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Frontiera Adriatica

M. Bucarelli (a cura di), Documenti sulla pace adriatica. Il negoziato per gli accordi di Osimo nelle carte della diplomazia italiana, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Roma 2025

Recensire un volume frutto di un lavoro a cui si è partecipato in prima persona è sicuramente un’opera tanto eterodossa quanto scivolosa, ma presenta alcuni vantaggi, primo fra tutti quello di avere una conoscenza non disprezzabile non solo del contenuto del volume stesso, ma anche del processo che ha portato alla sua realizzazione – in questo caso più di altri affatto peculiare – e la documentazione su cui esso si poggia. Il volume, come il lettore avrà già intuito dal titolo di questa nota (auto)critica, è Documenti sulla pace adriatica. Il negoziato per gli accordi di Osimo nelle carte della diplomazia italiana, curato dal prof. Massimo Bucarelli, professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università Sapienza di Roma, edito dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in occasione del cinquantesimo della firma degli accordi di Osimo del 10 novembre 1975 e liberamente scaricabile, così come tutti gli altri volumi dei Documenti Diplomatici Italiani, alla pagina www.farnesina.ipzs.

Gli accordi di Osimo, generalmente ricordati semplicemente come l’atto con cui l’Italia riconobbe formalmente la sovranità jugoslava sull’ex Zona B del mai nato Territorio libero di Trieste, o al più per la zona franca industriale che avrebbe dovuto sorgere sul Carso triestino a cavallo tra Italia e Jugoslavia, hanno rappresentato a più livelli uno spartiacque fondamentale, se non proprio nella storia d’Italia, quantomeno in quella del suo confine orientale. Ciò innanzitutto, è evidente per le sue ripercussioni politiche internazionali: quella che è stata giustamente definita «l’ultima pagina dell’ultimo capitolo della guerra»[1] chiudeva infatti il contenzioso italo-jugoslavo apertosi con la Seconda guerra mondiale ad oltre trent’anni dalla sua fine, riconoscendo come accennato la sovranità jugoslava sull’ex Zona B (Istria nord-occidentale) oltre che, per reciprocità, quella italiana sull’ex Zona A (Trieste e provincia), ma anche chiudendo altre questioni irrisolte come ad esempio quella del confine marittimo italo-jugoslavo nel golfo di Trieste o la questione delle “sacche” di occupazione italiana in Jugoslavia e quella, ben più rilevante, delle “sacche” di occupazione jugoslava in Italia nelle province di Udine e Gorizia.

Se il grosso dell’opinione pubblica italiana sostanzialmente quasi non si accorse della stipula degli accordi di Osimo, altrettanto non si può dire per quanto riguarda alcuni suoi settori, come il mondo neofascista (tradizionalmente pronto ad additare come traditori i partiti democratici che si erano ritrovati a dover riconoscere la perdita di quanto era stato perso dal fascismo), buona parte del mondo degli esuli e infine buona parte dei triestini (peraltro in numero considerevole esuli). La netta opposizione a Osimo di questi settori della società, che a Trieste finirono per allearsi con esponenti delle sensibilità più disparate (dagli ecologisti ai massoni, dagli indipendentisti ad alcune frange della minoranza slovena), portò da una parte alla mancata attuazione della zona franca internazionale, e dall’altra alla nascita e all’affermazione a Trieste della Lista per Trieste (meglio nota come “Lista del melone”) e alla fine della fase storica iniziata nel dopoguerra che aveva visto la Democrazia Cristiana affermarsi come principale partito e motore della politica triestina.

I tanto dibattuti e osteggiati accordi di Osimo presentavano sino ad oggi una peculiarità: di essi si conoscevano i testi pubblici e, quantomeno tra addetti ai lavori, i dettagli del percorso negoziale che aveva portato Italia e Jugoslavia alla loro stipula, ma tutte le ricostruzioni fin qui prodotte dalla storiografia si erano dovute scontrare con l’indisponibilità delle fonti diplomatiche italiane conservate presso l’Archivio storico diplomatico del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. In sintesi, quindi, erano note le azioni compiute dalla diplomazia italiana e i risultati da essa conseguiti, ma vi era un grado relativamente alto di incertezza relativamente alle motivazioni e alle ragioni che avevano portato l’Italia repubblicana a compiere determinate scelte, in merito alle quali erano state formulate le ipotesi più disparate che non potevano trovare alcun riscontro archivistico.

