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Frontiera Adriatica

Le origini del movimento cetnico

Abstract

Il movimento cetnico serbo è nato da un gruppo di Soldati-contadini durante la prima insurrezione contro la dominazione ottomana (1804). Nei decenni successive, I cetnici furono utilizzati dal principato serbo nella lotta di liberazione contro Costantinopoli e poi, dal 1878, come strumento di penetrazione in Macedonia e Cosovo per sostenere la creazione di una “Grande Serbia”. I cetnici erano nazionalisti, monarchici e combattenti tenaci. Furono impiegati nelle due guerre balcaniche (1912-1913) e organizzati come unità di guerriglia durante la Prima guerra mondiale. Con la Fondazione del Regno dei Serbi Croati e Sloveni, i cetnici divennero una forza politica per stabilire una leadership serba sulla Jugoslavia. Ciò nonostante, mantennero anche una struttura paramilitare. Le “tradizionali” unità cetniche si dissolsero dopo l’invasione dell’Asse (1941). Vennero nuovamente fondate come collaborazionisti (i cos’ detti “cetnici neri” di Kosta Pećanac) o come movimento di resistenza raccolti attorno al generale Draža Mihailović.

Parole chiave: Cetnici, Serbia 1878-1918, Guerre balcaniche, Prima guerra mondiale, Regno dei Serbi Croati e Sloveni, Regno di Jugoslavia, Nazionalismo serbo, Pećanac, Grande Serbia

«Io sono voivoda, duca. Questo titolo me l’ha trasmesso il più vecchio condottiero cetnico ancora in vita, Momčilo Djujić, dalla California. Io organizzo le azioni della nostra guerriglia, determino gli obiettivi».

Così si esprimeva in un’intervista allo «Spiegel» (ripresa dal settimanale italiano «Panorama»), il leader del Partito radicale serbo, Vojslav Šešelj[1]. Era il settembre 1991, e da circa due anni la Jugoslavia aveva iniziato il suo rapido e doloroso processo di disintegrazione. Il 26 giugno dello stesso anno la Slovenia e la Croazia avevano proclamato unilateralmente la loro indipendenza. Ne erano seguiti per la prima un rapido conflitto, che aveva sancito lo status quo di una separazione più di tanto non sofferta da Belgrado. Nel secondo caso, la guerra tra l’armata jugoslava e la Garda del presidente croato Tudjman, al momento dell’intervista del leader estremista serbo, era ancora in corso. Di lì a poco, anche la Macedonia e la Bosnia-Erzegovina avrebbero proclamato le loro rispettive indipendenze. Si parlò, come avrebbe scritto il giornalista italiano Dino Frescobaldi, di «finis Jugoslaviae»[2].

Esponente politico estremista, ex professore di sociologia a Belgrado, condannato dai giudici di Tito a quasi due anni di carcere per deviazionismo nazionalista, Šešelj, non pago di avere rifondato lo sciovinista Partito radicale serbo (uno dei protagonisti principali della Jugoslavia monarchica sottoposta al giogo belgradese), avrebbe presto preso il comando del movimento neocetnico.

Dei cetnici si sarebbe parlato a lungo, nelle cronache della “Guerra dei dieci anni” che avrebbe squassato la Jugoslavia tra il 1991 e il 2001. Presenti sottoforma di milizie serbe locali in contrapposizione ai croati nella guerra serbo-croata del 1991-92 (la cosiddetta “guerra delle Krajine”), protagonisti, come unità ausiliarie dell’esercito serbo-bosniaco, di alcuni dei più sanguinosi scontri e massacri della terribile guerra di Bosnia del 1992-95, e ancora unità di prima linea direttamente collegata a Belgrado nella guerra per il Kosovo, i cetnici rientrarono nel lessico comune delle opinioni pubbliche mondiali.

Ma chi sono, o meglio, chi sono stati, i cetnici? Da dove nasce questo nome e in quali occasioni si sono presentati nella storia della Serbia e della Jugoslavia?

La storiografia sull’argomento è piuttosto vasta, sebbene ben poco sia stato fatto in Italia: una curiosa lacuna, tenendo conto che, nel corso dell’occupazione di vaste regioni della Jugoslavia da parte dell’esercito italiano durante la Seconda guerra mondiale, i cetnici – in molte delle loro complicate declinazioni politico-ideologiche – furono un utile strumento a disposizione delle nostre truppe. Il tema dei cetnici è stato quindi affrontato dalla storiografia italiana per lo più con un approccio periferico, per meglio inquadrare la situazione globale. Tra i diversi studi, si potrebbero ricordare le ricostruzioni pubblicate dall’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito (Ussme). Se il primo lavoro compiuto sul sistema d’occupazione italiano, quello di Loi[3] ha soltanto sfiorato l’argomento, la successiva, monumentale opera di Talpo sull’occupazione della Dalmazia ha fatto emergere l’articolata tematica dei rapporti tra le popolazioni serbe locali (e le loro organizzazioni paramilitari e politiche) e le autorità d’occupazione italiane[4]. In seguito, la ricerca condotta da chi scrive sull’occupazione della Slovenia ha aggiunto un tassello, seppur modesto vista la limitata entità del fenomeno nella regione analizzata, relativo all’attività cetnica nella cosiddetta “Provincia autonoma di Lubiana”[5]. A parte i tipi dell’Ussme, si potrebbe citare la monografia, a metà tra la memorialistica e la rigorosa ricostruzione su base archivistica, del Barbara, che focalizza la sua attenzione sull’articolato microcosmo cetnico in Montenegro[6]. Anche alcuni tra gli storici specializzati in Jugoslavia e Balcani, come Bianchini, Privitera[7] e Pirjevec[8], si sono occupati marginalmente dei cetnici, nei loro studi sull’ex Stato degli “Slavi del sud” durante l’ultimo conflitto mondiale.

