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Frontiera Adriatica

Bologna e l’esodo dalla frontiera adriatica: un’indagine ricognitiva

Abstract

Gli studi sull’esodo degli italiani dalla frontiera adriatica non si sono sin qui occupati del caso di Bologna, se non – e del tutto incidentalmente – in relazione al controverso episodio del cosiddetto “treno della vergogna”. Ma Bologna ebbe, nel contesto delle vicende storiche della profuganza bellica e postbellica, grandissimo rilievo: in ragione della sua condizione di snodo obbligato fra nord e centro sud del Paese, fu infatti l’epicentro dell’imponente movimentazione di evacuati, sinistrati, sfollati e profughi che percorsero la penisola durante le ultime fasi del conflitto e negli anni del dopoguerra. Il saggio intende perciò, sebbene per istantanee, dimostrare tale crucialità del capoluogo emiliano: sono via via prese in esame – con attenzione particolare ai significativi dati numerici – la trentina di centri di assistenza allestiti dall’Eca prima della conclusione delle operazioni belliche, le strutture aperte dalle autorità militari alleate subito dopo la Liberazione per gestire i massicci flussi di popolazione in transito, la presenza e la condizione degli esuli adriatici, sempre più numerosi a partire dall’estate del 1946, il progressivo superamento dell’emergenza dei primi anni postbellici e infine le più importanti iniziative di edilizia popolare destinata ai profughi nazionali.

Parole chiave: Bologna, Esodo, Profughi adriatici, Dopoguerra

Premessa

L’esodo degli alto-adriatici italiani da Istria, Dalmazia e Fiume può essere pensato come una tragedia collettiva in due tempi: il primo occupato dalle sofferenze patite nelle terre d’origine e dal loro traumatico abbandono; il secondo, non meno presente nella dolente memoria dei giuliano-dalmati, dal lungo, tormentato processo di integrazione nella disastrata società italiana postbellica. Va osservato, a riguardo, che il quadro degli studi storici su tale secondo tempo lascia ancora alquanto a desiderare: mancano studi di carattere generale[1], ma si soffre anche la scarsità di ricerche storiograficamente solide dedicate a singoli casi di studio.

Non esiste, in particolare, alcuna indagine dedicata a Bologna. Lacuna grave: bastano infatti pochi documenti, reperiti attraverso una sommaria ricognizione preliminare, condotta su un numero limitato di fonti[2], per attestare come Bologna sia stata, per l’esodo giuliano-dalmata e più in generale per il più ampio fenomeno della “profuganza” bellica e postbellica, una delle realtà più rilevanti.

1. Bologna all’atto della Liberazione

Al termine del conflitto Bologna risultò essere la città italiana in assoluto più colpita dalle distruzioni belliche: i bombardamenti avevano provocato 2481 vittime e demolito, lesionato o reso comunque inagibili più di cinque migliaia di edifici, poco meno del 50% dell’intero patrimonio edilizio cittadino, determinando un numero spropositato di sinistrati. Rilevava a riguardo il Commissario provinciale del Governo militare alleato (Amg): «la città e la provincia di Bologna hanno sofferto pesanti danni di guerra, che hanno lasciato 50.000 persone senza casa»[3]. Ma i sinistrati non costituivano l’unica emergenza umanitaria del capoluogo emiliano: tre mesi prima, all’indomani della liberazione della città, la Sotto commissione profughi e rimpatri (Dp&rsc) della Commissione alleata di controllo (Acc) aveva infatti riferito all’Amg: «secondo l’Eca [Ente comunale assistenza], ci sono ca. 50.000 profughi in città – 14.000 in centri gestiti da loro e 36.000 in conventi, case private, e in ogni buco e angolo»[4]. Numeri che impressionano.

2. I senzatetto e i centri di assistenza dell’Eca

Una condizione, dunque, quella di Bologna, di severa congestione, che si aggravò ulteriormente nelle prime settimane successive alla conclusione delle operazioni belliche, nelle quali il numero già esorbitante dei senzatetto conobbe un netto incremento: a sinistrati e sfollati dal centro-sud e dai comuni minori della provincia presero infatti ad aggiungersi gli ex internati militari italiani reduci dai lager tedeschi (vera e propria emergenza dei primi mesi postbellici), numerosi profughi stranieri e i primi “profughi nazionali” che non avevano una meta cui fare ritorno[5].

