propria degli elementi più politicizzati in maniera antagonista, che sono fortissimi ma non esauriscono la totalità delle esperienze.

Così, la nazionalizzazione assoluta e pervasiva ci ha messo un bel po’ di tempo per affermarsi sottraendo via via spazi alle identità multiple. In Istria ad esempio il processo si può considerare concluso solo con le opzioni dopo il Trattato di pace e il Memorandum, che costringono ad una scelta radicale.

Allo stesso modo, quando parliamo di Resistenza, è assurdo vedere solo i momenti di divisione, perché ci furono anche momenti di collaborazione e di condivisione, soprattutto se spostiamo l’osservatorio dall’alto, cioè dalle strategie delle dirigenze politiche, al basso, cioè alle percezioni ed alle aspirazioni dei militanti. A livello di partigianato quindi si può parlare in molti casi di resistenza trans-nazionale, a livello di organizzazioni invece piuttosto di resistenza plurinazionale.

Naturalmente, la prospettiva internazionalista vale soltanto per i comunisti, che peraltro nella Trieste di quegli anni costituiscono il nucleo principale della Resistenza, non solo quella slovena ma anche quella italiana. Al di fuori del mondo comunista, infatti, l’antifascismo militante ed armato rimane fra gli italiani il patrimonio di una minoranza assai esigua, politicizzata in senso democratico ed afflitta da mille tormenti.

Di conseguenza sono i comunisti a fare da ponte fra i due movimenti resistenziali, in modi però completamente diversi prima e dopo l’autunno del 1944. Il periodo di circa un anno che intercorre fra la distruzione del primo Cln a fine settembre del 1943 e le drammatiche svolte politiche del settembre-ottobre 1944, è il periodo che ha per protagonista Luigi Frausin. Quello di Frausin è il tentativo di dare vita a Trieste ad un movimento resistenziale italiano autonomo da quello sloveno, articolato secondo i criteri della Resistenza italiana, cioè sul modello ciellenistico, pluripartitico, ed ispirato alle modalità di lotta del Partito comunista italiano: vale a dire, il centro dell’attività antifascista è la città e non il bosco, e più specificatamente è la fabbrica, con le formazioni garibaldine della provincia pronte ad accorrere per sostenere gli operai nel momento decisivo dello sciopero insurrezionale; e questo al contrario della strategia comunista jugoslava, che considera invece città e fabbriche meri luoghi di reclutamento per le unità partigiane cui spetta il vero peso della lotta armata.

Fig. 3, Volontari del Cvl in piazza Garibaldi (Archivio Irsrec FVG)

Alle spalle dei due modelli stanno evidentemente due realtà economiche e sociali diversissime, quella dell’Italia industrializzata e quella della Jugoslavia delle grandi foreste.

Questo tentativo di Frausin viene condotto su vari piani: l’impegno per la ricostituzione del Cln, che va in porto appena nel maggio 1944, lo sviluppo dell’organizzazione e della lotta politica nei grandi complessi industriali di Trieste e Monfalcone, gli accordi con i comunisti sloveni ed il convincimento dei rappresentanti della Democrazia cristiana e del Partito d’azione ad accettare il negoziato con il Fronte di liberazione sloveno, l’Osvobodilna fronta.

Il nuovo Cln è in buona parte una creatura di Frausin. Ad esempio, a rappresentare la Dc è Luigi Cividin, muggesano come Frausin, mentre a presiedere il Comitato di liberazione nazionale, sempre su proposta di Frausin, viene posto don Edoardo Marzari. E qui ci sono molte cose da dire. È l’unico caso in Italia in cui a presiedere un Cln viene posto un prete, proprio in quanto prete e cioè super partes. È quanto di più lontano ci sia dal modello alternativo del Fronte di liberazione sloveno a egemonia comunista.

Ma che ci fa un prete a guidare l’organo dirigente di un movimento resistenziale armato? Un conto è vedere preti creare reti di solidarietà per aiutare ebrei, perseguitati e prigionieri alleati. Pensiamo a padre Placido Cortese, ucciso in Risiera. Un conto è vederli mobilitarsi per dare aiuto e conforto. Un conto è cercare di far da schermo fra le autorità e la popolazione, magari offrendo la propria vita al posto delle vittime designate. Tutto questo rientra nella normalità dell’attività pastorale in tempi difficili, che richiede appunto anche il rischio della vita.

Ma qui abbiamo un prete che guida l’organo che coordina tutta la resistenza e che il 30 aprile ordina l’insurrezione contro i tedeschi. Nel frattempo, sprona i giovani cattolici a darsi una mossa ed organizzare gruppi armati clandestini. La stessa cosa fa ad Udine don Aldo Moretti, che si inventa le brigate Osoppo.

