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Frontiera Adriatica

«Sapete che e perché stiamo arrivando»? Esperienza di laboratorio scolastico sulla Frontiera adriatica

Introduzione

Accogliere qualcuno implica la conoscenza del fatto che stia arrivando; chi accoglie, inoltre, vorrebbe probabilmente sapere anche il motivo per cui debba aspettare l’arrivo di questo qualcuno. Nel caso dell’arrivo di profughi in uno Stato, i mass-media svolgono e svolgevano una funzione importante per informare di tale avvenimento coloro che vedranno arrivare gente sconosciuta all’interno dei propri confini e per spiegare i motivi alla base del verificarsi di una tale situazione. Di conseguenza, proprio i mass-media assumono un ruolo fondamentale nella creazione delle opinioni della gente e attualmente sono tanti e di facile accessibilità, chiunque può formarsi la propria idea su un determinato argomento scegliendo il mezzo di comunicazione preferito: leggendo giornali, usando internet, ascoltando la radio, guardando la TV. Nel febbraio 1947, però, mese in cui venne firmato il trattato di pace (conseguenza della II guerra mondiale) per quanto concerneva l’Italia e il suo confine orientale, i mezzi che permettevano alla popolazione di accedere alle notizie non erano certo così numerosi: radio e giornali, sicuramente con un numero di stazioni e di pubblicazioni molto minori rispetto a quelle di oggi. La radio, più costosa, inoltre non potevano certo permettersela in tanti nell’Italia dell’epoca; i giornali invece, quotidiani o settimanali, erano più accessibili a buona parte della popolazione.

1. L’idea per il laboratorio

Proprio alcuni giornali del febbraio 1947 e i loro articoli che parlavano dell’arrivo dei profughi sono stati i principali oggetti di un’attività di studio svolta nell’anno scolastico 2016-17 dagli alunni della 3^B della Scuola Secondaria di Polcenigo (PN) partendo dall’illustrazione degli avvenimenti da parte del docente in una prima fase e quindi da alcune domande stimolo loro proposte: quanto e come parlavano di queste persone? Spiegavano i motivi per cui chi abitava oltre quello che divenne il nuovo confine stava lasciando le proprie case? Davano delle indicazioni su come accogliere i connazionali in fuga? Le fasi successive sono state quindi la lettura di articoli tratti da quattro diverse testate – «L’Unità», «La Stampa», «L’Osservatore Romano» e «Il Popolo», giornale della diocesi di Concordia-Pordenone, tre a tiratura nazionale, una locale con diverso orientamento politico – e infine la sintesi delle informazioni ricavate, utili per capire se, quanto e come si parlasse dei profughi (in generale ma in particolar modo di quelli provenienti da Pola, visto il periodo di pubblicazione) nei giorni in cui a Parigi il trattato di pace sanciva la definitiva perdita di territori in cui la percentuale di italiani era assolutamente predominante. Grazie alle testate legate a pensieri politici e realtà territoriali diversi, la ricerca ha permesso non solo di inserire nell’elaborato conclusivo i brani più importanti tratti dagli articoli, ma anche di comprendere come i nuovi arrivati venissero considerati e quindi dipinti ai propri lettori, ovviamente se e quando veniva affrontata la loro situazione.

2. I profughi nei giornali

Le informazioni ricavate hanno permesso di arrivare dunque a delle sintesi: «L’Unità», giornale espressione del Partito comunista, trattava molto e in prima pagina l’argomento dei profughi, ma dicendo che non c’era la necessità di scappare, perché chi si sentiva italiano avrebbe dovuto difendere la propria italianità anche restando oltreconfine, precisando inoltre senza giri di parole come il governo jugoslavo non avesse intenzioni repressive nei confronti dei polesani e forse quelli che scappavano lo facevano perché ricordavano i soprusi commessi quando era al potere il fascismo. I titoli degli articoli erano molto significativi e davano subito l’idea di ciò che si voleva sostenere: Chi ha ingannato i fratelli di Pola?, Quanti lasceranno Pola?-La fabbrica dell’esodo, Perché evacuare Pola? Interessante notare come venne raccontato l’episodio dell’uccisione del generale inglese De Winton da parte di Maria Pasquinelli, accaduto il 10 febbraio 1947 a Pola, giorno della firma del trattato che decretava il passaggio della città alla Jugoslavia e in pieno periodo di esodo: nell’articolo intitolato Fascistissima l’assassina del generale De Winton del 12 febbraio, apparso in prima pagina, si sottolineava il fatto che la donna autrice del gesto fosse una convinta seguace del fascismo e che quindi la stampa che dava ai comunisti la colpa di ogni episodio negativo che avveniva, e che aveva insinuato che nel caso specifico la donna agisse per conto della Jugoslavia, doveva rimangiarsi le proprie parole.

