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Frontiera Adriatica

Frontiera Adriatica – una rivista di frontiera

Uno spirito di frontiera

Ricordate il tenente John Dunbar? È il nome dell’ufficiale “unionista” protagonista del romanzo Balla coi lupi da cui fu tratto un film memorabile. Dopo essere stato gravemente ferito, Dunbar viene destinato ad uno sconosciuto avamposto dell’ovest del continente del paese, lontano dalla guerra e sperduto in uno «spazio assoluto e vuoto». Quel luogo in realtà «realizzava il suo antico sogno di prestare servizio alla «frontiera dell’ovest». In quell’infinita prateria, popolata di bisonti e di animali selvaggi, il tenente Dunbar farà una straordinaria esperienza di vita, incontrandovi un mondo e una cultura – quella dei nativi americani a lui prima sconosciuti – che, senza averne fatto esperienza diretta erano stati oggetto di inquietudini e di paure.

Lo “spirito della frontiera” di cui il personaggio creato da Michael Blake, impersonato al cinema da Kevin Costner, è portatore era talmente radicato nella cultura nord-americana che uno storico statunitense, Frederick Jackson Turner, alla fine dell’800 giunse a teorizzare che esso avesse improntato di sé lo stesso carattere dei suoi connazionali, conferendo loro quelle caratteristiche che tanto li rendevano diversi dai loro contemporanei europei. Molti anni dopo, a riscoprire quello spirito e a conferirgli nuovi significati fu John Fitzgerald Kennedy. Il discorso di accettazione della nomination alla corsa per la carica di presidente degli Stati Uniti è infatti passato alla storia come discorso della “Nuova Frontiera”, la frontiera degli anni ’60, una frontiera di opportunità e pericoli sconosciuti, una frontiera di speranze e minacce non realizzate. [..] Al di là di questa frontiera ci sono le zone inesplorate della scienza e dello spazio, problemi irrisolti di pace e di guerra, peggioramento dell’ignoranza e dei pregiudizi, nessuna risposta alle domande di povertà ed eccedenze[1].

Come si vede, quello indicato da Kennedy era tutt’altro che un orizzonte sicuro o sereno; si trattava piuttosto di una meta da raggiungere superando sfide complesse, attraversando un terreno dove il bene si mescolava al male, la speranza alla paura, il noto all’ignoto. Un luogo di molteplicità e doppiezza, dunque, che però valeva la pena – la vale sempre – di esplorare e conoscere senza pregiudizi.

Credo fosse proprio questo ciò cui Gerald Park faceva riferimento nell’intervento dal quale abbiamo tratto le frasi che caratterizzano il banner della nostra testata. Parks vi parlò di «superamento dei confini», di opportunità di conoscere, di superare i limiti angusti della propria soggettività: una sfida proiettata verso il futuro e uno sguardo capace di andare oltre i confini, intesi come cogenti limiti materiali e spirituali[2].

Frontiera

Ecco, è precisamente in questa direzione che va il nostro modo di intendere la frontiera e la frontiera adriatica in particolare – «confine e frontiera non sono sinonimi», ammonisce efficacemente il primo quaderno didattico dedicato alla Frontiera adriatica[3]. Luogo questo, lo aveva notato Scipio Slataper ai primi del Novecento, della pluralità, dai contorni indefiniti – che egli stesso incarnava con la sua identità complessa – di fruttuosi incroci ed incontri e di drammatici scontri come ha scritto recentemente Raoul Pupo[4]. Non per niente, le Linee guida per la didattica della frontiera adriatica fanno più volte riferimento al tema della complessità di quest’area, dell’impossibilità di far ricorso a riduttive semplificazioni, a interpretazioni manichee che non tengano conto di questa ricchezza:

Come tutte le terre di frontiera, quella adriatica è area di sovrapposizione fra periferie di mondi contigui (dove il termine “mondi” indica non solo compagini politiche, ma realtà culturali nel senso più ampio del termine): quello latino, quello germanico e quello slavo, con importanti presenze ungheresi. Il suo segno distintivo, perciò, sono gli incroci e le sovrapposizioni, che in alcuni casi possono generare ricchi patrimoni di umanità e cultura, in altri invece finiscono per innescare conflitti anche terribili. Caratteristica quindi della storia di frontiera è la complessità, e la sua esplorazione in sede didattica va intesa come occasione privilegiata per educare gli studenti all’analisi di realtà complesse, rifuggendo dalle semplificazioni, fonti di continui fraintendimenti[5].