A colmare questa lacuna interviene oggi il volume curato da Massimo Bucarelli, in cui viene pubblicata una selezione di 49 documenti diplomatici italiani sul percorso negoziale che portò alla stipula degli accordi di Osimo non solo inediti, ma per di più quasi tutti provenienti dall’Archivio storico diplomatico del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dove sono stati resi per la prima volta disponibili agli studiosi nell’ambito dei lavori del Comitato scientifico per la pubblicazione dei documenti diplomatici italiani presieduto dal prof. Francesco Lefebvre D’Ovidio, già professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università Sapienza di Roma e autore della prefazione del volume, e grazie alla preziosissima assistenza per la ricerca e l’edizione delle archiviste di Stato del ministero dott.sse Rita Luisa De Palma ed Ersilia Fabbricatore. Questi documenti, corredati da una serie di note esplicative, consentono finalmente di ricostruire – carte alla mano – la prospettiva della diplomazia italiana nel percorso che portò ad Osimo, operazione svolta all’interno del volume dai due saggi di Massimo Bucarelli[2] e dello scrivente[3] dedicati rispettivamente al negoziato nel suo complesso e a quello relativo alla specifica questione delle minoranze.

Per brevità, ritengo che in questa sede sia opportuno limitarsi a evidenziare quanto il volume fa emergere relativamente al punto di vista della diplomazia italiana rispetto ad alcuni fra i principali aspetti del negoziato che portò agli accordi di Osimo e ai risultati che con essi l’Italia repubblicana conseguì o riteneva di poter conseguire, alcuni dei quali già in parte emersi da precedenti stagioni di ricerca, altri invece sostanzialmente innovativi.

Il primo punto è, immancabilmente, quello confinario. Il Memorandum d’intesa di Londra del 5 ottobre 1954 con cui si era chiusa di fatto la questione di Trieste non aveva risolto tutte le controversie tra i due vicini adriatici. L’accordo del 1954 era infatti volutamente ambiguo e si prestava pertanto ad opposte interpretazioni, tali per cui l’Italia aveva continuato a rivendicare la sovranità formale (ma non l’amministrazione, assegnata indefinitamente alla Jugoslavia) sull’ex Zona B, mentre la Jugoslavia riteneva che l’ex Zona B facesse ormai parte del proprio territorio non meno di quanto l’ex Zona A facesse parte di quello italiano. Inoltre, il Memorandum d’intesa di Londra non conteneva alcuna disposizione rispetto alla delimitazione delle acque territoriali nel golfo di Trieste, né tantomeno relativamente alla già menzionata questione delle “sacche”, alcune delle quali avevano un elevato valore strategico per la difesa dell’Italia in caso di un attacco terrestre proveniente da oriente.

Con quelli che sarebbero infine stati gli accordi di Osimo – punto di arrivo di un percorso negoziale avviato in seguito alla repressione sovietica della “primavera di Praga” su impulso della stessa Italia, preoccupata della tenuta della Jugoslavia e della sua neutralità nell’era dell’applicazione della dottrina della sovranità limitata lanciata da Brežnev – l’Italia repubblicana intendeva conseguire una sicura delimitazione confinaria del proprio territorio, e al contempo assicurarsi l’amicizia e la stabilità della Jugoslavia neutrale, elemento prezioso per assicurare che le truppe del Patto di Varsavia continuassero a mantenersi a qualche centinaio di chilometri di distanza dal territorio italiano. Questi risultati furono sostanzialmente conseguiti, in quanto con il Trattato di Osimo l’Italia ottenne il definitivo riconoscimento della propria sovranità sull’ex Zona A (ottenuto dapprima dalla Jugoslavia e in seguito dalle stesse Nazioni Unite), l’evacuazione della quasi totalità delle “sacche” di occupazione jugoslava in Italia, e un confine marittimo nel golfo di Trieste tale da assicurare che nelle acque territoriali italiane ricadesse una fascia di fondali abbastanza profondi da poter consentire anche alle navi di dimensioni maggiori (come le c.d. “superpetroliere”) di raggiungere il porto di Trieste senza dover attraversare le acque jugoslave.

Per ottenere questo risultato l’Italia dovette pagare un prezzo non indifferente sul piano territoriale e politico: innanzitutto, come accennato, dovette riconoscere la sovranità jugoslava sull’ex Zona B, ma dovette anche accettare che alcune “sacche” minori senza alcuna rilevanza strategica fossero cedute definitivamente alla Jugoslavia, e poi ancora la costruzione di una strada internazionale a uso esclusivo della Jugoslavia sul costone del monte Sabotino posto sotto la sovranità italiana. Dal punto di vista italiano si trattava di un prezzo assai oneroso, motivo per cui i negoziatori italiani cercarono di ottenere delle contropartite di natura non territoriale da poter presentare come compensazione all’opinione pubblica italiana, e in particolar modo a quella residente nell’area di frontiera con la Jugoslavia. Da parte italiana si puntò dunque su delle misure che si riteneva avrebbero potuto rappresentare un volano per l’economia delle aree di frontiera e in particolar modo della città di Trieste, come il già menzionato ottenimento di un confine marittimo favorevole al porto del capoluogo giuliano, e in particolar modo la zona franca industriale sul Carso.