Fig. 1 Balcani 1878-1908 (carta di F. Cecotti da Id. Il tempo dei confini. Atlante storico dell’Adriatico nord-orientale nel contesto europeo e mediterraneo 1748-2008,
in coll. con D. Umek, Irsml FVG, Trieste 2010)

 

In tempi più recenti, Mario Dassovich ha pubblicato un interessante doppio volume sull’occupazione italiana della Jugoslavia dove numerosi sono, giocoforza, i riferimenti alla cosmogonia cetnica[9]. Nel 2006, infine, Stefano Fabei ha prodotto un utile saggio, ben documentato, sui rapporti tra italiani e cetnici durante l’ultima guerra, utilizzando soprattutto la documentazione presente nei diari storici delle grandi unità di stanza in Jugoslavia tra il 1941 e il 1943 e conservati presso l’Ussme[10]. Più documentata, anche per l’incrocio compiuto tra fonti euristiche italiane e ex jugoslave, è l’ottima ricostruzione compita dallo storico torinese Eric Gobetti, che ha pubblicato un ampio saggio sulla presenza italiana nella Croazia satellite tra il 1941 e il 1943 e nel quale il locale movimento cetnico viene descritto con minuzia e attenzione non solo militare ma anche politica[11]. Parimenti, Caccamo e Monzali hanno dedicato importanti pagine al fenomeno cetnico[12].

A parte questi ultimi saggi, peraltro limitati a un determinato periodo storico (il triennio 1941-43) e a una specificità regionale (le zone jugoslave occupate dagli italiani), non vi è un quadro d’insieme su un fenomeno che, come detto all’inizio, ha avuto una recente, drammatica distillazione nel conflitto inter-jugoslavo del 1991-2001[13].

Gli studi all’estero investono periodi storici più ampi. Tra essi, non si può prescindere dal notevole lavoro – ancora oggi valido sebbene datato – di Jozo Tomasević, storico americano d’origine serba che attinge nell’ampia documentazione del movimento cetnico in esilio negli anni del regime titoista[14]. In Serbia, e in generale in tutta la ex Jugoslavia, il dopo-Tito e le guerre hanno contribuito a riaccendere, sovente per motivi politici, l’interesse della storiografia per il fenomeno. Il problema è che, a seconda di chi conduce la ricostruzione storica, il movimento cetnico subisce ora una condanna senz’appello (ad esempio ad opera degli storici croati o bosniaci, ma anche degli storici serbi legati alla vecchia tradizione partigiana) o un vero e proprio trattamento agiografico (soprattutto nei circoli accademici più vicini al passato regime di Milošević). Tra i numerosi lavori, vale la pena ricordare la monumentale opera (in due poderosi volumi) dello storico serbo Kosta Nikolić, ricercatore presso l’Istituto di storia contemporanea dell’Università di Belgrado, dove pur affrontando con dovizia di particolari e obiettività la storia del “Movimento di Ravna Gora” del generale Mihajlović (e quindi solo una parte, seppur maggioritaria e incisiva, del complesso universo cetnico), affronta più in generale la storia del cetnicismo in tutti i suoi aspetti[15].

Si tratta dunque di dare un breve contributo a questa storia scritta marginalmente o limitata ai popoli, come quello serbo, direttamente interessati e coinvolti. In sintesi, da dove nascono e come si sono sviluppati i cetnici?

Il termine deriva da četa, banda, o schiera, e ancor meglio da četovanje, ossia “attività guerrigliera”, combattere in piccole unità. Il cetnico è colui che è membro di questa “banda”, un’unità di guerriglieri sovente, ma non sempre, di origine contadina. Nel 1804, durante la prima rivoluzione serba contro gli occupatori ottomani, le azioni di guerriglia erano state condotte da queste “schiere di banditi” (le Hajduke Čete) reclutate per lo più nelle campagne dai vojvodi, notabili e proprietari terrieri locali di etnia serba e religione cristiano-ortodossa, che cercavano di opporsi alle vessazioni dei giannizzeri del sultano e dei loro collaboratori locali (i bogomili bosniaci e gli albanesi di religione maomettana).

Fig. 2 La linea rossa indica il confine della Serbia nel 1911 (da L’Europa e il mondo attraverso due guerre, Consociazione turistica italiana, Milano 1943)

Il vojvoda deteneva su suoi uomini un potere assoluto, a metà tra un condottiero feudale e un capo tribù. Questi “proto-cetnici” (la denominazione ufficiale venne assunta a quanto pare soltanto all’inizio del XX secolo)[16], dal canto loro, fidandosi poco dell’antico patriziato serbo compromesso con gli occupatori, rispondevano con entusiasmo a questa nuova classe dirigente in via di formazione. Per meglio comprendere la natura più intima di questi guerriglieri, si riporta di seguito uno stralcio della lunga relazione redatta dal colonnello Attilio Velini, delegato italiano nella Commissione di delimitazione per la Serbia nei mesi successivi il congresso di Berlino del 1878 e pubblicato da Antonello Biagini:

«La storia della Serbia ci mostra in tutte le epoche una decisa tendenza di quelle popolazioni ad organizzarsi regolarmente, non appena le numerose guerre da esse sostenute, loro lasciarono tregua e riposo. Questa naturale tendenza esiste allo stato latente negli stessi tradizionali costumi del paese. Sotto la denominazione ottomana, nei giorni più infelici dell’oppressione, l’ordinamento sociale non si è punto perduto presso il popolo serbo. Esso si rifugiò nella famiglia. «Senza patria – scrive Edoardo Laboulaye – senza chiesa, perché il vescovo inviato da Costantinopoli non era né meno odioso né meno rapace del pascià o del cadì; senza alcuno di quei legami che stabiliscono tra gli uomini la difesa comune del paese, il commercio, lo studio, non è rimasto al serbo che la famiglia. È là dove esso ha posto l’animo suo; per lui la famiglia è tutta la patria». […] Da qui ebbe origine la zadrouga, la quale non è che la riunione di più persone poste sotto l’autorità di un capo liberamente scelto […]»[17].

