
Trieste 26 ottobre 1954, entrata in città delle truppe italiane. La manifestazione inizia a San Giusto (Fig. 1). Le strade del centro sono piene di automobili ferme e moto che si muovono a parata: un ingorgo di mezzi e persone. Tutto sembra essersi fermato. Le facciate delle case sono imbandierate: anche quella dell’hotel Excelsior. Quel giorno pioveva e faceva freddo. Lo si comprende dai cappotti, dagli impermeabili e dalle donne con le scarpe grosse e il foulard stretto sotto il mento, mentre scendono frettolosamente scale o sono arrampicate ai cornicioni bassi delle case. Nessuno vuole perdersi questo avvenimento. Le strade bagnate sono un fiume di persone. Lungo il percorso del corteo militare è un affannarsi di braccia alzate.

Alcuni allungano le mani verso i finestrini delle camionette, come se toccarle potesse amplificare la propria sensazione di esserci in quella giornata memorabile. La folla invade i camions, recita la didascalia. Altri cercano riparo dalla pioggia sferzante sotto tendoni improvvisati. Passano i bersaglieri: tra loro anche i reduci del ’18. Sorvolano i reattori: sono tre ed appaiono tra i lampioni della piazza. Arrivano i primi marinai e sul molo attracca la 1a unità di guerra dal cui camino si alza uno sbuffo di fumo nero, sullo sfondo di un cielo livido. Piazza Unità, gremita, è un mare di ombrelli aperti. Lo sguardo di tutti è rivolto alle rive, dove si snoda la parata. C’era pioggia e anche vento: il tricolore in Piazza Unità d’Italia sventola alto sulla torre del palazzo municipale e sui pili portabandiera con l’alabarda. Tra la folla, in posa, mia nonna, mio zio e mia zia ancora fidanzati. Tutti e tre abbracciati, con il cappuccio in testa. Mia nonna sembra infreddolita con le mani in tasca nel Montgomery beige che era già stato di mio papà, mentre i miei zii sorridenti, guardano diritti verso la macchina fotografica (Fig. 2). Il fotografo era mio padre che aveva, da poco più di un mese, compiuto 24 anni ed era appena rientrato dal suo primo imbarco. Quel giorno doveva esserci, in mezzo a quella folla, anche mia mamma con la sua famiglia perché è suo il foulard tricolore che per anni, incorniciato, è rimasto appeso in corridoio, ad accogliere chiunque entrasse a casa nostra.

Trieste 4 novembre 54. Visita del Presidente Einaudi e del 1° Ministro Scelba. Le immagini ci portano in piazza Unità la sera del 3, poco prima che il generale De Renzi si rechi in Municipio. Persone stipate sotto il palazzo comunale, con bambini e bambine per mano, sostano tranquille accanto al picchetto d’onore. Niente ricorda la frenesia della settimana precedente. Sono trascorsi pochi giorni ed ora tutto appare più calmo ed ordinato. Il 4 però la piazza torna a riempirsi e assume un’aria più festosa. Sulle rive sfilano l’Aeronautica e gli Alpini, mentre sullo sfondo la «Vespucci», attraccata alla stazione marittima, esibisce il suo ricco gran pavese con decine di bandiere grandi e piccole che sventolano. Il vento non manca mai in questa città. I corazzieri entrano in piazza a cavallo e i reparti militari salutano l’arrivo del presidente della Repubblica. Sul molo altre navi militari incorniciano, con file di bandiere, l’ingresso delle autorità. La macchina presidenziale è a due passi, scortata dai corazzieri, con Einaudi e il sindaco Bartoli e le rispettive mogli. Mio padre deve essere arrivato lì molto presto per poter fotografare tutto così da vicino. Le didascalie, scritte con l’inchiostro bianco sui fogli neri dell’album di famiglia, raccontano lo snodarsi delle ore di una giornata memorabile. In cielo non c’è una nuvola. Dalla luce sembra spuntare anche qualche raggio di sole. Le donne hanno scarpe eleganti. Picchetti d’onore. Saluti e sorrisi. In una foto, sotto il palco delle autorità, appare mio papà, anche lui elegante con cappotto, camicia e mani in tasca (Fig. 4). Nella foto accanto, Einaudi saluta la folla con il braccio alzato che spunta dall’auto presidenziale aperta, mentre il sindaco Bartoli sorride compiaciuto (Fig. 3). Poi appare Scelba davanti al microfono e sotto il palco continua la sfilata degli alpini con i muli, i carabinieri e i bersaglieri.
La storia quotidiana della mia famiglia paterna, attraverso queste foto in bianco e nero che raccontano anniversari, compleanni, viaggi, hanno volti di parenti ed amici dimenticati, si lega, seppur involontariamente, con le turbolenze della Storia. Qui dentro c’è tutto: il piccolo e il grande. Le storie e la Storia: indivisibili come i fogli di questo album tenuti assieme da un nastro nero. Guardando queste immagini, pagina dopo pagina, si ricompone un tempo inedito, dove passato, presente e futuro sembrano convivere. Questa storia piccola e grande mi appartiene. È la mia storia! Queste foto sono il nutrimento dell’onda lunga del mio ricordo. Una esperienza per cui qualcosa che non è propriamente mio diventa parte integrante di me. Un filo che mi tiene ancorata ad una storia di appartenenza che, nel bene e nel male, mi definisce e di cui sono sia la depositaria che la custode. Un processo che mi interroga, ma questo penso valga per tutti noi, sul senso della trasmissione della memoria e del ricordo. Una responsabilità che è personale ma anche collettiva, perché tutti, alla fine, siamo intimamente legati da legami sociali oltre che personali.
L’effimera sostanza tecnologica che oggi sperimentiamo, con la produzione di un numero spropositato di foto digitali e di documenti “a basso costo” rischia di disperdere un patrimonio di storie. Dove e come conserviamo? Qui non si tratta solo di dimenticare i fatti, perché non ne salviamo la memoria, ma anche di recidere le nostre stesse radici, che si mantengono vive attraverso i ricordi, le testimonianze e la trasmissione dei racconti di chi ci ha preceduto. Un danno che mette a repentaglio non solo la narrazione della storia grande o piccola che sia, ma la nostra stessa identità perché attacca in profondità la possibilità di riconoscersi nell’altro che è stato prima di me. L’illusione di poter vivere in un eterno presente è una finzione, e per certi versi anche una patologia, perché il tempo non è una variabile che posso in alcun modo governare ma solo subire. Il passato esiste ed ha un peso. Ed anche il futuro richiede la sua parte dal presente. La storia, questo filo lungo che unisce il tempo e mondo con le persone che lo abitano, siamo noi, canta De Gregori. Noi siamo la storia. Noi facciamo la storia. Un impegno e una responsabilità che dobbiamo tutti assumerci.
Come non ringraziare mio padre per questo regalo?

Nota: le foto che accompagnano questo scritto fanno parte di uno dei numerosi album di famiglia che mio padre ci ha lasciato in eredità. Tutti, anche questo, perfettamente in ordine cronologico e che seguono le vicende di famiglia dagli ultimi anni dell’800 fino quasi ai nostri giorni. In particolare, in questa raccolta ogni fotografia è accompagnata da una breve didascalia scritta da mia padre. Da qui sono partita per raccontare quelle immagini.