Ai primi di maggio del 1945 risultavano in funzione ben 29 «centri di assistenza profughi, sinistrati, evacuati», amministrati o controllati dall’Eca[6]. Negli ultimi mesi del conflitto, infatti, erano stati via via adibiti ad alloggiamento di fortuna nove caserme e una ventina di edifici scolastici[7]. Delle 515 aule di scuola elementare disponibili alla vigilia dell’entrata in guerra, 315 risultavano distrutte o gravemente danneggiate, e in ogni caso inutilizzabili; delle restanti 200, 32 erano occupate da servizi municipali e 152 erano state requisite per alloggiarvi sinistrati e profughi. 

Fig. 1 Centro assistenza profughi n. 1: Scuola Manzolini, marzo 1945 (da Risorgere dalle macerie, tip. Luigi Parma, Bologna 1945, https://bolognafotografata.com)

Non molto migliore era la situazione delle scuole medie inferiori e superiori, tutte interamente o in parte adibite a ospedale dai nosocomi Pizzardi e S. Camillo e dalla Croce rossa italiana, ma anche a ricovero dei senzatetto, con 337 aule su 401 non disponibili[8]. L’emergenza assistenziale postbellica riduceva insomma il sistema educativo bolognese alla paralisi integrale.

L’Eca adattò a centri di assistenza o alloggi collettivi anche altri edifici: il Seminario regionale di Via dei Mille, il Collegio S. Bartolomeo di Porta Ravegnana, sede dell’Opera nazionale assistenza religiosa e morale agli operai, il convento della Ss. Annunziata di Via S. Mamolo, già convertito in caserma, e la Casa del Contadino, inaugurata nel 1940 in Via Roma dalla Corporazione fascista nazionale dell’agricoltura, futura sede della Camera del Lavoro.

Fig. 2 Centro assistenza profughi n. 2: Caserma Pala, marzo 1945 (da Risorgere dalle macerie, Tip. L. Parma, Bologna 1945, https://bolognafotografata.com)

Le strutture più attrezzate (mense, ambulatori, infermerie, stazioni di disinfezione) ed affollate erano, ai primi di maggio del 1945, la scuola Manzolini (780 alloggiati), la caserma

Giordani (836), il Seminario Regionale (1602), la caserma Pala (1038) e la caserma Cialdini (967). In totale i 7 centri veri e propri e i 22 «alloggi collettivi profughi», che dai primi dipendevano per i servizi, ospitavano 8750 persone. Il picco fu toccato intorno al 10 maggio, quando il totale degli alloggiati salì a 11.711. Trascorse le prime settimane postbelliche, i numeri presero a decrescere sensibilmente: all’inizio di agosto i centri ancora in funzione si erano così ridotti a 18, con 5953 ricoverati[9]. Altrettanti erano però, secondo i calcoli degli alleati, i senzatetto che vivevano in città al di fuori delle strutture assistenziali, in rifugi di fortuna[10].

Fig. 3 Centro assistenza profughi n. 3: Caserma Giordani, marzo 1945 (da Risorgere dalle macerie, tip. Luigi Parma, Bologna 1945, https://bolognafotografata.com)

Fig. 4 Centro assistenza profughi n. 4: Caserma Cialdini, marzo 1945 (da Risorgere  dalle macerie, tip. Luigi Parma, Bologna 1945, https://bolognafotografata.com)

3. I refugee camps della Commissione alleata di controllo

Tale graduale ma significativa decongestione di Bologna, che proseguì su uguali ritmi per tutto il 1945, malgrado il continuo forte afflusso di nuovi contingenti di bisognosi, si dovette soprattutto al fatto che il sistema assistenziale gestito dall’Eca fu da subito supportato e integrato da quello tempestivamente organizzato dalle autorità alleate. Non appena occupata la città, l’Acc requisì all’Eca l’«Asilo notturno» di Via Cirene 2 (oggi Via Sabatucci), fuori Porta Zamboni: nell’ex Centro di assistenza Costanzo Ciano, un dormitorio pubblico con cucina popolare, allestì un primo campo, l’Amg Refugee Camp n. 1, designato anche Amg Refugee Camp IT47, già in funzione una settimana dopo la Liberazione. Non si trattava di un «campo statico», bensì, almeno inizialmente, di un transit camp, «un canale per evacuare profughi da Bologna e riceverne dal Nord, se necessario»[11]. In grado di accogliere fino a 750 persone e di preparare 4500 pasti al giorno[12], il campo prese a dipendere amministrativamente dall’Unrra dal 1° gennaio 1946 e operativamente dalla primavera successiva. Terminata il 30 giugno 1947 la Missione italiana dell’Unrra, fu trasferito al ministero dell’Interno, che ne fece immediatamente un centro di raccolta per profughi giuliano-dalmati e altri profughi nazionali.