Vorrei che non dessimo tutto ciò per scontato semplicemente perché è avvenuto e nemmeno che disaccoppiassimo le valutazioni sul passato da quelle sul presente. Ovviamente, ripetiamolo a scanso di equivoci, ogni momento storico è diverso dall’altro e la storia non si ripete mai nel medesimo modo, però alcune grandi questioni tornano. Di fronte al ricorso alla forza per difendere – o anche per riconquistare – la libertà, per i cristiani si aprono evidentemente grossi problemi. Anche nel periodo 1943-1945 in tutta Italia esistono valutazioni divergenti ed anche tensioni. In genere gli ordinari diocesani invitano alla calma e quando la calma non c’è più, cercano di spingere per tregue ed anche accordi fra le parti. Molti preti e molti laici invece non ci stanno a rassegnarsi e ritengono loro dovere combattere l’oppressore. In punta di teologia probabilmente si riesce a dimostrare quasi tutto ed il contrario di tutto, ma il ragionamento che fanno i resistenti cattolici è fondamentalmente semplice: senza libertà, non c’è vera umanità. Nostro Signore ci ha creati liberi al punto di consentire il peccato originale e quindi privare l’uomo della sua libertà è una violenza dalla quale gli oppressi vanno difesi.

Sta in piedi questo ragionamento? Dal punto di vista dottrinale non ve lo so dire, anche se tutti questi sacerdoti hanno operato con il consenso dei loro vescovi, che li hanno protetti, così come ha fatto monsignor Santin con monsignor Marzari. Personalmente ci ho sempre creduto ed ho visto che su questo fondamento sono state costruite le istituzioni democratiche e liberali del nostro Paese, che con tutti i loro difetti non scambierei con regimi politici in cui la libertà è fortemente compressa.

Oggi però quel ragionamento è rimesso in discussione, com’è normale che sia di fronte ad ogni crisi. Ogni storico sa che le lezioni della storia sono ambigue, però io avrei caro che quelle lezioni non si ricordassero in maniera troppo selettiva, saltando ad esempio un passaggio come quello della Seconda guerra mondiale.

Fig. 4, L’insurrezione di Trieste (Archivio Irsrec FVG)

 Ad esempio, se si ricorda con legittimo orrore la Prima guerra mondiale in quanto inutile strage, come si fa a dimenticare che la nostra democrazia ha per fondamento la Resistenza e, prima ancora, l’opposizione a Hitler, anche se arrivata probabilmente troppo tardi, come indica la vicenda del patto di Monaco del 1938 che sacrificò inutilmente la Cecoslovacchia? Forse è stato sbagliato che milioni di europei morissero per Danzica, mentre bastava chinare la testa a Hitler, che in fondo un po’ di buone ragioni per risistemare le cose nell’Europa centrale ce le aveva pure lui? E poi – questo per me costituisce un po’ un problema – come si fa, oggi, contemporaneamente, a celebrare i resistenti ed a pensare che le loro scelte di fondo non siano per noi un modello da imitare? I partigiani non erano certamente dei biechi guerrafondai, non lo erano sicuramente i partigiani cattolici, ma non erano pacifisti.

Non erano neanche dei santi. Erano dei combattenti e, come in tutte le guerre, hanno commesso anche dei crimini. Non ha senso occultarli, perché ci sono stati, anche se in misura clamorosamente inferiore a quella dei loro avversari, i nazifascisti, che hanno invece praticato in maniera sistematica la guerra ai civili e la tortura dei prigionieri. Soltanto nelle nostre terre, pensiamo all’Ispettorato speciale di Pubblica sicurezza per la Venezia Giulia, oppure alla caserma Piave di Palmanova. La moralità della resistenza non sta nell’irreprensibilità di ogni partigiano, sta nell’aver posto al centro dell’esperienza collettiva la scelta per la libertà: una scelta che certamente non giustifica tutto, ma offre un orizzonte etico alternativo a quello dei difensori del totalitarismo nazista e fascista. Da questo punto di vista, pur sempre nel rispetto di ogni decisione esistenziale assunta in buona fede, non ci può essere, oggi come ieri, nessuna parificazione tra le parti in conflitto 80 anni fa.

Ma torniamo alle parole di Foschiatti, relative a Trieste: è evidente che la guerra l’avrebbero vinta o persa gli Alleati e non i quattro antifascisti italiani. Dunque, aveva ragione chi diceva di aspettare per evitare danni maggiori?