Quindi, senso della patria, vista come una terra da conquistare e difendere perché somma delle piccole patrie famigliari (i cetnici erano sovente piccoli o piccolissimi proprietari di minuscoli appezzamenti coltivabili o destinati all’allevamento); culto verso le tradizioni guerriere del popolo serbo, in secolare lotta contro gli usurpatori (a differenza dei bosniaci conquistati dall’Islam, o degli odiati croati, cattolici e apparentemente docili nel loro ruolo di sudditi asburgici); istinto di protezione verso ogni comunità serba, in patria o altrove; grande devozione verso la Chiesa cristiano-ortodossa, divenuta negli anni una discriminante tanto verso il Califfato che nei confronti della Chiesa di Roma, sino ad assurgere al ruolo di simbolo di una nazione. In questa poliedricità fatta di patriottismo, difesa delle proprietà, storicismo e religione si formava il presupposto culturale e finanche ideologico del cetnico. Tuttavia, non pochi erano i casi di semplice e brutale brigantaggio (l’Hajduk, il brigante), che sovente si mescolavano a chi aveva fini più nobili e ideali.

Tra i vojvodi più famosi dell’epopea postnapoleonica, l’estremista Kara Djordje (“Giorgio il Nero”) Petrović e il più moderato Miloš Obrenović, divisi da una sanguinosa rivalità e pronti a ogni compromesso, anche con gli occupatori ottomani, pur di vedere l’avversario soccombere.

Dopo la proclamazione dell’indipendenza della Serbia e del Montenegro, sancita con la conferenza delle grandi potenze europee tenutasi a Berlino nel 1878, questi guerriglieri “proto-cetnici” furono in parte congedati e in parte inseriti nel nuovo esercito di Belgrado, dando alle forze armate un essenziale apporto culturale ispirato al più convinto nazionalismo panserbo[18]. Molte delle tradizioni cetniche furono così innestate nelle armate dei nuovi regni.  

Fig. 3 Montenegro 1941. La linea rossa segna il confine del 1914, quella tratteggiata il confine del 1911 (da L’Europa e il mondo attraverso due guerre, Consociazione turistica italiana, Milano 1943)

Lo avrebbe notato il sottotenente Eugenio Barbarich, esperto per lo Stato maggiore italiano di questioni adriatico-balcaniche e membro della delegazione italiana a Rapallo nel marzo 1920, per il quale i militari montenegrini fino almeno alla fine del XIX secolo solevano muoversi con tutta la famiglia: «donne, vecchi, fanciulli lo seguivano [il soldato] in campo recando munizioni e vettovaglie e provvedendo alla cura dei feriti»[19]. L’esercito montenegrino, ancor più del serbo, sarebbe rimasto a lungo plasmato su questa sorta di “milizia tribale” originata dell’esperienza cetnica.

Quando, dopo il cruento avvicendamento tra gli Obrenović e i Karadjordjević (1903), il governo serbo intraprese una politica annessionista verso la Macedonia, ancora sottoposta all’autorità della Sublime porta, i cetnici tornarono alla ribalta come milizia autocefala e autonoma della regione. Sorti dapprima come milizia contadina di autodifesa, strettamente collegata alle zadrughe e ai clan di villaggio, i cetnici macedoni ebbero un salto qualitativo con la nascita a Belgrado del “Comitato serbo”, composto da politici e militari originari della Macedonia, del Sangiaccato e del Kosovo (la “Vecchia Serbia”) e presieduto dal generale Jovan Atanacković. Il Comitato raccolse tra la comunità serba fuoriuscita piccole unità: la prima venne formata il 29 maggio 1903 sotto il comando di Milodrag Bodevac, un medico, Luka Celović, un commerciante e Vasilije Jovanović, detto “Vasa il Macedone”, futuro ministro e rappresentante della Jugoslavia nella Società delle nazioni a Ginevra. Questa e altre unità dovevano essere inviate sul confine per organizzare la popolazione dei villaggi serbi contro sia le forze ottomane sia i comitaji probulgari della Vnatrešna Makedonska Revolucionerna Organizacija (Vmro), l’Organizzazione rivoluzionaria interna macedone, sorta a Salonicco nel 1893.

Dopo un inizio sconfortante, le attività dei cetnici divennero sempre più efficaci, anche per il sostegno ufficiale che questi ebbero dal ministero degli Affari Esteri serbo. Lo Stato maggiore dell’esercito di Belgrado inviò quindi alcuni ufficiali regolari per inquadrare le čete e dare loro una struttura più organizzata dal punto di vista tattico-logistico. I guerriglieri appartenenti all’etnia serba della provincia di Skoplje iniziarono pertanto una lunga attività guerrigliera contro le truppe ottomane e i loro più diretti collaboratori (soprattutto i cosiddetti “arnauti”, ovvero gli albanesi musulmani).

In breve, le attività cetniche in Macedonia divennero famose e fino al 1912 ebbe luogo un reclutamento in Serbia, in Montenegro e in Bosnia (sia prima sia dopo l’annessione all’Impero asburgico) di volontari (soprattutto studenti universitari e liceali intrisi di nazionalismo) disposti a raggiungere le unità guerrigliere. Il movimento cetnico macedone fu dunque il primo esempio di iniziativa panserba: non a caso l’organizzazione segreta Ujedinjene ili smrt (“Unità o morte”, meglio nota come Crna Ruka, Mano Nera), celebre per aver ordito il colpo di Stato del 1903, divenne la principale sostenitrice occulta delle čete. Altri importanti appoggi arrivarono dall’organizzazione non governativa Società di San Sava, nata nel 1886 e particolarmente attenta alle popolazioni serbe d’oltre frontiera, in modo particolare a quelle presenti in Macedonia e nel Kosovo.

Nel corso del primo conflitto balcanico, questi volontari raccolti in tutto il territorio della Grande Serbia vennero riuniti in un’apposita unità di commandos inquadrata nell’armata regolare: circa 2000 cetnici furono impiegati con compiti di esplorazione, sabotaggio e guerriglia contro i turchi prima e quindi, con il ribaltamento delle alleanze del 1913, ai danni dell’esercito bulgaro. Nel corso dei due conflitti, si registrarono numerosi episodi di violenza cetnica ai danni sia degli arnauti (ufficialmente nemici nel primo conflitto) sia dei bulgaro-macedoni (divenuti avversari nel secondo round del 1913). L’efficienza, ma soprattutto la lealtà verso la nuova famiglia reale dimostrata dai cetnici, convinsero Belgrado a non sciogliere le unità, ma a riorganizzarle e ad impiegarle per “pacificare” e soprattutto “serbizzare” le nuove regioni annesse dopo la pace di Bucarest.

