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Frontiera Adriatica

Per Anna Storti Abate

1.  Il 31 Luglio 2025 ci ha lasciato Anna Storti Abate

Mulinano i ricordi, le emozioni, i frammenti. Giuliano Abate ed io siamo amici d’infanzia, figli di colleghi. Nitidissima nella memoria è la presentazione di Anna. Davanti a casa mia Giuliano disse con semplicità: «Lei è Anna» ; e così ho conosciuto quella ragazzina dai capelli rossi.

Dopo il Liceo Classico Stellini di Udine abbiamo preso strade universitarie diverse: Anna a Trieste, Giuliano a Trento, io a Pisa. Ma siamo rimasti sempre in contatto.

Le venture accademiche, anni dopo, mi ricondussero in Friuli Venezia Giulia. Così sbarcai a Trieste come assistente ordinario di Letteratura italiana in quello che si chiamava al tempo Istituto di filologia moderna; contemporaneamente ero professore incaricato all’Università di Udine. Come sottolineava ironicamente un amico, “incarnavo” l’unità regionale.

Sono rimasto a Trieste quattro anni, dal 1978 al 1982: è stata una bellissima esperienza. Il pontifex maximus era Giuseppe Petronio, cui tutti noi per il prestigio culturale e per la differenza d’età riconoscevamo il primato e il comando[1].

Preziosa guida nell’entrare da “oriundo”[2] nell’allora Istituto è stata Anna: e anche grazie a lei che ho trovato una piacevole atmosfera e un sereno milieu . Anna, da sempre cresciuta in quell’ambiente, aveva una particolare sensibilità per la didattica, anche grazie a una sua breve ma intensa esperienza di docente nelle scuole serali. Voglio qui ricordare anche la proverbiale lucidità e il particolare garbo con cui Anna sapeva presentare a un pubblico di ‘non addetti ai lavori’ vari libri di critica e di narrativa.

Anna ha proseguito negli anni e nei decenni una vivace e appassionata ricerca scientifica. Mi limiterò a qualche spunto: ma sono convinto che la sua attività di studiosa meriterebbe una ricognizione a tutto campo. Fondamentali restano le sue ricerche sull’età giolittiana, sugli scrittori vociani, su Slataper e su Stuparich.

Nel 1992 è stata tra i fondatori dell’associazione «Archivio e centro di documentazione della cultura regionale». In questo ambito ha curato il fondamentale carteggio tra Giuseppe Prezzolini e Scipio Slataper tra il 1909 e il 1915 e l’edizione commentata de Il mio Carso di Slataper. Ha collaborato con intensità e passione alle riviste «Problemi», «Aghios» e «Metodi e ricerche».

2. Mi soffermerò su tre testi emblematici del modo di studiare e di lavorare di Anna

Il profilo lucido e serrato di Capuana[3] costituisce una tappa miliare nella ricca storia dei contributi dedicati all’intellettuale e scrittore siciliano: il libro si presenta di fatto come un suggestivo invito alla lettura o alla rilettura complessiva di questo scrittore.

Anna Storti illustra con maestria il rapporto tra la ricca esperienza biografica dell’autore (Mineo, Firenze, Milano, Roma) e la sua multiforme attività (critico teatrale e letterario, giornalista culturale, autore di novelle e racconti, drammaturgo, romanziere, studioso di folklore). Anna riesce sempre a cogliere il nesso tra il retroterra culturale e ideologico e l’autonomo dispiegarsi delle sue multiformi attività. Nel suo libro è così sempre presente un attento e appassionato dialogo con i critici che, a vario titolo e in diverse occasioni, si sono occupati dello scrittore siciliano (in particolare Carlo A. Madrignani, Enrico Ghidetti, Robero Bigazzi, Mario Pomilio).