Capite, sono domande che tornano e che giustamente ci rendono inquieti. E deve essere così, perché per la nostra storia e per il nostro futuro, giornate come quelle del 25 aprile, o del 30 aprile a Trieste, non sono giornate di celebrazione, sono giornate di provocazione; e se per noi non è così, nel mondo in cui viviamo, allora in quei giorni – in questi giorni – è meglio andare a Barcola o al cinema se piove.

Ma torniamo al 1944. Bastano pochi mesi per verificare che le ipotesi di fondo del tentativo di Frausin sono troppo fragili. La classe operaia di Trieste e Monfalcone non risponde come desiderato, cioè non riesce ad assumere un ruolo di protagonista politica. Lo si vede già in occasione dello sciopero del marzo 1944 quando i rappresentanti dei lavoratori scendono abbastanza rapidamente a patti con il commissario supremo tedesco, che scavalca gli imprenditori ed è generoso con le concessioni economiche. Poco prima c’è stato l’incidente del battaglione garibaldino Zol, il cui comandante viene fucilato perché ha mosso il suo reparto in ottemperanza alle indicazioni del Pci triestino ma senza il consenso dei comandi superiori sloveni dai quali dipende militarmente.

Quanto alla stagione della collaborazione su di un piano di parità fra il Partito comunista italiano e quello sloveno, e quindi fra i due organismi resistenziali, questa è soltanto un riflesso della stagione dell’incertezza. Incertezza sui tempi della sconfitta tedesca ed incertezza tattica da parte del movimento di liberazione jugoslavo, che fino all’estate del 1944 è privo di un riconoscimento internazionale. E quindi in questa stagione c’è spazio per gli accordi, il più elevato dei quali e quello fra il Cln Alta Italia (ClnaAI) ed il Fronte di liberazione sloveno raggiunto a Milano nell’agosto del 1944. Si tratta di un accordo molto complesso e con molte zone d’ombra, ma che perlomeno dovrebbe evitare il precipitare delle diversità.

Diversità che sono profondissime non tanto per malizia di uomini, cioè gli esponenti dei due movimenti, quanto per ragioni strutturali.

Veniamo qui al nocciolo delle caratteristiche di una storia di frontiera, dove si sovrappongono portati storici e logiche completamente diverse. Se per i patrioti italiani la Resistenza è anche secondo Risorgimento contro l’occupatore, che è sempre il tedesco, per i patrioti sloveni e croato è anche Risorgimento, ma contro gli oppressori italiani, che non sono soltanto i fascisti della Rsi, ma lo stato italiano in quanto tale, dal 1918 considerato come occupatore.

Per di più, in Italia come nel resto dell’Europa occidentale, la grande contrapposizione del conflitto mondiale è quella tra fascismo e antifascismo, mentre nell’Europa orientale è quella tra nazismo e comunismo. La Venezia Giulia sta proprio in mezzo e più passa il tempo, più diventa chiaro che quelle che funzionano sul territorio sono le logiche dell’Europa orientale. La Zona di operazioni Litorale adriatico non fa parte della Rsi, le pratiche repressive tedesche sono quelle del fronte orientale, come dimostra l’esistenza stessa della Risiera, la parte sicuramente preponderante delle forze resistenziali si muove politicamente e militarmente come nel resto della Jugoslavia. Per le ipotesi all’italiana lo spazio è minimo e ad un certo punto si esaurisce.

Alla metà di agosto, Tito ottiene da Churchill il sospirato riconoscimento come leader legittimo dello stato jugoslavo e quindi da capo di ribelli diventa quasi capo di Stato. Nello stesso periodo i comandi partigiani si convincono che la resistenza tedesca in Italia sta crollando. Di conseguenza, per i dirigenti jugoslavi non c’è più alcun bisogno di negoziare con un organo come il ClnAI, che non è un organo di governo, e non è più neanche tempo di tatticismi. Se il Litorale e l’Istria stanno per essere liberati, bisogna chiarire subito chi comanda.

Il risultato è che gli accordi appena conclusi e nemmeno ancora ratificati vanno in pezzi, il governo jugoslavo ufficializza le sue rivendicazioni territoriali fino al confine del 1914, il Partito comunista sloveno chiede a quello italiano di sostenere la nuova linea ed ai partigiani italiani di confluire negli organi politici del movimento di liberazione sloveno e di porsi agli ordini dei suoi comandi.

Questa è la ben nota “svolta d’autunno” sulla quale sono stati scritti fiumi d’inchiostro, anche troppi, perché in parte sono serviti per molto tempo non a chiarire ma coprire quelle che sono state allora le scelte dei comunisti italiani.