Fig. 4 Il Regno di Jugoslavia. La linea rossa e quella tratteggiata segnano i confini del 1910 (da L’Europa e il mondo attraverso due guerre, Consociazione turistica italiana, Milano 1943)

 

Il territorio era percorso da gruppi e movimenti indipendentisti e filo-bulgari, a cominciare dall’indomita Vmro: la multietnicità e la presenza di una cospicua minoranza di religione islamica faceva apparire la ex provincia ottomana un intricato e quasi proverbiale mosaico. Si trattava di trasformare quel puzzle di popoli e religioni in una regione puramente ed esclusivamente serba. I cetnici, con la loro convinzione nazionalista, risultarono essere un efficace strumento per quel fine. Era il primo esempio di quella “pulizia etnica” che avrebbe visto i cetnici più volte protagonisti della storia balcanica del Novecento.

Durante il primo conflitto mondiale l’esercito serbo poteva contare su 2250 cetnici suddivisi in quattro distaccamenti. Oltre alle missioni di ricognizione e disturbo dietro le linee nemiche, questi nuovi distaccamenti di cetnici “regolari” furono preparati per organizzare nelle aree a maggioranza serba occupate dai nemici austro-bulgaro-tedeschi eventuali sollevazioni popolari (ma solo nel caso di una controffensiva dell’esercito regolare). Infine, alcuni veterani particolarmente adatti dal punto di vista sia fisico, sia psicologico, sia, soprattutto, ideale, vennero addestrati per eventuali azioni terroristiche ai danni degli Stati maggiori e dei comandanti nemici.

Nel corso della ritirata serba del 1915-16 ai cetnici vennero dati compiti di polizia militare, quali il mantenimento dell’ordine e la punizione di ammutinamenti e diserzioni.  Sul fronte macedone i cetnici locali, che, come è stato detto, erano rimasti attivi anche dopo il 1913, furono riorganizzati in “Distaccamenti volontari” impiegati in numerose azioni e persino in battaglie in campo aperto, come il terribile scontro di Kajmakčalan (settembre-ottobre 1916): tra gli 11.000 caduti serbi, centinaia furono cetnici. Tra essi, il nome più noto fu quello di Vojin Popović, detto “Vojvoda Vuk” (Lupo), leggendario comandante della prima unità cetnica in Macedonia, la Stara Srbija. La battaglia si risolse in una vittoria a metà e le unità serbe ne uscirono dissanguate: pertanto, i Volontari (Dobrovoljacki, termine ben presto divenuti sinonimo di eroismo, al punto da essere impiegato dal collaborazionista Dimitrije Ljotić nel 1941 per denominare le sue milizie) furono sciolti e diluiti nelle truppe regolari, per rafforzarne le fila. Tagliata fuori dalle linee amiche, soltanto l’unità cetnica comandata dal vojvoda Jovan Babunski e composta da circa 250 uomini seguitò ad operare sul fronte macedone inquadrata nel corpo di spedizione francese dell’Armata d’Oriente, sotto il comando del generale Louis Franchet d’Esperey.

Nei territori settentrionali sotto l’occupazione austro-tedesca si ebbe la seconda iniziativa cetnica. Nel settembre 1916 il comando serbo di Salonicco decise di inviare in quei territori un vojvoda d’anteguerra, il tenente Kosta Milovanović Pećanac, figura centrale nella storia del movimento cetnico. Questi era nato nel 1879 nel villaggio di Decani, presso Pec, la storica sede del Patriarcato ortodosso definita da sempre la “Gerusalemme serba” dai patrioti più convinti. Oltre allo spiccato amor di patria e alla devozione religiosa, Pećanac avrebbe sin da bambino sviluppato un odio radicale verso i musulmani, in particolar modo verso quelli d’origine albanese: nel 1882, a soli quattro anni, aveva assistito all’uccisione dei suoi genitori da parte di una banda di briganti skipetari durante un attacco al monastero di Visoki Decani. Dieci anni dopo, nel 1892, il tredicenne Pećanac raggiunse Belgrado e in breve tempo si arruolò nelle guardie confinarie serbe. Nel 1904, raggiunto il grado di tenente, abbandonò il servizio militare e si trasferì in Macedonia. Anche se le biografie non danno una spiegazione di questa scelta[20], il fatto che subito dopo aver rassegnato le dimissioni si dirigesse in Macedonia per porsi ben presto al comando di un’unità cetnica, suggerisce forse che la decisione fosse stata presa in accordo con i servizi segreti militari.

Fig. 5 …Serbien muss sterbien, cartolina illustrata, Austria-Ungheria (Archivio R. Todero)

 Nel 1912 il giovane vojvoda si distinse negli scontri con i comitaji della Vmro, le truppe regolari ottomane e gli irregolari albanesi al loro servizio. Le sue imprese si ripeterono nel 1913 contro l’esercito bulgaro e la sua fama di intrepido e spietato condottiero giunse anche a Belgrado. Alla vigilia della Grande guerra, Pećanac era diventato de facto il capo dei 2000 cetnici di stanza in Macedonia.

Nel 1916, dopo avere combattuto di nuovo contro i bulgari e gli albanesi, il vojvoda raggiungeva Salonicco con il comando serbo. Dalla città greca iniziò a progettare le insurrezioni contro gli austro-tedeschi nel nord e i bulgari nel sud del paese occupato. Dalla Macedonia occupata giunse la notizia che un ex soldato semplice reduce delle guerre balcaniche, Kosta Vojinović, già al servizio del defunto “vojvoda Vuk”, stava organizzando un’insurrezione contro le autorità bulgare. Nel settembre 1916 Pećanac decise di raggiungere Vojinović apparentemente per aiutarlo nell’organizzazione. In realtà, dinanzi ai massacri che i bulgari stavano compiendo, affiancati dai comitaji, ai danni delle popolazioni serbe, il compito del primo, tuttavia, non era quello di scatenare il leggendario ustanak, cioè l’insurrezione generale dei serbi contro l’usurpatore (così come era accaduto nel corso delle lotte di liberazione antiturche del XIX secolo), ma quello di impedire semmai tali rivolte per evitare le rappresaglie: tanto i bulgari quanto i loro alleati austro-tedeschi avevano più volte dimostrato la loro brutale inflessibilità nel reprimere ogni accenno insurrezionale[21].