Nel quadro complessivo della lunga e multiforme attività di Capuana si possono individuare i riferimenti decisivi da un lato a Taine, dall’altro a De Sanctis. Lo scrittore siciliano osserva d’altra parte, negli anni, con particolare attenzione i testi di autori come Dumas fils, Balzac, Verga, Bourget. E in seguito Capuana sa cogliere con particolare finezza anche le prose innovative di D’Annunzio e di Pirandello. Nelle esperienze di Capuana sono costanti, su un altro versante, l’interesse per la ricerca folklorica e l’attenzione alla fiaba e alla letteratura per l’infanzia in genere.

La dimensione e la misura della novella è una delle cifre particolari dell’esperienza narrativa dello scrittore: in questo quadro una particolare attenzione viene dedicata a Ribrezzo e a Tortura. A proposito di Tortura Anna Storti scrive:

«Capuana tentava appunto di dare una voce al silenzio di Teresa. Tutta la novella è una sorta di lungo monologo interiore in forma di discorso indiretto libero (di cui Verga aveva additato le potenzialità), con cui Teresa ricostruisce l’episodio della violenza, ritornando continuamente con la mente più turbata e straziata sullo stesso pensiero e trasformandolo in un’ossessione dagli effetti devastanti. Certo Capuana non aveva la forza e gli strumenti per inventare un linguaggio nuovo, capace di riprodurre mimeticamente il linguaggio della incalzante follia; e tuttavia, pur traducendo tutto il complesso travaglio di Teresa nella lingua della razionalità, era estremamente persuasivo nel ripercorrere quell’alternanza di ricordi, di sensazioni e di ossessioni contrastanti, che lentamente e inesorabilmente avrebbe portato la donna al crollo psichico»[4].

Uno dei passaggi-chiave del volume di Anna è costituito da queste acute osservazioni a proposito del romanzo Profumo:

«I primi segni della crisi culturale che Capuana stava attraversando e del graduale passaggio a forme narrative diverse da quelle naturaliste, che pure non venivano esplicitamente sconfessate, possono essere individuati nel nuovo romanzo Profumo, pubblicato a puntate sulla «Nuova Antologia» dal 1° luglio al 16 dicembre 1890 e poi edito in volume due anni dopo con pochissime varianti (tranne che nel finale, considerevolmente ampliato). È un romanzo che oggi appare molto interessante, non tanto per il suo valore estetico, quanto perché è emblematico dei modi in cui, a cavallo tra i due secoli, si attuò il superamento degli schemi narrativi naturalisti, non «per crisi» ma «per lisi» (secondo un’efficace formula critica di Petronio) e cioè introducendo gradualmente nel modello di romanzo naturalista e verista degli elementi ideologici o formali nuovi e contrastanti con l’impalcatura ed il substrato culturale su cui esso si reggeva e che quindi passo dopo passo venivano modificati»[5].

In sede di bilancio conclusivo Anna scrive saggiamente:

«Se non scrisse capolavori e se nemmeno tra i contemporanei ci furono sopravvalutazioni della sua opera, tuttavia Capuana fu un protagonista della vita culturale del suo tempo: lo dimostra non solo la presenza della sua firma in un numero enorme di periodici di quasi un cinquantennio, ma anche la stima, non solo convenzionale, che gli tributarono i contemporanei, a lui coetanei e anche più giovani, come Verga, De Roberto, Scarfoglio, Pirandello e tanti altri che – come si ricava dall’epistolario  – si rivolgevano a lui per giudizi e consigli. Anche in questo senso egli svolse una importante funzione di orientamento del gusto e di sollecitazione di iniziative artistiche»[6].

3. Nel Marzo del 1983 si è tenuto a Bellaria un convegno di studi su Alfredo Panzini:

nell’occasione Anna Storti tenne una relazione su Panzini piccolo-borghese, che è stata poi pubblicata sulla rivista «Problemi» (n. 67, 1983, pp. 119-138). Panzini ha avuto un successo crescente nella prima metà del Novecento: seguito, letto, recensito, per poi, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, essere dimenticato; come osservava acutamente Giuseppe Petronio, si era inabissato come un fiume carsico (al pari di un autore come Antonio Beltramelli). La concorde conclusione degli studiosi è “oggi nessuno legge Panzini”.