Scelte difficilissime, beninteso, e quasi impossibili. Quelle jugoslave sono motivazioni forti, perché formulate principalmente in nome non del nazionalismo, ma dell’internazionalismo, vale a dire della subordinazione degli interessi nazionali in senso borghese a quelli della rivoluzione proletaria. Quando il leader comunista sloveno Edvard Kardelj dice «Trieste nostra = Trieste sovietica», offre una giustificazione fortissima della politica annessionista. Quando lo stesso Kardelj fa presente, prima a Vincenzo Bianco e poi a Togliatti, che l’occupazione jugoslava della Venezia Giulia, del Friuli e di parti il più ampie possibile dell’Italia di nord-est offre ai comunisti italiani la possibilità di sfuggire al controllo alleato e di mantenere accesa una possibilità rivoluzionaria, o perlomeno di pesare molto di più, armi alla mano, sulla scena politica del dopoguerra italiano, come fanno a dire «no, grazie» i quadri partigiani ed anche gli alti dirigenti del partito?

Fig. 5, L’insurrezione di Trieste (Archivio Irsrec FVG)

E difatti non dicono affatto «no grazie», ma rispondono che l’unico problema è quello di conciliare l’assenso alla proposta jugoslava con l’esigenza di non compromettere il ruolo nazionale che il Pci si è guadagnato in Italia con la svolta di Salerno. Lo stesso Togliatti, che pure della svolta di Salerno è l’autore, inizialmente non è per niente insensibile alle prospettive dischiuse da un possibile ingresso dell’armata popolare jugoslava in un Italia altrimenti tenuta a briglia cortissima dagli anglo-americani. Solo poi, con il passare dei mesi, si convince e riesce a convincere anche il resto del gruppo dirigente, che non è il caso di tentare avventure, fondamentalmente perché a Stalin non solo non interessano, ma lo metterebbero in imbarazzo.

Quindi, per i vertici del Pci non resta che la fuga nell’ambiguità, che riesce benissimo, non soltanto perché Togliatti riesce sempre ad evitare di dover pubblicamente scegliere un campo contro l’altro, ma anche perché riesce incredibilmente a diffondere per decenni quel mito storiografico della linearità del Pci nella difesa dell’italianità di Trieste, che è un piccolo capolavoro di disinformazione, al quale vi assicuro che alcuni colleghi storici pur di vaglia credevano in assoluta buona fede.

Sul campo invece quell’ambiguità non è possibile. Ed a troncare qualsiasi incertezza concorre la distruzione per mano nazifascista della dirigenza del Pci di Trieste, a cominciare dallo stesso Frausin. Come sapete e come credo fosse inevitabile, quella concomitanza fra svolta politica e scomparsa della dirigenza comunista che di quella svolta non era per niente convinta, è apparsa immediatamente alquanto sospetta ed il sospetto è diventato certezza quando pochi anni dopo, ai tempi della crisi del Cominform, lo stesso partito comunista vidaliano ha parlato apertis verbis della delazione slava e la medesima formula la ritrovate nella medaglia d’oro alla memoria di Luigi Frausin.

È da pochi anni e per merito di Patrick Karlsen, che sappiamo che non è andata così e che la cattura di Frausin e dei suoi collaboratori è stata un colpo da maestro della Gestapo, grazie all’opera di un cetnico sloveno infiltrato nel movimento di liberazione. Ma il fatto stesso che quel sospetto infame si sia immediatamente diffuso e sia stato creduto come ovvietà, vi segnala quanto degradati fossero i rapporti fra i diversi segmenti della resistenza di frontiera.

A quel punto ciascuno va per la sua strada e le distanze crescono rapidamente. Nel Friuli orientale, com’è purtroppo ben noto, si arriva allo scontro fratricida. Lo studio recente di Tommaso Piffer ci ha mostrato come la decisione omicida a danno del comando della Osoppo installato a Porzûs sia stata assunta dai responsabili della Garibaldi Natisone già nel tardo autunno del 1944 e la sua attuazione sia stata posposta fino al febbraio 1945 solo per le difficoltà legate all’offensiva tedesca. Ma sapevamo già, perché bastava leggere i documenti ufficiali, che quella decisione si inseriva perfettamente nelle direttive inviate sia dalla direzione Alta Italia del Pci e pubblicate su «La nostra lotta», sia da quelle inviate da Togliatti al delegato del Pci presso il Pcs, Vincenzo Bianco. Entrambe infatti invitavano a prendere posizione contro tutti coloro che «agiscono a favore dell’imperialismo e nazionalismo italiano» e che «contribuiscono in qualsiasi modo a creare discordia» tra il popolo italiano e i popoli jugoslavi, alimentando «scissionismo italiano nei confronti della Jugoslavia» e, più esplicitamente, «combattere come i peggiori nemici della liberazione nazionale del nostro Paese, e quindi come alleati dei tedeschi e dei fascisti quanti, con i soliti pretesti fascisti del “pericolo slavo” e del “pericolo comunista”, lavorano a sabotare gli sforzi militari e politici dei nostri fratelli slavi volti alla loro liberazione e alla liberazione del nostro paese»…