Pećanac venne quindi portato da un velivolo francese oltre le linee bulgare e fatto atterrare nel villaggio di Mehane, presso Niš. A quanto pare, più che fatto scendere, il vojvoda venne lanciato con mezzi di fortuna da bassa quota, trasformandosi pertanto in uno dei pionieri del paracadutismo. Come è stato detto, finché il governo in esilio non l’avesse ritenuto opportuno, l’ustanak doveva essere sedato dall’agente Pečanac. Questa tipica prassi cetnica, attendista e atta a procrastinare sine die l’insurrezione per preservare la vita della popolazione, sarebbe stata utilizzata anche nel conflitto successivo. In ogni caso, nonostante gli sforzi dissuasivi di Pećanac, la rivolta si scatenò, partendo dal villaggio di Toplice il 21 febbraio 1917 e il vojvoda, per evitare di essere accusato dai serbi di Macedonia di essere un traditore, dovette obtorto collo aderirvi. La repressione, scatenata da bulgari e austro-tedeschi dal 25 marzo successivo, fu terribile: almeno 20.000 furono i morti tra i serbi, dei quali molti civili. In ogni caso, la ribellione proseguì, e Pećanac riuscì a sfuggire alla cattura; Vojinović invece venne ucciso in azione nel dicembre dello stesso anno. Dall’episodio di Toplice, nuove basi cetniche vennero organizzate nei distretti di Skoplje, Bitolj, Ohirid., Altre operarono nel Dibrano e nel Kosovo, ai confini con l’Albania, dove le bande raggiunsero la cospicua cifra di 1500 unità armate[22]. Andrej Mitrović riporta le azioni di queste unità cetniche nella Serbia occupata, sebbene ne riduca notevolmente la portata, almeno sulla base dei ricordi dei reduci[23]. Con lo sfondamento del fronte e l’avanzata dell’Armata d’Oriente, le unità di Pećanac uscirono allo scoperto e catturarono migliaia di militari e ufficiali bulgari, partecipando alla liberazione della Serbia nel novembre 1918. Poco prima dell’armistizio i corpi cetnici operanti nella Serbia storica e in Macedonia furono in parte assorbiti dall’esercito regolare, in parte disciolti e i loro membri congedati.

Fig. 6 Provincie italiane dopo l’occupazione della Jugoslavia (da L’Europa e il mondo attraverso due guerre, Consociazione turistica italiana, Milano 1943)

Nel 1921 un gruppo di reduci cetnici costituì a Belgrado l’Associazione cetnica per la libertà e l’onore della patria. Obiettivi dell’organizzazione: diffondere le idee patriottiche dei cetnici, coltivare la gloriosa storia delle Hajducke Čete, prendersi cura delle famiglie dei cetnici caduti in combattimento (molti, operando in clandestinità nei territori occupati dal nemico erano stati catturati e fucilati immediatamente come francs-tireurs), aiutare i cetnici inabili e mutilati. Rapidamente l’associazione divenne un gruppo di pressione politica, dotato di una struttura partitica moderna, con sedi centrali e cellule locali, e di un organo di stampa ufficiale, il «Četnik». Il governo del radicale Nikola Pašic, in carica dal 1921 al 1924, dovendo affrontare l’opposizione antimonarchica e antiserba del Partito contadino croato di Stjepan Radić e altre forme di separatismo come i gruppi indipendentisti macedoni e il movimento legittimista montenegrino[24], vide nell’associazione un agile strumento politico ma alla bisogna anche militare. Pertanto, con l’ordinanza del 4 giugno 1922, l’associazione fu riconosciuta ufficialmente, posta alle dipendenze del ministero della Guerra e al diretto comando della Terza armata di stanza in Macedonia.

Si ebbe quindi una particolare condizione dell’organizzazione, al contempo civile e militarizzata. Se, ufficialmente, l’associazione cetnica si occupava di propagandare le tradizioni dei guerriglieri serbi delle guerre passate e di sostenere i reduci e le loro famiglie, in segreto essa divenne strumento politico del governo e, ancor di più, unità militare addestrata per ogni evenienza.

In un documento dello Stato maggiore jugoslavo recuperato dagli italiani, e pubblicato nel 1941 da Virginio Gayda – mentre la Jugoslavia era già stata occupata dalle truppe dell’Asse – si leggono i «compiti d’istituto» dei cetnici. Come è probabile, si tratta di un documento che potrebbe essere stato astutamente rimaneggiato dalla propaganda italiana, allo scopo di rappresentare i cetnici come una sorta di banda di assassini senza scrupoli al soldo di una camarilla di ufficiali serbi, la già citata “Mano Nera”, organizzazione militare segreta vagamente massonica accusata dal regime fascista di essere al vertice dello Stato degli slavi del sud. Gli esempi non mancavano. Nel documento si legge che nel reclutamento dei guerriglieri, gli ufficiali proposti dovevano prediligere uomini dotati di «istinto sanguinario»[25]; tra i compiti delle unità inviate in territorio nemico, vi era l’«avvelenamento dell’acqua dei pozzi e delle sorgenti con bacilli e veleni»[26]; si parla di esplicite azioni terroristiche contro la popolazione nemica («uccidere ad arma bianca gli impiegati di ogni categoria […] uccidere ad un fianco i contadini per le campagne ed i loro cani-lupo […] uccidere i soldati isolati […] eseguire attentati contro impiegati statali, generali e loro comandi, personalità politiche»)[27]. Le responsabilità degli omicidi, attraverso un’astuta opera di camuffamento delle tracce, dovevano essere fatte ricadere sui «fuoriusciti comunisti»: il movimento cetnico, ipernazionalista e monarchico, era evidentemente permeato da una convinta e radicale scelta antibolscevica. Nel caso di un cetnico ferito in azione, se non vi fossero presenti «fiduciari» sicuri nelle vicinanze, questo doveva essere eliminato dai suoi stessi commilitoni[28]. Pur riconoscendo che, nei compiti di un guerrigliero vi erano senz’altro azioni similari, la truculenza del linguaggio – vista anche la volontà italiana di giustificare l’invasione della Jugoslavia per salvarla da un gruppo di barbari tagliagole – desta più di un sospetto.