Il convegno di Bellaria del 1983, ripercorrendo l’iter di Panzini, cerca di comprendere le varie ragioni di questo “inabissamento”. In questo quadro si colloca l’intervento di Anna Storti, che appare un gioiellino, per l’acutezza delle osservazioni, la lucidità delle argomentazioni, la pertinenza delle citazioni.

La studiosa coglie con grande sicurezza lo snodarsi della cultura e dell’ideologia panziniana, individuando abilmente costanti e varianti. Costante nell’autore è il nesso profondo tra nucleo ideologico ed evoluzione linguistico-stilistica. Nei testi di Panzini la visione del mondo classico (greco e romano) rimane un saldo punto di riferimento:

«Questa meravigliosa Ellade antica è oggi ai miei occhi come una necropoli bianca, una città morta piena di statue bianche, dai marmorei occhi vuoti.

Molte volte io, alquanto seccato dai fischi delle macchine, irritati i nervi dal sibilare delle sirene, nauseato anche dalle circolari, dagli avvisi fiscali di questa nostra civiltà, mi sono rifugiato per mio spirituale riposo in questa necropoli bianca dei grandi morti ellenici. Quando voi siete ammalati di nervi, il medico vi dice: “Fate un bel viaggio!” Ma non tutti hanno la possibilità di fare un bel viaggio; ed è per questo che allora io viaggio per questa necropoli di morti; così imperturbabili in apparenza, così commossi in profondo»[7].

La visione del mondo classico è rassicurante perché si tratta di un’esperienza definita e conclusa, che non postula né ammette cambiamenti. E l’osservatore Panzini misura, passo dopo passo, la propria capacità di cogliere serenamente la realtà di questa “necropoli bianca”.

La posizione ideologica complessiva dello scrittore è quella della piccola borghesia, indagata dalla studiosa con le sagge griglie storiche e interpretative di Sylos Labini[8] senza alcuna forzatura deterministica. La piccola borghesia, in questo quadro, appare collocata tra una classe dirigente (alto borghese o nobiliare) e il proletariato.

«Ma non avrei mai supposto che mi aspettava l’estremo oltraggio di passare per signore, che mi sarei trovato nella sgradevole condizione che i poveri mi respingevano perché mi stimavano ricco; come i ricchi mi avevano respinto sentendo in me il non grato profumo della povertà»[9].

E ancora: «Piccolo borghese? Credete di offendermi? Ma no! È una delle poche cose buone che rimangono all’Italia»[10].

L’ironia rimane lo strumento fondamentale con cui lo scrittore guarda alla realtà delle classi, al retroterra culturale, alle mappe della società. E l’ironia attutisce, corregge, sottolinea. Ha scritto felicemente Anna:

«Panzini non solo ammetteva la propria collocazione sociale nell’ambito dei ceti medi, ma di questi condivideva pienamente i capisaldi ideologici, che troviamo costantemente riaffermati nelle sue opere; a mio avviso, anzi, col crescere del successo, egli imparò a sfruttare anche questo elemento ideologico per rincorrere un numero sempre più largo di lettori proprio tra quei ceti piccolo-borghesi colti»[11].

D’altra parte ci sono momenti storici in cui Panzini registra con preoccupazione e timore il “pericolo rosso”. Così, dopo la Prima guerra mondiale, si avverte una torsione reazionaria, anche per paura di perdere i privilegi derivanti dal suo successo letterario. Ma, come viene segnalato nell’articolo di Anna, lo scrittore non toccò i toni quasi isterici di altri autori (come Butti, Oriani, Corradini, in parte anche D’Annunzio).