A Trieste non si arriva a tanto. Però il Pci sostanzialmente esce dal Cln e questo rimane in una condizione penosissima. Di fatto, il Pci era il perno della resistenza italiana, in quanto unica forza politica dotata di un’organizzazione clandestina capillare – anche se evidentemente non impermeabile –, capace di contare su di unità partigiane di riferimento sul territorio, ed anche di tenere contatti abbastanza efficienti con il Cln Alta Italia. Senza i comunisti il Cln rischia di essere una testa senza braccia e per di più in una situazione di isolamento spaventoso, anche nei confronti dei vertici della Resistenza italiana.

Ha scritto giustamente Elio Apih che in fondo il Cln di Trieste è prefascista e incontra una grande fatica sia a metabolizzare lo sconquasso provocato dalla politica fascista nella società locale, sia a comprendere i termini nuovi della politica internazionale, dove l’Italia ha commesso suicidio ed è diventata un mero oggetto di decisioni e ritorsioni altrui, mentre al contrario la Jugoslavia si può legittimamente presentare ad un tempo, come vittima dell’aggressione italiana e come vincitrice sul campo della guerra contro i tedeschi ed i suoi alleati. Questa difficoltà la vediamo benissimo nella presa di posizione dei partiti del Cln a favore del mantenimento del confine di Rapallo, che semplicemente è fuori dalla realtà e consente agli esponenti jugoslavi di osservare che gli antifascisti italiani di Trieste ragionano come i fascisti. La pregiudiziale viene poi accantonata nel tempo brevissimo degli accordi con l’Of dell’estate 1944, ma poi torna fuori dopo la crisi d’autunno e viene esplicitata nel patto del 9 dicembre fra Dc, Pda, Psi e Pli.

Tutto ciò, nonostante all’interno del ClnAI gli esponenti di quello stesso Pda che a Trieste è il più caldo nella difesa dei risultati raggiunti con la Grande guerra, invece a Milano fin dalla primavera del 1944 abbiano cominciato a chiedersi se l’unica speranza per salvare il salvabile al confine orientale, non sia quella di puntare sull’ipotesi di Trieste città libera, lasciando perdere tutto il resto. E guardate che della bontà di questa linea si convince lo stesso presidente del ClnAI, l’indipendente moderato Pizzoni.

Parlare di “isolamento” quindi del Cln giuliano rispetto alla Resistenza italiana, è verissimo, però è anche troppo poco. Se nel gennaio e febbraio del 1945 alcune missioni del ClnAI riescono a raggiungere Trieste per tentare di ricucire i rapporti con i comunisti giuliani – ovviamente invano – il Pci si impegna invece duramente per screditare il Cln di Trieste, in piena applicazione di quella parte degli accordi fra Togliatti e Kardelj dell’ottobre 1944 che prevedono un’azione comune contro tutti i soggetti asseritamente antifascisti che però non sono disposti a mettersi agli ordini degli jugoslavi. Così, il 30 marzo 1945 il triumvirato insurrezionale veneto del partito denuncia che il Cln giuliano è «in connubio» con i nazifascisti e tradisce la causa della lotta di liberazione e nella seduta del ClnAI del 19 aprile 1945 il rappresentante comunista chiede addirittura lo scioglimento del Cln di Trieste.

Fig. 6 Volontari della libertà in piazza Goldoni (Archivio Irsrec FVG)

Come se non bastasse, ci sono i rischi dell’attività cospirativa in una realtà assolutamente torbida come quella triestina. Roberto Spazzali nel suo libro … L’Italia chiamò ha ricostruito molti passaggi di quella confusa stagione e dell’intreccio di doppi giochi di ambigui personaggi. Probabilmente ci sarebbe ancora da scavare sulla figura del delatore per eccellenza, tale Giorgio Bacolis, responsabile sia della decapitazione del Cln che del fallimento della missione del capitano Podestà inviato dalla Regia marina, con gli arresti del febbraio 1945, che infliggono un colpo durissimo ai patrioti; teniamo presente che il medesimo Bacolis era stato l’interlocutore di Pizzoni quando questo era venuto a Trieste nel maggio del 1944 e addirittura aveva visto il lui il possibile riferimento per la ricostituzione del Cln.