Tuttavia il documento, depurato dagli eccessi e unito ad altre informazioni coeve, ci permette di conoscere il ruolo reale dell’associazione cetnica nella strategia militare del Regno SHS. 

Fig. 7 I cetnici del distaccamento di Bajo Stanišić alla stazione ferroviaria di Nikšić, mentre si dirigono verso la Neretva, alla fine di gennaio 1943. (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?search=cetnici&title=Special%3AMediaSearch&type=image)

Sottoposti segretamente al comando militare, i cetnici avrebbero dovuto procedere con una campagna annuale di arruolamento, un complicato addestramento militare (con naturalmente una spiccata propensione alla guerriglia oltre le linee nemiche) e un’educazione politico-culturale destinata a intensificare l’arruolamento (in specie nel mondo contadino serbo) che si esplicitava come segue:

«La estesa diffusione della nostra letteratura patriottica in tutti gli strati del popolo [è compito] del Ministero dell’Istruzione, dell’Ufficio permanente del Corpo di Stato Maggiore e dell’iniziativa privata. Tale letteratura della nostra storia deve riguardare sia il periodo in cui la nostra idea nazionale cadde sotto i colpi del nemico o violentemente lottò contro la sua oppressione morale e materiale. La compongono: la nostra poesia nazionale; la descrizione delle opere dei nostri celebri ‘haiduchi’ [sic!] nelle lotte dopo la battaglia di Kossovo e specialmente di quelli, che presero parte ai moti dal 1804 al 1815: le grandi personalità dei territori settentrionali e occidentali del nostro popolo; le leggende del Montenegro; le lotte dei cetniki [sic!] serbi in Macedonia dal 1913 al 1918; le azioni durante la occupazione austriaca dal 1915 al 1918»[29].

In questa lunga ma necessaria citazione risiede dunque lo “spirito cetnico”: una ricostruzione esaltata oltre ogni limite di una gloriosa storia di battaglie e di eroismo. Il mito della nazione serba – i riferimenti alla Jugoslavia sono assai scarsi in tutto il documento: è la Serbia la patria di riferimento –, diventava così il fondamento stesso, la giustificazione delle azioni presenti e future dei cetnici.

L’organizzazione del movimento era semplice e agile, atta a organizzare in caso di guerra (o di induzione al conflitto mediante provocazioni…) un’efficiente struttura ramificata oltre le linee avversarie. Il fondamento era l’individuo isolato, il četnik, in borghese con una dotazione di uniformi e distintivi dell’esercito avversario, pienamente in grado di parlare la lingua del nemico, ma anche di conoscerne cultura, atteggiamenti e inclinazioni. L’unità di base era la trojka, ovvero l’insieme di tre cetnici. Due o tre trojke formavano un piccolo gruppo (grupiča); tra i due e i quattro gruppi costituivano una banda (četa), cioè il reparto di combattimento autonomo sottoposto al comando di zona, a sua volta sottoposto al comando del gruppo di armate dell’esercito regolare. I capi di ogni unità, dalla più piccola alla più grande, erano nominati direttamente dal comando di zona.

Apparentemente, nessun riferimento emerge nel documento circa le funzioni grandi-serbe dell’organizzazione, ovvero la repressione dei localismi e delle istanze indipendentiste che stavano squassando il regno balcanico. In modo analogo, non si cita una scelta dell’organizzazione su quale soluzione istituzionale dare alla nazione appena formata, se democratico-parlamentare e federale o centralizzata e autoritaria. L’unico riferimento, che resterà (e resta) una costante del cetnicismo è la fedeltà alla Corona, accompagnata da uno spiccato nazionalismo, una cultura grande-serba e un assoluto anticomunismo.

Tuttavia, se le carte ufficiali vogliono tramandare un’organizzazione più militare (o para-militare) che politica, i fatti dimostrano che l’Associazione cetnica del dopoguerra jugoslavo fu anche e soprattutto un movimento d’opinione di una certa importanza. La Associazione cetnica per la libertà e l’onore della patria si avvicinò all’Orjuna, l’organizzazione degli jugoslavi nazionalisti sorta in Dalmazia nel 1921. Si trattò della più forte organizzazione politica nazionalista intransigente del paese, nata come reazione alla minaccia italiana in Istria e sul litorale adriatico. Ispirata a Maurras, ma paradossalmente anche a D’Annunzio[30], l’Orjuna fu visceralmente anticomunista, ma per colmo dell’ironia divenne anche anti-fascista perché anti-italiana; i suoi aderenti venivano reclutati tra il ceto medio e gli studenti, e persino in qualche bacino operaio non controllato dalle sinistre. In breve tempo essa si sviluppò in tutta la Jugoslavia. Obiettivo politico dell’Orjuna era una “rivoluzione nazionale” sullo stile di quella di Mussolini in Italia, che avrebbe prevenuto la rivoluzione comunista.

Fig. 8 Mandato di arresto tedesco per Dražan Mihailović, 1943 (https://it.wikipedia.org/wiki/File:DMihailovic_poternica.jpg)

Al contempo, favoriva la nascita di uno Stato monarchico, integrale e autoritario che avrebbe spezzato ogni localismo croato, macedone, montenegrino e quant’altro per imporre con la forza l’unificazione del paese e la nascita di un moderno Stato jugoslavo.