Una particolare attenzione viene prestata al romanzo di Panzini Il padrone sono me! (scritto tra il 1918 e il 1922, pubblicato nel 1922), tutto incentrato sulla problematica del rapporto tra padroni e servi. Nella prima parte il quadro è quasi idilliaco; nella parte finale invece scoppia il dramma e «le ultime pagine del romanzo presentano un quadro tremendamente fosco delle campagne emiliane percorse da frotte di scalmanati che distruggono, rubano la roba dei “signori” e commettono ogni sorta di prepotenze»[12].

Conclude saggiamente, in sede di bilancio, Anna Storti:

«Questa dunque, nelle sue linee generali, l’ideologia implicita ed esplicita di Panzini, quale possiamo ricavarla dalle sue opere; un’ideologia non esente, anzi piena di contraddizioni, che però, come ho tentato di dimostrare, erano imputabili non solo all’uomo ma anche alla classe cui era legato da legami organici e di cui esprimeva la visione del mondo, legami che avrebbe imparato presto anche a sfruttare per ottenere il successo più largo possibile» [13].

4. Anna si è occupata per anni e per decenni della letteratura triestina

Tra gli ultimi lavori voglio qui ricordare l’edizione commentata del Diario 1913-1915 di Giani Stuparich[14].

Il testo, fino a quel momento inedito, è conservato presso l’Archivio diplomatico della Biblioteca Civica “Attilio Hortis” di Trieste. La relativa cartella comprende documenti di varia natura: «agendine, lettere, cartoncini dei pacchetti di cioccolata con annotati dei pensieri, un quaderno a righe con la copertina nera e molti fogli non rilegati»[15]. Nel libro curato da Anna sono stati trascritti il quaderno e il diario 1.10.1913-1.2.1915 che «ad un attento esame, si sono rivelati complementari, non solo perché entrambi seguono la forma diaristica, ma anche perché recano date che si integrano senza sovrapporsi mai»[16].

Il Diario 1913-1915 non presenta scansioni di giorni o di eventi quotidiani ma è la registrazione di una intensa e inquieta ricerca di riferimenti culturali. Stuparich segue attentamente libri, articoli di riviste, dibattiti. L’interlocutore principale del Diario è il fratello Carlo: e ci sono anche progetti di lavori a quattro mani. Interlocutori diretti o indiretti sono Scipio Slataper, Giuseppe Prezzolini, Alberto Spaini e il futuro germanista Guido Devescovi.

Stuparich si trova a Praga della cui Università dà un quadro molto negativo; scrive infatti: «tutta sta atmosfera di miasmi dalle fabbriche filologiche, di puzzo dai camini grammatico-verbali e di veleni fumanti dalle fiasche di pigrizia borghese e di ben malinconico stare e dai letamai di morali serra-occhi e mazza-pidocchi»[17].

In realtà anche grazie al soggiorno praghese Stuparich ha modo di conoscere scrittori come Hebbel, Goethe, Lessing, Thomas Mann, Rainer Maria Rilke, Karl Kraus. Stuparich segue attentamente anche le riviste primo novecentesche italiane e osserva con grande puntualità i dibattiti (il rapporto Croce-Gentile, le polemiche di Papini contro Croce, ecc.). Da questo punto di vista il Diario diventa anche un efficace strumento per l’introspezione e l’analisi dei propri stati d’animo. Ha scritto Anna Storti:

«Bersaglio polemico principale è quello che lui chiama “romanticismo”, una disposizione morale prima ancora che una corrente culturale, cui attribuisce mancanza di sincerità, atteggiamenti di posa, vuota esteriorità volta a mascherare una esperienza carente. È un pericolo che avverte sempre in agguato anche dentro di sé e di molti dei contemporanei che stima maggiormente»[18].