«La Nuova Stampa»denominazione assunta in quel periodo dall’odierna «La Stampa»  che dei profughi parlava spesso anch’essa in prima pagina, aveva un pensiero neutro, quindi non si schierava apertamente né a favore né contro l’arrivo dei profughi, ma in modo molto interessante faceva emergere due fattori: la presenza, da ritenere non certo secondaria, dei profughi nelle città italiane e in particolar modo in quelle del Piemonte; gli ostacoli posti – proprio da parte dei comuni destinati ad accoglierli e da alcuni partiti politici – alla possibilità, e se vogliamo necessità, di ospitare i profughi. È interessante notare come un articolo del 7 febbraio intitolato Per i cento profughi di Pola ricomincia la vita alle “Casermette” si trattasse l’argomento della sistemazione e della gestione dei primi nuovi arrivati in un un luogo che diventerà entro breve uno tra quelli più importanti e conosciuti per l’accoglienza.

Ne «L’Osservatore Romano» l’argomento dei profughi era piuttosto complicato da trovare: non solo non c’erano molti articoli che lo riguardassero, inoltre non era facile rintracciarli perché inseriti in trafiletti che difficilmente attiravano l’attenzione del lettore. Tra i già non numerosi articoli, alcuni – sicuramente per le caratteristiche strutturali del giornale e non per una volontà di chi li aveva inseriti ma certo ciò non aiutava la comprensione del problema – erano addirittura spezzati e mischiati con altri, lunghi al massimo qualche decina di righe costituite da poche parole e in generale trattavano l’argomento in modo vago senza dare una spiegazione approfondita della questione. Ne «L’Osservatore Romano della domenica» – pubblicazione del giorno di festa allora in vigore – del 23 febbraio appariva sì una foto dei profughi in prima pagina con una didascalia però piuttosto scarna (3 righe) che ricordava il loro sbarco da Pola ad Ancona, che erano arrivati con «nel cuore la tristezza della casa perduta e la gioia della Patria ritrovata» e che avrebbero ricevuto come le «altre vittime della guerra il conforto della carità del Papa».

«Il Popolo» come detto edito dalla Diocesi di Concordia-Pordenone quindi vicino ideologicamente a «L’Osservatore Romano», espressione settimanale di una realtà periferica molto vicina agli avvenimenti e agli spostamenti in corso – pur avendo quest’ultima importante caratteristica non si occupava in quel periodo tanto quanto magari ci si sarebbe aspettati dell’argomento profughi. Nonostante ciò, un articolo intitolato Esuli posto in prima pagina il 9 febbraio, quindi a ridosso di quella che sarebbe stata la giornata della firma del Trattato, appare molto interessante e può essere utilizzato come sintesi della situazione emersa dai documenti analizzati, in quanto sosteneva con forza l’importanza di accogliere i profughi, perché erano fratelli, e criticava la posizione di Togliatti e in generale dei comunisti che propendevano per l’inutilità dell’abbandono dei territori che di lì a poche ore sarebbero stati oltreconfine e che asserivano che la scelta di andarsene era personale e non dovuta a questioni oggettive. In particolar modo nell’articolo si sosteneva che si potevano notare due categorie di persone che non comprendevano ciò che stava succedendo: gli ufficiali britannici presenti a Pola, abituati alla bella vita, distratti dalle mule (ragazze in triestino) e troppo superficiali per accorgersi di cosa stesse realmente succedendo, e proprio Togliatti (e quindi i comunisti) che invece non voleva capire la situazione.

3. Conclusioni

L’attività proposta e quindi realizzata è stata sicuramente importante per due motivi principalmente: ha permesso di far conoscere e approfondire agli studenti la realtà storica dell’esodo istriano-fiumano-dalmata; ha dato la possibilità a dei ragazzi di 13-14 anni di svolgere una ricerca basata su fonti documentarie e di comprendere come un avvenimento possa essere interpretato e trasmesso ai propri lettori in modi diversi dai mass media e come questi, ieri come oggi, gli possano di conseguenza dare più o meno importanza.

Bibliografia utilizzata dagli studenti per la realizzazione dell’elaborato

 

«La Nuova Stampa», 4, 7, 12, 14, 15, 16, 18, 19, 22, 26 febbraio 1947
«L’Osservatore Romano», 9, 10, 11, 12, 13, 15, 16, 22, 23 febbraio 1947
«Il Popolo», 2, 9, 16 febbraio 1947
«L’Unità», 1, 2, 5, 7, 11, 12, 13, 14, 23 febbraio 1947