 Quest’ultima, infatti, era stata intesa come uno strumento volto ad ottenere un allargamento e un rilancio dell’industria triestina, peraltro a tutto vantaggio del porto di Trieste e non a quello del porto concorrente – e ormai definitivamente jugoslavo – di Capodistria, a livello infrastrutturale piuttosto mal collegato con l’area carsica in cui si prevedeva la costruzione della zona franca internazionale. Un progetto sicuramente ambizioso e di ampio respiro, ma che, come già accennato, non venne mai realizzato per via della dura opposizione di buona parte dell’opinione pubblica triestina, che si oppose strenuamente ad una misura che era stata inizialmente ideata proprio per cercare di attirare il suo favore agli accordi di Osimo.

Un altro aspetto degli accordi di Osimo per cui l’Italia è stata spesso criticata nel corso degli anni è quello delle minoranze. Per preciso volere italiano, infatti, con il Trattato di Osimo le tutele internazionali di cui godevano la minoranza “jugoslava” nell’ex Zona A e quella italiana nell’ex Zona B in base al Memorandum d’Intesa del 1954 e al suo Allegato II, lo “Statuto speciale” per le minoranze, venivano a decadere, con la trasposizione delle tutele già godute dalle minoranze dal piano del diritto internazionale a quello del diritto interno dei rispettivi Stati di residenza. Per questo motivo, negli anni l’Italia è stata accusata di insensibilità nei confronti delle minoranze, quanto non addirittura di puntare all’assimilazione della propria minoranza slovena e di disinteressarsi completamente della minoranza italiana dei “rimasti” in Jugoslavia.

Dalla documentazione diplomatica italiana emerge invece un quadro ben differente: le profonde divergenze tra i regimi politici vigenti in Italia (democrazia liberale in cui vigeva lo stato di diritto) e in Jugoslavia (democrazia popolare dove il rispetto del diritto era alquanto aleatorio) avevano fatto sì che molte delle tutele internazionali godute formalmente da entrambe le minoranze fossero generalmente rispettate a senso unico, il più delle volte a discapito della minoranza italiana. Inoltre, l’esperienza aveva dimostrato che le uniche tutele rispettate dalla Jugoslavia non erano quelle derivanti da impegni giuridici, ma bensì quelle derivanti da impegni di natura politica, frutto di precisi accordi stipulati con l’Italia volti ad ottenere precisi vantaggi a favore della minoranza slovena.

Ma, oltre a non garantire l’applicazione delle tutele formali godute dalla minoranza italiana nell’ex Zona B, il meccanismo previsto dal Memorandum d’Intesa di Londra prevedeva poi un droit de regard dei due Stati sulle reciproche zone di amministrazione del mai nato TLT, droit de regard che l’Italia sin dal principio del percorso negoziale che avrebbe portato ad Osimo voleva far decadere, in modo da escludere qualsiasi ingerenza nella vita dell’ex Zona A da parte del regime jugoslavo e dei suoi eventuali successori, sia interni che internazionali. Dal punto di vista italiano la decadenza dello Statuto speciale non era un elemento secondario ma anzi, come chiarito dalla documentazione, uno degli unici due punti del negoziato a contare veramente ai fini del raggiungimento di un accordo con la Jugoslavia assieme alla soluzione del contenzioso territoriale.

Questo risultato, come anticipato, venne anch’esso conseguito dalla Repubblica italiana, dal momento che con il Trattato di Osimo il Memorandum d’intesa e lo Statuto speciale decaddero le tutele godute dalle reciproche minoranze, che, pur rimanendo in vigore, furono trasposte dal piano del diritto internazionale a quello del diritto interno dei due Stati. Ciò dal punto di vista italiano avrebbe consentito un mantenimento e possibilmente anche un ampliamento delle tutele esistenti a favore delle reciproche minoranze, ma escluso qualsiasi possibilità d’interferenza da parte jugoslava sulla vita dell’ex Zona A e più in generale della Repubblica italiana entro i suoi chiari e introvertibili confini di Stato.

Il volume curato da Massimo Bucarelli consente dunque di chiarire motivazioni e ragioni dell’azione politica e diplomatica italiana, permettendo così di sciogliere gli ultimi importanti nodi interpretativi relativi al percorso che nel novembre del 1975 portò Italia e Jugoslavia alla stipula di quegli accordi di Osimo di cui oggi possiamo finalmente comprendere con pienezza l’effettiva portata politica dal punto di vista dell’Italia repubblicana.


NOTE

[1] M. Bucarelli, La politica estera italiana e la pace in Adriatico: il negoziato per la soluzione della questione di Trieste (1968-1975), in M. Bucarelli (a cura di), Documenti sulla pace adriatica. Il negoziato per gli accordi di Osimo nelle carte della diplomazia italiana, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Roma 2025, p. IX.

[2] Ivi.

[3] A. Bonifacio, L’Italia e la questione delle minoranze nel negoziato per il Trattato di Osimo, in ivi

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