L’assenza di una particolare ispirazione grande-serba distingueva gli orjunisti dai cetnici: mentre i primi ipotizzavano uno Stato che avrebbe annullato tutte le particolarità, anche quelle serbe, i secondi ritenevano imprescindibile il primato di Belgrado su tutti. Ma al di là di questa distinzione, tutt’altro che secondaria, nel metodo le due organizzazioni operarono insieme. Ancora più vicina ai cetnici, e in qualche modo ad essi complementare, fu la Difesa nazionale (Narodna Obrana), organizzazione inizialmente semi-clandestina (venne fondata a Belgrado nel 1908) che perseguiva un più chiaro disegno grande-serbo, inteso come un primato della Serbia su una Jugoslavia estesa oltre i confini del 1919-1920: da Trieste a Salonicco. Le affinità con i cetnici vengono confermate dalla presenza, negli organismi direttivi della Difesa nazionale, di numerosi ex o futuri vojvoda cetnici, a cominciare dall’eroe di guerra Pečanac per proseguire con il presidente e leader incontrastato dell’organizzazione, il duca Ilija Trifonović-Birčanin, di Spalato, già vojvoda cetnico in Macedonia durante le guerre balcaniche e la Grande guerra. I cetnici ebbero infine altri contatti con sigle minori ma assai attive come l’Organizzazione degli studenti nazionali (Ornas), collegata all’Orjuna, il Fronte giovanile patriottico (Pof), il Club universitario jugoslavo (Jak), la Guardia adriatica, l’Ape jugoslava e l’estremista Gioventù nazionale serba (Srnao).

L’attività cetnica, mentre lo Stato maggiore ne inquadrava gli organici per future azioni militari in caso di conflitto, fu dunque, nel corso degli anni Venti prettamente politica. Pertanto, l’organizzazione fu investita dal dibattito interserbo su quale destino dare al nuovo Stato. La componente contadina, assai forte tra le fila cetniche, spinse il ruralista Partito democratico serbo di Ljuba Davidović, moderatamente riformista e contrario alle pulsioni autoritarie dei radicali di Pasić, ad occuparsi seriamente dell’associazione. Per contrastare l’iniziativa dei rivali democratici, il Partito radicale favorì nel 1924 una scissione all’interno dell’organizzazione, e la minoranza filo-radicale fuoriuscì dalla casa madre per fondare l’Associazione dei cetnici serbi per il Re e la Patria, trasformatasi nel 1925, per il sopraggiungere di altri dissidenti ultranazionalisti dalla vecchia organizzazione, in Associazione dei cetnici serbi “Petar Mrkonić” per il Re e per la Patria. Presidente dell’organizzazione scissionista fu eletto il montenegrino Puniša Racić che nel 1928 avrebbe assassinato durante una concitata seduta della Škupština (il parlamento jugoslavo) il leader croato Radić. L’arresto del presidente fece cessare di fatto l’associazione cetnica estremista, e molti suoi membri confluirono nell’organizzazione originaria, che si sarebbe avvicinata vieppiù all’idea “jugoslavista”, abbandonando le posizioni panserbe più estremiste.

L’adesione alla dottrina jugoslavista del monarca-dittatore, inaugurata nel gennaio 1929, fu sancita al congresso cetnico di Belgrado del maggio 1930 che, eleggendo l’ex voivoda Mile Župara, volle destinare un saluto di assoluta fedeltà al nuovo corso autoritario e centralista della “Jugoslavia integrale” con un atto di devozione al primo ministro e al sovrano. Un ulteriore e significativo salto qualitativo dell’Associazione cetnica per la libertà e l’onore della Patria fu l’elezione a presidente di Pećanac. Questi, ormai trasformato da intrepido guerrigliero a navigato uomo politico, iniziò a iscrivere al movimento anche non veterani, gente priva di qualsiasi passato cetnico, attirati dall’enorme influenza che l’associazione aveva a livello politico e persino economico (Gayda scrive di due milioni e mezzo di dinari all’anno versati dal governo all’associazione sino al 1929)[31].

Fig. 9 Il generale Mihailović con degli ufficiali americani (https://it.wikipedia.org/wiki/File:General_Mihailovic_with_US_Officers.jpg)

La disinvoltura del nuovo presidente scatenò le ire dei veterani. Alcuni di loro, capeggiati da un altro vojvoda, il presidente della Difesa nazionale Trifunović-Birčanin, fuoriuscirono dall’organizzazione e fondarono l’irrilevante Associazione dei vecchi cetnici, che riservava l’iscrizione ai soli veterani. Pećanac, incurante della micro-secessione, espanse l’organizzazione principale fino a raggiungere il mezzo milione di aderenti divisi per un migliaio di sezioni distribuite in tutto il paese. Composta per lo più da piccolo-borghesi e contadini, l’associazione di Pećanac non ebbe mai molti intellettuali.

Il programma, nel frattempo, aveva subito un cambiamento corrispondente al “nuovo corso” successivo all’assassinio di re Alessandro (1934) e al ritorno della vecchia classe politica panserba. Di nuovo, i cetnici erano tornati i campioni di una Grande Serbia alla guida di una Jugoslava centralizzata da Belgrado. Contrari a ogni forma di federalismo, i seguaci di Pećanac si opposero al ripristino del sistema parlamentare, oltre, come d’abitudine, schierarsi contro le risorgenti sinistre e il movimento sindacale organizzato. Ma per la corruzione e lo scarso impegno ideale dei suoi quadri dirigenti, l’incidenza dell’organizzazione sulla vita politica andò via via scemando e le attività politiche dei cetnici si attenuarono dopo la metà degli anni Trenta.

Ma Pećanac rilanciò l’aspetto militare dell’associazione, intensificando gli addestramenti dei quadri più validi, facendo riferimento ai comandi militari. Furono così istituiti campi dove i futuri guerriglieri si sarebbero addestrati in vista di un conflitto che pareva sempre più imminente. Nell’aprile 1940 lo Stato maggiore jugoslavo costituì un Comando cetnico (Četnika Komanda), che organizzò sei battaglioni più uno ridotto, con volontari dell’esercito regolare e dell’associazione. Spostato durante il conflitto dell’aprile 1941 da Novi Sad a Kraljevo e quindi a Sarajevo, il Comando cetnico, sotto la guida di Pećanac, si arrese ai tedeschi il 18 aprile, senza che nessun battaglione – nonostante i lunghi addestramenti militari e politici – venisse utilizzato.