Ma il refugee camp di Via Cirene non bastava: serviva una struttura assai più capace, in grado di fungere da area di transito per un numero ben più consistente di persone. Nel corso del mese di maggio, così, gli alleati aprirono un secondo campo entro il perimetro della Caserma D’Azeglio di Viale Panzacchi, già sede del III° Artiglieria. L’Amg Refugee Camp n. 2, o Amg Refugee Camp IT48, era in grado di garantire 4.500 posti letto[13], ma a metà giugno un’ispezione denunciò la presenza di ben 6000 persone, in «condizioni sanitarie lontane dall’essere ideali»[14]. Chi giungeva in questo campo era comunque destinato a permanervi per pochi giorni, al più una settimana, per poi essere smistato altrove.

Attenuatasi con la fine del 1945 l’emergenza dei primissimi mesi del dopoguerra, il campo, che nel dicembre di quell’anno ospitava ancora circa un migliaio di persone, dal gennaio del 1946 prese a registrare mediamente fra 200 e 500 presenze, con una popolazione costituita quasi interamente da civili ed ex prigionieri di guerra italiani[15]. Nella seconda metà dell’anno anche la sua gestione fu trasferita all’Unrra, che ne fece un campo di transito per profughi stranieri, anche se non era infrequente che corposi nuclei di giuliano-dalmati vi permanessero per periodi più o meno lunghi. Destinato, con la cessazione dell’Unrra, a essere preso in carico dall’International Refugee Organization, il campo fu chiuso già alla fine del 1948, prima, cioè, che tale organizzazione divenisse operativa[16].

Gli alleati misero in opera anche una terza struttura, il Bologna Railhead, traducibile in “capolinea ferroviario di Bologna”: non si trattava di un vero e proprio campo, bensì di una vasta area attrezzata con alcuni servizi essenziali, destinata ad accogliere per il tempo strettamente necessario gli evacuati dai campi e dai centri di assistenza della città destinati al trasferimento verso il centro e il sud del paese e a smistare in città i nuovi arrivati. Allestito in Via Carracci, a ridosso della stazione ferroviaria, il Bologna Railhead era in grado di gestire fino a 10.000 persone al giorno[17]. Di cruciale importanza, dunque, per sgravare la città da chi aveva una meta cui tornare a sud di Bologna e «per gestire i contingenti più numerosi previsti in arrivo dal nord»[18], fu operativo a partire dai primi giorni di giugno del 1945, dopo il faticoso ripristino delle comunicazioni ferroviarie.

Fig. 5 Mappa degli AMG refugee camps dell’Italia del Nord, 11 giugno 1945 (ACC, 10000.164.1674)

4. I profughi giuliano-dalmati a Bologna

Nel solo mese di maggio 1945 dai refugee camps IT47 e IT48[19] furono evacuate 25.000 persone[20] e nel mese successivo le tre strutture alleate ne trasferirono da Bologna altre 52.900, a fronte delle 61.000 accolte[21]. Cifre che colpiscono ma non stupiscono: Bologna, come i quadri alleati rilevavano, era l’«hot-spot della regione»[22] e l’Emilia costituiva un vero e proprio bottleneck, un “collo di bottiglia” ove convergevano tutte le direttrici fra nord e centro-sud del paese[23]. Alle implicazioni e alle conseguenze problematiche di tale condizione di Bologna, di snodo obbligato dei flussi di masse umane in movimento, non poté sottrarsi in particolare chi vi approdava dalla frontiera adriatica senza una destinazione certa.

Nel primo anno del dopoguerra la presenza dei giuliano-dalmati a Bologna fu esigua. La situazione prese a mutare significativamente a partire dall’estate del 1946, quando la diffusione dei contenuti degli accordi definiti dalla conferenza di pace di Parigi demolì ogni speranza circa il destino delle “terre contese” e l’esodo dalla zona B dell’Istria conobbe un incremento esponenziale. Inversione di tendenza, questa, che però non si coglie ancora a pieno nei dati statistici sugli 80 centri di raccolta attivi in Italia alla fine dell’estate 1946 trasmessi da Emilio Sereni, titolare del ministero per l’Assistenza post-bellica (Mapb), ad Alcide De Gasperi, su espressa richiesta di questi[24]. L’esame della Tab. 1 induce ad alcune facili osservazioni. Prima di tutto va rilevato che ben 18 centri su 80, il 22,5%, erano concentrati a Bologna; in secondo luogo, risulta evidente che la popolazione complessiva dei centri bolognesi (pari al 10,5% del totale nazionale!) era costituita ancora, per il 96%, da sfollati e sinistrati, a fronte di un modesto 4% di profughi veri e propri. Il numero dei giuliano-dalmati, infine, appare esiguo, 85 appena, concentrati per lo più nel convento della Ss. Annunziata. Occorre tuttavia considerare che la maggior parte degli adriatici transitava nei campi alleati, ovviamente non inclusi nei prospetti del Mapb. Lo segnalava anche l’ufficio assistenza bolognese del Comitato alta Italia per la Venezia Giulia e Zara (Caivgz):