Sono particolarmente suggestivi nel Diario i riferimenti quasi parafreudiani al valore e al significato dei sogni e dei ricordi. C’è in Stuparich poi un vivo interesse per le vicende della Boemia, in un quadro che palesa un apparente disinteresse per la storia. Il Diario si chiude il 25 Maggio 1915. Osserva Anna Storti:

«Sono giornate drammatiche per l’Italia e anche per il giovane Stuparich, che proprio in quei giorni stava maturando la decisione di arruolarsi volontario. Proprio lui che, negli articoli vociani, aveva vagheggiato una trasformazione federale dell’impero, che garantisse la convivenza pacifica di nazioni amiche e uguali, e che aveva ironizzato sulle parole d’ordine belliciste della propaganda nazionalista, ora appariva rassegnato all’inevitabile soluzione militare delle controversie nazionali e coerentemente ne accettava tutte le conseguenze sul piano personale»[19].

Con grande efficacia Anna conclude così la sua magistrale Introduzione al Diario:

«Il pensiero della madre è ricorrente nelle lettere e negli scritti di tutti i combattenti nella prima guerra mondiale e i fratelli Stuparich non fanno eccezione. Il pensiero della morte, che ogni soldato non può non sentire incombente, suscita in tutti la consapevolezza del dolore che la propria morte arrecherebbe alla madre. Carlo ne parla nel suo testamento spirituale, esprimendo il rammarico di non essere riuscito a esprimere la «grande storia solitaria» della madre. Ancora a lei vanno i pensieri dei due fratelli in molte delle lettere che si scambiano nei mesi successivi.
Anche questo diario, nel quale Giani ha dibattuto tante questioni teoriche, ha svolto una approfondita analisi interiore e ha affrontato molti dei problemi culturali tipici del suo tempo, nel momento drammatico che l’Italia sta attraversando si chiude con questo pensiero e con dei versi, per di più dedicati a un affetto moto privato»[20].


NOTE

[1] Cfr. Su/per Petronio. Scritti offerti a Giuseppe Petronio nel XXXVI anniversario del suo incontro con Trieste dagli “ex” di Filologia Moderna, Trieste 1999.

[2] Ho scritto al tempo: «A Trieste mi sono sentito, calcisticamente parlando, come uno degli “oriundi” che furoreggiavano negli stadi degli anni ’50 e ’60. Per dirla con Bruno Migliorini: “giocatore di calcio di nazionalità straniera ma di origine italiana, che gioca in una squadra italiana.” Ho partecipato dunque con zelo e impegno, sotto la guida del “Mister” Petronio, a quattro “campionati” e conservo sempre sfavillante e ben stirata la maglia rossoalabardata» (Su/per Petronio cit., p. 13; poi in G. Borghello, Sequenze, Marsilio, Venezia 2019, p. 256).

[3] A. Storti Abate, Introduzione a Capuana, Laterza, Roma-Bari 1989.

[4] Ivi, p. 100.

[5] Ivi, pp. 118-119.

[6] Ivi, p. 147

[7] A. Panzini, Santippe, in Idem, Romanzi d’ambo i sessi, Mondadori, Milano 1943, pp. 563-564.

[8] P. Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali, Laterza, Roma-Bari 1974.

[9] A. Panzini, La lanterna di Diogene, Treves, Milano 1918, p. 101.

[10] A. Panzini, Viaggio di un povero letterato, Treves, Milano 1919, p. 50.

[11] A. Storti Abate, Panzini piccolo-borghese, in «Problemi», n.67, 1983, p. 123.

[12] Ivi, p. 136.

[13] Ivi, p. 138.

[14] G. Stuparich, Diario 1913-1915, a cura di A. Storti, EUT, Trieste 2022.

[15] A. Storti, Nota al testo, in G. Stuparich, Diario 1913-1915, cit., p. 47.

[16] Ibidem.

[17] G. Stuparich, Diario 1913-1915, cit., p. 132.

[18] A. Storti, Introduzione a G. Stuparich, Diario 1913-1915, cit.

[19] Ivi, p. 44.

[20] Ivi, p. 45.