Capite che razza di situazioni si vivono a Trieste in quei mesi, in cui a stento ci si può fidare di sé stessi?

In ogni caso, il Cln, anche se scombussolato, riesce a mettere in piedi una macchina militare clandestina, almeno in potenza. Operando nel contesto urbano e non potendo contare sul proletariato che risponde alle organizzazioni comuniste italo-slovene, la scelta obbligata è quella di rivolgersi in primo luogo ai corpi già in armi o comunque dotati di struttura militare, come la Guardia di finanza, la Guardia civica, la Polizia ausiliaria, la Protezione antiaerea, i Vigili del fuoco. Qui l’infiltrazione degli uomini del Cln e la propaganda clandestina danno buoni frutti, e lasciano sperare che al momento dell’azione decisiva molti militari, e forse interi reparti, passeranno agli ordini del Comitato.

Un altro promettente terreno di arruolamento è costituito dai ferrovieri, che rappresentano anche una realtà di elevato valore strategico. Fra questi viene costituita una brigata comandata da  Marcello Spaccini, sindaco di Trieste dal 1967 al 1978,  che organizza numerosi sabotaggi e si prepara alla difesa delle infrastrutture portuali, viarie e su rotaia al momento del crollo tedesco.

E poi, ci sono i ragazzi. Gli adulti non ci sono più, o prigionieri chissà dove, o in bosco con i partigiani, oppure costretti al servizio al lavoro in Germania. Quindi è l’ora dei quindicenni e dei sedicenni privi di addestramento militare. Che cosa potranno mai fare? Probabilmente quasi soltanto farsi ammazzare dai tedeschi, senza dimenticare che anche tra file germaniche non mancano le reclute di 17 anni, perché ormai anche la Wehrmacht sta raschiando il fondo del barile. Comunque, parecchi di quei ragazzini rispondono all’appello e li troveremo a combattere per le vie della città.

Prendono forma così alcune brigate che si considerano parte come in tutta Italia del Corpo Volontari della Libertà (Cvl) ed al suo comando di piazza viene designato dapprima un ufficiale dell’antiaerea e poi, definitivamente, il colonnello Antonio Fonda Savio…

Arriva dunque la primavera, che in quell’anno 1945 è crudelissima. Da un lato avete la rinascita della natura, che è sempre uno spettacolo a suo modo sconvolgente e commovente; avete la rinascita della speranza perché l’incubo nazi-fascista sta per dissolversi, l’occupatore sta per essere cacciato dall’Italia e la guerra sta finalmente per finire. Dall’altra parte su tutti i fronti avete i combattimenti finali e durissimi, il terrore di dover dare la vita quando sta per scoppiare la pace, magari proprio l’ultimo giorno; avete le ultime stragi naziste, gli ultimi fucilati in Risiera poco prima che venga abbandonata a fatta saltare in aria.

E poi, a Trieste avete gli ultimi spasimi, terribili, di quella lunga stagione di morte. La corsa per Trieste, le due insurrezioni, i trionfi degli uni e il panico degli altri, la grande ondata delle violenze di transizione che scava un abisso nella memoria collettiva e poi il ribaltamento del 9 giugno e i rancori delle liberazioni contrapposte.

Ma andiamo con ordine.

Dopo quello che abbiamo detto, potrebbe sembrare che in quei mesi di marzo e aprile il Cln sia ormai ridotto a quantità trascurabile, visto che anche il suo presidente, don Marzari, langue in carcere nelle mani del commissario Gaetano Collotti che si accanisce contro di lui con il suo repertorio di torture ed in carcere si trovano alcuni dei suoi comandanti militari, come Ercole Miani e Carlo Dell’Antonio.

Invece, proprio in quei mesi il Cln viene avvicinato con proposte di collaborazione decisamente impegnative sia da parte dei comunisti che da parte dei collaborazionisti istituzionali, cioè il prefetto Coceani ed il podestà Pagnini.

Di per sé, che tutti trattino con tutti non è una novità. Varie tregue sono state negoziate in Friuli fra tedeschi e partigiani, con esiti alterni, a Trieste il podestà Pagnini già nel 1944 si è incontrato con esponenti dell’Of e dall’altra parte ha offerto ospitalità al Cln per le sue riunioni clandestine.

Ma perché improvvisamente questa corsa al corteggiamento del Cln? Semplicemente, perché esiste e la sua stessa esistenza, anche al di là della sua consistenza, ne fa un elemento politicamente strategico.