«nella città di Bologna – scriveva allarmato – non esiste un Centro vero e proprio adibito all’alloggio per i profughi giuliani; abbiamo ottenuto una parte del Centro profughi e sinistrati della provincia [il convento della Ss. Annunziata], un corridoio senza finestre e senza separazioni, nel quale sono letteralmente accatastati in una promiscuità quanto mai immorale e poco igienica, 81 profughi. Tutti gli altri senza alloggio, e quelli che giornalmente affluiscono, sono avviati al Campo di transito di Viale Panzacchi n. 2, gestito dagli alleati»[25].

Tab. 1 : Centri di raccolta di Bologna al 1° settembre 1946

Il fatto che i profughi giuliano-dalmati fossero in rapido aumento e che vivessero in condizioni di disagio estremo, del resto, era attestato anche dalla stampa periodica:

«a Bologna ne abbiamo circa 500 di questi profughi, giunti fra noi in gruppi familiari completi. Quattrocento sono ammucchiati in cameroni del Centro Profughi n. 2 (Porta D’Azeglio) su pagliericci a terra, con scarso nutrimento ed insufficiente riscaldamento. Un altro centinaio (e questi sono i più sfortunati) sono sistemati in alcuni corridoi aperti del Convento della Santissima Annunziata in Via S. Mamolo. Queste povere creature non godono di alcun riscaldamento, hanno un solo pasto al giorno e la morte – questa sì – per compagna; ché l’inverno e la tramontana gelano e soffiano attraverso il gioco delle mille finestre senza telaio e dei corridoi esposti alle intemperie: due vite delle più tenere ed indifese se ne sono già andate in questi giorni. Altre tre o quattro stanno per spegnersi, per bronco-polmonite»[26].

Il Caivgz spiegava anche chiaramente quale fosse il principale problema di Bologna: «questo Comitato […] non ha la possibilità di far ricoverare detti profughi in altri Centri […]. Nonostante tutte le nostre comunicazioni e precisazioni in merito, gli enti di Trieste ed Udine preposti allo sgombero degli esuli provenienti dalla zona “B” […] continuano a far affluire i profughi a Bologna e qui vengono bloccati»[27]. Parole che confermavano quanto segnalato a De Gasperi soltanto due settimane prima dalla sua segreteria particolare:

«La situazione dei profughi giuliani è la seguente: Il Veneto è saturo e pertanto i centri assistenziali della Venezia Giulia smistano verso le province che si trovano più oltre. Ma anche in queste i campi sono colmi. Secondo quanto mi riferisce l’Ufficio competente del Ministero Assistenza Post Bellica si sta attrezzando un campo per 4000 profughi giuliani a Massa (Apuania) e si sta interessando il Ministero della Guerra perché consegni delle caserme. Ciò significa che non v’è nulla di pronto [!], mentre i profughi continuano ad arrivare. Se gli Alleati consegnassero al Ministero dell’Assistenza post Bellica un campo di Bologna, dove attualmente si trovano cento profughi stranieri, mentre potrebbe contenere oltre duemila persone, si sarà compiuto un primo passo»[28].

L’esodo, dunque, andava assumendo proporzioni e ritmi preoccupanti e le istituzioni italiane erano evidentemente impreparate ad affrontarlo: i centri di raccolta del nord erano saturi, quelli a sud di Bologna erano evidentemente insufficienti, per numero e capienza, e nel capoluogo emiliano, così, il flusso si arenava. De Gasperi, raccogliendo l’invito della sua segreteria, ma anche dell’ufficio bolognese del Mapb[29], scrisse subito all’ammiraglio W. Ellery Stone, vertice dell’Acc, per chiedere il trasferimento alle istituzioni italiane del Refugee camp IT48, al fine di risolvere la «condizione particolarmente grave» di Bologna[30]. Stone respinse la richiesta: la struttura era un campo di transito e doveva dunque restare libero «per far fronte a qualsiasi movimento su larga scala che potesse verificarsi senza preavviso»[31]. Non ebbe miglior fortuna una seconda istanza di De Gasperi, che questa volta incluse fra gli argomenti addotti anche il fatto che nel campo si verificavano «continui incidenti» fra i giuliano-dalmati e i profughi jugoslavi[32]. Altrettanto infruttuose furono pure le pressioni periodicamente esercitate dal Comune di Bologna e dalle autorità di Roma fino alla fine del 1947, motivate dalla volontà di sgomberare dai profughi alcune scuole per restituirle alla loro funzione naturale[33].