Questa complessità, purtroppo, nella prima metà del ventesimo secolo è stata negata e subordinata alle logiche dell’ideologia, del culto della nazione, di processi di esclusione e sopraffazione. Nell’epoca delle grandi contrapposizioni ideologiche in queste terre furono infatti posti in atto terribili processi di “semplificazione”, ricorrendo non di rado alla violenza per cancellarne proprio il tratto più caratteristico: la pluralità. Nonostante gli sforzi di molti storici, ci sono voluti decenni perché a dare l’esempio della necessità di un riconoscimento dei reciproci torti che le diverse comunità di quest’area – o. meglio, gli Stati che pretendevano di rappresentarle – si erano inflitti in passato: l’immagine dei presidenti della Repubblica d’Italia e di Slovenia, Sergio Mattarella e Borut Pahor, mano nella mano davanti al Monumento nazionale della Foiba di Basovizza e al Cippo che ricorda i Quattro fucilati di Basovizza ne costituisce un simbolo più che eloquente. In questo quadro, l’Unione europea è apparsa, e continua ad apparire – o almeno ci credo testardamente ancora – come l’ideale e insostituibile contenitore di diversità che vogliono essere al tempo stesso segno di unità.

Ciò nonostante, anche e proprio in Europa, la cronaca terribile di questi ultimi anni abbonda di analoghi processi di negazione dell’alterità che ricorrono alla violenza, alla guerra, alla cancellazione di popoli e culture. Penso, ad esempio, a un’area geografica come l’Ucraina, terra che nel suo stesso nome porta l’impronta della frontiera: U-Kraina, ovvero “presso il confine”. Una regione di frontiera, dunque, come ce ne sono altre in particolare – ma non esclusivamente – nell’Europa dell’Est o nella penisola balcanica. E come dimenticare la Bosnia Erzegovina, dove convivevano bosgnacchi, croati, serbi? Proprio quando questo territorio stava per essere dilaniato da una mostruosa guerra e da una terribile operazione di “pulizia etnica”, alla vigilia dell’assedio di Sarajevo il poeta Abdullah Sidran pronunciò queste parole: «Senza i serbi non potrei respirare; senza i croati non potrei scrivere; senza essere me stesso non potrei vivere con loro»[6]. Non fu ascoltato: e iniziarono così i mille giorni dell’urbicidio di Sarajevo, si aprì il percorso che avrebbe portato – tra gli altri – alla mattanza di Srebrenica.

Le terre di frontiera, dunque, sono state spesso luoghi di scontro, di intolleranza e violenze. Ma al tempo sono stati e possono ancora essere luoghi di incontro, accoglienza, pacifica convivenza. Proprio per questo abbiamo deciso di iniziare una nuova avventura, certi che conoscere e conoscersi, ripensare alle luci e alle ombre, capire siano la strada maestra per la costruzione di un mondo migliore: un mondo di cui oggi più che mai sentiamo il bisogno.


NOTE

[1] Cit. in La Nuova Frontiera di John Fitzgerald Kennedy. Un cattolico alla Casa Bianca, a c. di M. Benitez Garnateo, in https://www.opiniojuris.it/wp-content/uploads/2020/03/La-Nuova-Frontiera-di-John-Fitzgerald-Kennedy.pdf

[2] G. Parks, Il confine e la frontiera: alcune considerazioni in https://www.openstarts.units.it/entities/publication/951fcd8a-c0e8-420c-855f-ad2b067551d3/details.

[3] Mi riferisco a A. Bonaciti, M. D’Urzo, B. Sturmar, La Frontiera adriatica. Il Novecento e il confine orientale, Quaderno Didattico Per Le Scuole Secondarie Di Primo Grado, 1, a c. di C. Spezzano, Mazzanti Libri Meta Liber, ANVGD, 2024, p. 15.

[4] R. Pupo, Introduzione a Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza, Laterza, Bari-Roma 2021.

[5] Ministero dell’Istruzione, Linee guida per la didattica della Frontiera adriatica, p. 12; v. https://www.mim.gov.it/documents/20182/0/Linee+Guida+per+la+didattica+della+Frontiera+Adriatica.pdf/

[6] Cit. in J. Pirjevec, Le guerre jugoslave 1991-1999, Einaudi, Torino 2001, p. 148, al quale si rimanda per un’esauriente illustrazione dell’evento.

Direttore scientifico