Se il Cln esiste, e si batte, questo significa che a Trieste si può essere patrioti italiani senza essere fascisti, e si può essere antifascisti senza volere la Jugoslavia. Tutto questo mette in crisi le pretese speculari di monopolio dell’italianità da parte dei nazionalisti-collaborazionisti e di monopolio dell’antifascismo da parte delle organizzazioni comuniste italo-slovene. Quello che ne segue dunque sono due tentativi speculari di «cattura» politica del Cln, in modo da neutralizzarlo.

Vediamo le offerte.

I comunisti propongono la formazione di un organismo politico comune, con il compito di gestire l’ultima fase della lotta contro i tedeschi e poi di amministrare la città, indipendentemente da chi la occuperà per prima, gli anglo-americani o gli jugoslavi. Questo organismo dovrebbe chiamarsi Comitato esecutivo antifascista italo-sloveno Ceais e dovrebbe essere composto da 11 membri: 8 italiani (di cui 3 designati dal Cln e 5 dalle organizzazioni di massa comuniste) + 3 sloveni. Il risultato sarebbe un’assoluta egemonia comunista e quindi a favore dell’annessione alla Jugoslavia, con il Cln a fare da foglia di fico.

Fig. 7, Incontro di membri del Cln, del Cvl e di militari jugoslavi (Archivio Irsrec FVG)

La risposta del Cln è abbastanza ovviamente negativa e quindi naufraga l’ultima possibilità d’intesa fra i diversi segmenti della Resistenza. Per di più, da parte jugoslava il Cln viene considerato ufficialmente nemico e gli ordini che verranno impartiti da parte del Comitato centrale del Pcs alla vigilia dell’insurrezione finale imporranno di considerare le formazioni armate non dipendenti dal comando di piazza jugoslavo, cioè quelle che fanno riferimento al Cln, alla stessa stregua di quelle tedesche e fasciste e per di più quali fomentatrici di guerra civile. Come sapete, questo suonerà come una condanna a morte.

La proposta dei collaborazionisti è speculare: costituire un Comitato di salvazione nazionale, guidato dal prefetto; ai suoi ordini le forze repubblichine e quelle del Cvl, unite, dovrebbero controllare la città evidentemente battendosi contro le formazioni comuniste operanti in città, mentre i tedeschi, con le spalle coperte, dovrebbero cercare di fermare le truppe jugoslave avanzanti.

L’obiettivo primario è naturalmente quello di impedire a tutti i costi l’occupazione jugoslava di Trieste consegnando la città agli anglo-americani e quello secondario di permettere alla vecchia élite nazionalista, prima fascista e poi collaborazionista, di riciclarsi anche per il dopoguerra presentandosi agli alleati come unica possibile rappresentante degli italiani di Trieste.

È una follia militare, perché le forze della Rsi sono allo sbando ed il grosso di quelle tedesche abbandona la città per scappare in Austria assieme al supremo commissario Rainer ed al capo delle SS Globocnik. Inoltre sarebbe una catastrofe politica, perché vorrebbe dire che a Trieste tutte le forze filoitaliane sono alleate dei tedeschi e che quindi tutti gli italiani sono fascisti – e devono venire trattati come tali – meno i comunisti. Ciò è esattamente quello che vorrebbero dimostrare il Fronte di liberazione sloveno ed il governo jugoslavo.

I rappresentanti del Cln quindi non abboccano, anche se con qualche patema, perché l’appello patriottico non è mica che li lasci freddi. Comunque non ci stanno e per decenni nel dopoguerra Coceani ed i neofascisti continueranno a chiamarli traditori.

E allora arriviamo al dunque. Pur con tutte le difficoltà che abbiamo visto, il Cln farà da sé e non starà a guardare, nonostante appelli alla calma arrivino da molto in alto, dal vescovo mons. Santin, che comprensibilmente teme il bagno di sangue. Non è mica pavidità: figuriamoci, da un combattente nato come quello che è stato chiamato il “vescovo con gli speroni”! La catastrofe è una possibilità reale ed allo stesso modo la pensa il comando della Quarta armata jugoslava, che mette in guardia dal precipitare i tempi i dirigenti di Unità operaia, l’organizzazione comunista italo-slovena.

A prendersi la responsabilità della scelta decisiva è invece proprio un altro uomo di Chiesa, don Marzari, liberato con un colpo di mano all’ultimissima ora. Al fondo sta un ragionamento limpido. Chi non parteciperà alla battaglia finale contro i tedeschi, non avrà la legittimità per esistere nel dopoguerra. Tutti i sogni, tutti i sacrifici e le speranze non avranno più alcun valore, perché l’appuntamento è stato mancato.