Doc. 1: Appunto della segreteria particolare di A. De Gasperi, s.d. ma metà luglio 1946 (PCM.SDG, b. 31, fasc. 196)

5. Verso la chiusura dei campi (1948-1952)

Il sistema dei centri di raccolta bolognesi, malgrado la progressiva significativa riduzione del numero dei bisognosi, si mantenne ipertrofico almeno fino a metà del 1948, quando tali strutture erano ancora 17 (Tab. 2). Nei due anni successivi fu prodotto dall’autorità prefettizia un notevole sforzo per abbattere il numero di chi gravava sull’assistenza pubblica: fra 1948 e 1950 furono soppressi 10 centri e gli assistiti si ridussero a 1660. Ma gli evacuati restituiti «alla dignità del consorzio civile», 4700, erano quasi tutti soggetti a suo tempo sfollati dai comuni della provincia. Nei 7 centri ancora in funzione rimanevano così soprattutto sinistrati (535) e profughi (1125), in prevalenza giuliano-dalmati[34].

Doc. 2 A. De Gasperi a W.E. Stone (copia), 17 luglio 1946 (PCM.SDG, b. 31, fasc. 196)

Nel corso del 1951 chiusero i battenti altre tre strutture e i ricoverati calarono a meno di un migliaio (Tab. 3); nel marzo 1952 anche il Seminario regionale fu definitivamente sgomberato, cosicché rimasero in funzione solo due centri di raccolta, le caserme Cialdini e Giordani[35].

Tab. 2 Il sistema dei centri profughi a Bologna fra 1945 e 1952

Tali campi cessarono probabilmente di funzionare prima che si esaurisse l’ultima fase significativa dell’esodo, quella conseguente al Memorandum di Londra che spartì fra Jugoslavia e Italia il mai istituito Territorio libero di Trieste (Tlt). Quando, nel 1956, le autorità italiane decisero di sgravare il capoluogo giuliano da parte dei 60.000 profughi che lo affollavano, trasferendone altrove una quota significativa, e un discreto numero di famiglie finì a Bologna, queste non trovarono infatti sistemazione in campi, bensì in un «accantonamento collettivo» allestito presso Villa La Cavallina, fuori Porta Lame, in condizioni alquanto precarie[36].

La prefettura di Bologna tenne a sottolineare i risultati del fattivo impegno posto dalle istituzioni governative nello smantellamento relativamente rapido, specie a confronto di altre realtà del paese, del sistema assistenziale postbellico bolognese: «si ha ragione di ritenere, senza voler fare paragoni, che nessun altro Ufficio Provinciale, per quanto riguarda questo delicato settore, abbia portato a termine in così poco tempo un programma di tanta utilità per la Amministrazione ed il bene della cosa pubblica»[37]. Più volte, peraltro, il prefetto aveva evidenziato come a tale particolare impegno profuso dal Governo nella “rossa” Bologna non fossero estranee costanti preoccupazioni di ordine politico: «nell’interesse dell’ordine e della moralità – aveva scritto – è necessario che questo bubbone di miserie su cui la speculazione politica è sempre pronta ad innestarsi venga il più rapidamente possibile estirpato»[38].

Tab. 3 Alloggiati nei centri profughi in funzione nel novembre 1950

6. Le case ai profughi giuliano-dalmati (1950-1960)

Il principale strumento adottato per realizzare in tempi relativamente brevi il piano di smantellamento dei centri di raccolta fu la precoce concretizzazione di programmi di edilizia popolare.

Il 23 settembre 1950 fu posata la prima pietra di un complesso situato nel Quartiere S. Donato, tra Via Artigiano e Via Beroaldo. I lavori, finanziati da 63 milioni del Fondo di solidarietà dell’Eca e affidati al Genio civile, procedettero spediti e l’inaugurazione poté così aver luogo il 26 maggio 1951. Si trattava di 10 edifici, per 80 appartamenti, che diedero un tetto a 350 profughi dalla Venezia Giulia e dall’Africa, sino ad allora alloggiati nelle caserme Cialdini e Giordani. A ciascuna famiglia fu consentito di trasferire nelle nuove case letti e materassi utilizzati nei centri di raccolta e fu donata una batteria da cucina. Su uno degli edifici fu murata una targa che recita: «La nazione ai giuliani e ai dalmati fedeli nel dolore delle memorie alla Patria immortale»[39].