Il destino del cetnicismo si compì: il convinto anticomunismo di Pećanac si risolse in un’adesione convinta al collaborazionismo: i suoi “cetnici neri”, come venivano abitualmente chiamati, furono trasformati in milizia ausiliaria al servizio del governo quisling di Milan Nedić. Mentre ciò accadeva, nel villaggio bosniaco di Doboj un giovane colonnello del disciolto esercito reale, Draguljub Draža Mihailović, riuniva un gruppo di politici e militari per rilanciare la resistenza all’occupatore. Di lì a un mese si sarebbero spostati sull’altopiano della Ravna Gora, in Serbia, da dove sarebbe partita una nuova stagione della storia del movimento cetnico.

Come in una tragedia di Shakespeare, il vecchio vojvoda collaborazionista Pećanac, sarebbe stato ucciso il 29 maggio 1944 da un commando incaricato dal nuovo vojvoda, Mihailović, anch’egli prossimo alla sua nemesi.


NOTE

[1] Con l’odio in serbo, in «Panorama», 8 settembre 1991, p. 90.

[2] D. Frescobaldi, Jugoslavia. Il suicidio di uno Stato, Ponte alle Grazie, Firenze 1991, p. 123.

[3] S. Loi, Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia (1941-1943), Ussme, Roma 1978.

[4] O. Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia, vv. 1, 2, 3, Ussme, Roma 1985, 1990, 1994.

[5] M. Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943), Ussme, Roma 1998.

[6] G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia (1941-1943), Mursia, Milano 1998. Nonostante il titolo, il testo si concentra soprattutto sulle operazioni italiane in Montenegro, essendo stato l’autore, durante l’occupazione, ufficiale interprete (poiché d’origine dalmata) presso il comando della divisione Murge.

[7] S. Bianchini, F. Privitera, 6 aprile 1941. L’attacco italiano alla Jugoslavia, Marzorati, Milano 1993.

[8] J. Pirjevec, Il giorno di San Vito. Jugoslavia 1918-1992, storia di una tragedia, Nuova Eri, Torino 1993; id. Serbi, croati, sloveni, il Mulino, Bologna 1995.

[9] M. Dassovich, (1999). Fronte jugoslavo 1941-’42, vv. 1, 2, Del Bianco, Udine 1999.

[10] S. Fabei, I cetnici nella seconda guerra mondiale, Leg, Gorizia 2006.

[11] E. Gobetti, L’occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia 1941-1943, Roma 2007.

[12] F. Caccamo, L. Monzali, L’occupazione italiana della Jugoslavia (1941-1943), Le Lettere, Firenze 2005.

[13] In italiano ci si permette di segnalare un saggio di chi scrive: M. Cuzzi, La strategia dell’ambiguità. I cetnici di Draža Mihailović, in «Qualestoria», n. 2, 2015, pp. 33-64. Anch’esso tuttavia si occupa del movimento neocetnico della Seconda guerra mondiale.

[14] J. Tomašević, The Chetniks. War and revolution in Yugoslavia 1941-1945, Standford University Press, Stanford 1975. Altrettanto celebre e prodotto nello stesso periodo sempre negli Stati Uniti è M.J. Milazzo, The Chetniks Movement and the Yugoslav Resistence, J. Hopkins University Press, Baltimora-London 1975.

[15] K. Nikolić, Istorija Ravnogoskog Pokreta 1941-1945, vv. 1, 2, Zavod za udzbenike, Beograd 2014. L’autore ha pubblicato numerosi volumi ulteriori, concentrandosi sulle biografie dei leader cetnici.

[16] S.K. Pavlowitch, Serbia. La storia al di là del nome, Beit, Trieste 2010, p. 192.

[17] A.F.M. Biagini, Note e relazioni di viaggio nei Balcani, Ussme, Roma 1978, p. 134

[18] Id., Note e relazioni di viaggio nei Balcani, Ussme, Roma 1978, p. 134. Nella relazione di Velini si descrive inoltre con minuzia di particolari il «fantaccino serbo», descritto come un militare obbediente e pervaso da un radicato «spirito nazionale» (pp. 139-140): «Il sentimento nazionale, lo spirito militare e le tradizioni storiche vivificate e perpetrate nei canti nazionali armano il soldato serbo, ond’è che ben a ragione di lui si può dire col generale Moltke: ‘aver desso una solida attitudine militare’» (Ibid.).

[19] Ivi, p. 240.

[20] M. Pavlović, B. Mladenović, K. Milovanović, Pećanac 1879-1944. Biografija, Institut za savremenu istoriju, Beograd 2000.

[21] A. Mitrović, Serbia’s Great War 1914-1918, Purdue University Press, Lafayette 2007, pp. 248-249.

[22] V. Gayda, La Jugoslavia contro l’Italia. Documenti e rivelazioni, Edizioni de «Il Giornale d’Italia», Roma 1941, p. 23.

[23] A. Mitrović, Serbia’s Great War 1914-1918, cit., p. 274.

[24] Il Regno del Montenegro era stato incorporato nel nuovo Regno Serbo-Croato-Sloveno (SHS); Belgrado considerava i montenegrini come una particolare «razza serba di montagna», negando loro alcuna particolare specificità etnico-culturale. Sin dal 1918, pertanto, nella «Terra delle Montagne Nere» si sviluppò un movimento separatista facente riferimento alla deposta dinastia dei Petrović-Njegoš.

[25] V. Gayda, La Jugoslavia contro l’Italia, cit., p. 115.

[26] Ivi, p. 116.

[27] Ivi, p. 121.

[28] Ivi, p. 124.

[29] Ivi, p.114.

[30] Per Avakumović i dirigenti dell’Orjuna erano i «D’Annunzio jugoslavi»: I. Avakumović, Yugoslavia’s Fascist Movements, in id., Native fascism in the successor states, Santa Barbara Press, Santa Barbara 1971, p. 137.

[31] V. Gayda, La Jugoslavia contro l’Italia, cit., p. 24.