Guardate, in tutta la vicenda del Cln ed anche nella decisione finale, al di là di ogni retorica, si può vedere l’espressione di un’etica della testimonianza che darà frutto nel medio periodo ma che nell’immediato sembra garanzia di sacrificio piuttosto che di successo.

Lo stesso ragionamento, peraltro, anche se con speranze più solide, lo fanno anche i dirigenti di Unità operaia: la libertà vera si conquista, non si aspetta come un regalo.

E allora insorgono. Il 30 aprile, all’alba, scoppiano due insurrezioni parallele, non concordate ma apertamente concorrenziali, però non conflittuali, perché sul campo patrioti del Cvl e partigiani di Uo combattano assieme.

Non vincono. I tedeschi riescono a resistere nei due caposaldi del castello di San Giusto e del tribunale. Sono ancora là, quando il 1° maggio arrivano le truppe della IV armata jugoslava e i partigiani del IX korpus sloveno. Saranno ancora là il 2 maggio, quando arriveranno i neozelandesi dell’VIII armata britannica, che faranno breccia a cannonate nel tribunale ed accoglieranno la resa del presidio del castello.

Il Cvl verrà disarmato, alcuni suoi combattenti arrestati ed uccisi, il Cln costretto a tornare in clandestinità.

E allora, è stata audacia? Oppure è stata solo inutile follia?

Nelle celebrazioni non si fanno domande, si officiano certezze: ma questa non è una celebrazione, men che meno un rito. E quindi ottant’anni dopo le domande ce le dobbiamo porre, non per curiosità storica, che può interessare solo ad alcuni appassionati; non certo per ossequio alla moda dell’anti-antifascismo, che ormai è piuttosto diffusa a tanti livelli. Quelle domande ce le impone il presente che ci chiede: stiamo commemorando una vicenda morta e sepolta oppure stiamo mostrando un esempio, stiamo proponendo un modello di comportamento politico che ci spinge, di fronte alle nubi del presente ed alle incognite del futuro, a tenere gli occhi bene aperti e i pugni bene stretti sulla nostra sorte, come diceva Foschiatti?

Qui non ci sono risposte preconfezionate, e non ci interessano – o almeno a me non interessano – le verità ufficiali. Qui ci interessano le verità vitali e le scelte di vita sono individuali e non delegabili, così come personali sono state le scelte dei resistenti, con tutti i loro rischi materiali e morali.

Lo storico può proporre alcuni elementi di valutazione. Ad esempio, il confronto con una realtà per molti versi simile, quella di Fiume. A Fiume non si è mosso nessuno. Gli autonomisti, bloccati dal timore di farsi succubi dei partigiani croati. Gli aderenti al movimento di liberazione jugoslavo, bloccati dal timore di venir schiacciati dai tedeschi. Come risultato, a Trieste il porto si è salvato dalla distruzione, a Fiume no. È poco? Vedete voi.

Altri elementi. A Trieste dopo il 2 maggio il Cln viene ridotto all’impotenza e quando, pochi giorni dopo, cerca di organizzare una manifestazione patriottica, questa viene dispersa con le armi. Però poi i giochi si ribaltano, come succede spesso nella storia, e lo spettro del fallimento cala invece su quelli che fino ad un momento prima si sentivano liberati ormai da catene insopportabili, cioè i triestini di sentimenti sloveni e gli operai comunisti. Chi ha vinto e chi ha perso?

Anche se appesa a lungo ad un filo, Trieste rimane nell’Occidente liberal-democratico ed il fondamento su cui erigere faticosamente l’edificio della libertà e dell’esercizio democratico dopo il digiuno del regime fascista, è proprio l’esperienza di quei pochi coraggiosi, di quei ragazzi che non diventeranno mai giovani, di quei padri che hanno perso i figli come il colonnello Fonda Savio.

Valeva la pena? La loro vita per la nostra libertà? La loro vita per la nostra democrazia?

Non serve rispondere a parole, perché può essere solo retorica. La risposta sta nei fatti, nel nostro modo di vivere la democrazia, anche se faticosa; nella nostra volontà di difenderla contro le torsioni illiberali; ed anche nella nostra disponibilità a sostenere – ciascuno naturalmente nei modi che ritiene più giusti – chi anche oggi difende o vuole conquistare la propria libertà. Perché la libertà, come ce l’hanno insegnata i resistenti, è contagiosa: se la tieni solo per te, rischia di appassire, e vive bene solo in compagnia della libertà degli altri.

Nota: Intervento tenuto presso la Sala conferenze di Palazzo Gopcevich in occasione dell’80° anniversario dell’Insurrezione di Trieste. 

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