Il 19 luglio 1953 iniziò in Via S. Donato l’edificazione di uno stabile di 24 alloggi, finanziato per 71 milioni dal Fondo per l’incremento edilizio istituito dalla Legge Aldisio del 1950 e per 25 milioni dall’Opera per l’assistenza ai profughi giuliano-dalmati (Oapgd), il cui presidente Guglielmo Reiss Romoli intervenne all’inaugurazione del 24 ottobre 1954, usando parole di gratitudine «per la popolazione bolognese, che – disse – ha accolto gli esuli giuliani e dalmati come fratelli». L’assessore comunale Bentini, da parte sua, sottolineò come l’opera fosse «l’espressione della massima solidarietà nazionale»[40].

Doc. 3 «L’Arena di Pola», 1 novembre 1950

Un altro edificio sorse nel 1960 in Via Tartini, uno stabile di quattro piani per 20 appartamenti, realizzato nell’ambito di un programma edilizio dell’Oapgd finanziato dalla Legge Tupini del 1949 e realizzato dall’Unrra Casas. Gli alloggi furono assegnati dando la precedenza alle famiglie che vivevano presso l’accantonamento collettivo di Villa La Cavallina[41]. Un anno prima, peraltro, l’Istituto autonomo case popolari aveva assegnato mediante bando 101 alloggi, in applicazione dei disposti della Legge Scelba del 1952, anche in questo caso con precedenza ai profughi de La Cavallina[42].

In totale, dunque, le famiglie di profughi dalla Venezia Giulia e i rimpatriati dall’Africa che ottennero casa a Bologna furono, fra 1951 e 1960, almeno 225. Un’indagine più puntuale approderebbe tuttavia di certo a una contabilità più corposa. Quanti giuliano-dalmati stabilirono a Bologna e nel bolognese la propria nuova residenza? 1937, secondo i dati del censimento realizzato a metà degli anni Cinquanta dall’Oapgd[43]. Tenuto conto della percentuale di profughi che non fu possibile censire e di chi abbandonò la zona B dell’ex Tlt dopo il 1954, tale numero si può sicuramente incrementare ad almeno 2500, forse anche a 3000. In altre province, certo, si formarono comunità giuliano-dalmate più numerose: a Trieste, naturalmente e per largo distacco, ma anche a Gorizia, Venezia, Torino, Udine, Genova, Milano, Roma… Il rilievo di Bologna entro il fenomeno storico dell’esodo, tuttavia, sta in altro, e si confida di averlo dimostrato: il capoluogo emiliano giocò un ruolo cruciale nelle dinamiche della movimentazione lungo la penisola dei profughi adriatici, così come di altre categorie di displaced persons. Si tratta dunque di un caso meritevole di una ricostruzione organica. Il capitolo dell’esodo giuliano-dalmata nel capoluogo emiliano è infatti ancora in larga parte da scrivere.

A tal riguardo, qualche sommaria indicazione per l’approfondimento della ricerca documentale. Prima di tutto occorrerebbe sottoporre a un esame sistematico e a più ampio raggio temporale le fonti già sondate per la stesura del presente contributo; un’uguale applicazione andrebbe poi riservata al ricchissimo Fondo Ufficio Zone di confine, consultabile presso l’archivio della Presidenza del consiglio dei ministri. Possono inoltre soccorrere altre fonti conservate presso l’Archivio centrale dello Stato, in particolare il complesso di fondi del ministero dell’Interno. Un’indagine capillare, inoltre, dovrebbe insistere soprattutto sulle fonti bolognesi: prima di tutto sulle carte della Prefettura e della Questura, conservate presso l’Archivio di Stato, e su quelle dell’Eca, custodite presso l’Archivio storico del Comune; poi, se esistenti, sugli archivi delle federazioni locali dei partiti, del Genio civile, dei grandi enti costruttori, del comitato provinciale dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Sempre prezioso, infine, si può rivelare lo spoglio degli atti del consiglio comunale nonché della stampa periodica, sia di quella edita a Bologna (il «Giornale dell’Emilia», «Il Resto del Carlino», «L’Avvenire d’Italia» e «Il Progresso d’Italia»), sia delle pagine bolognesi dei quotidiani nazionali.

Doc. 4 «L’Arena di Pola» 21 giugno 1960


NOTE

[1] Si può contare su alcuni paragrafi in opere di più ampio respiro, come ad es. R. Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, Milano 2005, pp. 205-224 e E. Miletto, Novecento di confine. L’Istria, le foibe, l’esodo, FrancoAngeli, Milano 2020, pp. 171-197. Colma in parte l’assenza di studi generali G. Spinelli, Dopo l’esodo: da profughi a cittadini. Il processo di integrazione di giuliani e dalmati nell’Italia del secondo Novecento, attraverso le vicende di Brescia, Sestante, Bergamo 2024.

[2] Sono stati sondati i seguenti fondi dell’Archivio centrale dello Stato (Acs): Fondo Originali conservati negli Stati Uniti, subfondo National Archives, Washington, subfondo Allied Control Commission (Acc); Presidenza del Consiglio dei ministri, Fondo Gabinetto (Pcm.gab); Presidenza del Consiglio dei ministri, Fondo Segreteria particolare del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi (Pcm.sdg); Ministero dell’Interno, Fondo Gabinetto, Affari Generali, Fascicoli correnti (M.int.gab.). Inoltre: United Nations Archives (Una), Fondo United Nations Relief and Rehabilitation Administration (Unrra).

[3] Lt. Col. Radice, Provincial Commissioner Bologna Province, to Headquarters (Hd) Acc, Liaison Division, 3.8.1945, in Acc, 10901.115.49.

[4] Dpr&sc Amg Bologna City to Senior Civil Affairs Officer Bologna City, 28.4.1945, in Acc, 10901.115.49; Ente Comunale di Assistenza di Bologna, Pro-memoria, 25.6.1945, in Acc, 10900.163.134.

[5] All’inizio del 1945 le autorità militari alleate, delineando il piano da applicare all’Italia settentrionale, una volta liberata, stimavano in 1.180.000 gli italiani della cui assistenza ci si sarebbe dovuti far carico e ipotizzavano l’allestimento di 40 campi, con una ricettività complessiva pari a 120.000 persone (Hd Acc. Dp&rsc, Draft. Outline Plan of Dprsc Operations in Northern Italy, 1.1.1945, in Acc, 10000.105.569; Hd Acc. Dp&rsc, C.C.R. in Italian Refugee Camps, 22.02.1945, in Acc, 10000.164.1652).

[6] Si veda, a riguardo, Risorgere dalle macerie, Tip. Luigi Parma, Bologna 1945, album fotografico commissionato dal podestà Mario Agnoli e realizzato nel marzo 1945 dallo studio Achille Villani e figli per documentare lo sforzo prodotto dal regime per tutelare e soccorrere i bolognesi. Sarebbe dovuto uscire nelle librerie il 21 aprile, giorno in cui Bologna fu liberata (bolognafotografata.com).

[7] Eca, Centri di assistenza profughi, sinistrati, evacuati controllati dall’Eca, Situazione al 1/5/45, in Acc, 10900.163.133. Le caserme adattate a centri profughi furono la Ranuzzino di Viale Pietramellara, la Fondazza di Piazza Morandi, la Mascarella, già sede del distretto militare, la Cialdini di Via Urbana, le caserme Gombruti, Giardini e Pala, facenti parte del complesso Stamoto, tra Viale Felsina e Via Massarenti, il “Casermone” di Via Cartolerie e la caserma insediata all’inizio del conflitto nelle ex scuole Giordani di Via Paciaudi.

[8] Provveditorato agli Studi di Bologna, Relazione sulla situazione scolastica, 6 maggio 1945, in Acc, 10900.144.68; Acc Education, School problems. Of the necessity of freing requisitioned buildings, s.d. [ma ca. 10.5.1945], in Acc, 10900.163.134.

[9] Eca, Centri di assistenza profughi, sinistrati, evacuati controllati dall’Eca, Situazione al 1/8/45, in Acc, 10900.163.133.

[10] Regional Commissioner Floyd E. Thomas, Bologna Province, Report for May, 1.6.1945, in Acc, 10901.115.50.

[11] Dpr&sc. Amg Bologna City to Senior Civil Affairs Officer Bologna City, Allied Nationals % Refugees, 28.4.1945, in Acc, 10901.115.49.

[12] Hd Amg Fifth Army to Regional Commissioners, Refugee Centers, 3.6.1945, in Acc, 10901.115.49.

[13] Ibid.

[14] Hd Emilia Region. Amg. Capt. Russell L. Battaglia to Regional Public Health Officer, Inspection of Refugee Camp n. 2 Bologna, 16.6.1945, in Acc, 10900.163.135.

[15] Maj. E. Barkeley, Group Medical Officer, to col. B. Hamilton, Report on No. 2 Camp Bologna (IT48), 21.1.1946, in Una, Unrra, Folder S-1483-0000-0021.

[16] Su entrambi i refugee camps alleati si vedano le schede redatte da Enrico Miletto per l’Atlante dei centri di raccolta dei profughi giuliani e dalmati, da cui sono state tratte alcune informazioni: https://www.reteparri.it/esodiprofuganzeww2/.

[17] Hd Emilia Region. Amg. Lieut Col. H.S. Hartley to provincial commissioners Emilia, Displaced Persons and Refugee Camps, 30.5.1945, in Acc, 10901.115.49; Hd Amg Fifth Army to Regional Commissioners et al., Refugee Centers, 3.6.1945, in Acc, 10901.115.49.

[18] Regional Commissioner Floyd E. Thomas, Bologna Province, Report for May, 1.6.1945, in Acc, 10901.115.50.

[19] Dal 23 maggio 1946 avrebbero mutato denominazione in No. 11 Dp&rsc Centre Bologna e No. 12 Dp&rsc Centre Bologna (Hd Acc. Dp&rsc. Major B. Woodcock to Distribution, Nomenclature of Dp&rsc Centres, 23.5.1946, in Acc, 10000.164.1674).

[20] Regional Commissioner Floyd E. Thomas, Bologna Province, Report for May, 1.6.1945, in Acc, 10901.115.50.

[21] Regional Commissioner Floyd E. Thomas, Monthly Report, Bologna Province, June 1945, 30.6.1945, in Acc, 10000.164.1674.

[22] Hd Emilia Region. Amg. Public Health & Welfare Division to Regional Commissioner, Emilia, Refugees, 12.5.1945, in Acc, 10900.163.88.

[23] Hd Acc. Dp&rsc to those interested, Notes on the Italian Refugee and Repatriation Situation as 16 May 1945, 17.5.1945, in Acc, 10900.163.88.

[24] A. De Gasperi a E. Sereni, 28.8.1946 (copia), in Pcm.sdg, b. 31, fasc. 196; prospetti statistici allegati a E. Sereni ad A. De Gasperi, 13 ottobre 1946, in Pcm.sdg, b. 31, fasc. 200.

[25] Caivgz. Sede regionale per l’Emilia e Romagna. Bologna. Ufficio assistenza profughi a L. Laurenzi, 1.8.1946, in Pcm.sdg, b. 31, fasc. 196.

[26] «L’Avvenire d’Italia», 8 dicembre 1946.

[27] Caivgz. Sede regionale per l’Emilia e Romagna. Bologna. Ufficio assistenza profughi a L. Laurenzi, 1.8.1946, in Pcm.sdg, b. 31, fasc. 196.

[28] Segreteria particolare del Presidente del Consiglio dei Ministri, Appunto per il Presidente, s.d. [ma ca.15.7.1946], in Pcm.sdg, b. 31, fasc. 196.

[29] Mapb. Ufficio provinciale di Bologna, Promemoria, 4.7.1946, in Pcm.sdg, b. 31, fasc. 196.

[30] A. De Gasperi a W.E. Stone, 17.7.1946 (copia), in Pcm.sdg, b. 31, fasc. 196.

[31] W.E. Stone ad A. De Gasperi, 1.8.1946 (copia), in Pcm.sdg, b. 31, fasc. 196.

[32] A. De Gasperi a W.E. Stone, 28.8.1946 (copia), in Pcm.sdg, b. 31, fasc. 196.

[33] M.int. Direzione Generale dell’Assistenza Post-Bellica alla Pcm.sdg, Situazione scolastica di Bologna, 19.10.1947, in Pcm.gab, 1944-47, b. 3328, fasc. 79142; G. Andreotti alla Prefettura di Bologna, 6.11.1947, in Pcm.gab, 1944-47, b. 3328, fasc. 79142; il sindaco di Bologna G. Dozza al prefetto di Bologna, 3.12.1947, in Pcm.gab, 1944-47, b. 3328, fasc. 79142.

[34] La prefettura di Bologna al M.int., 8.11.1950, in M.int.gab., 1950-52, b. 287, fasc. 17531.

[35] La prefettura di Bologna al M.int., 18.3.1951, in M.int.gab., 1950-52, b. 287, fasc. 17531; la prefettura di Bologna al M.int., 11.6.1951, in M.int.gab., 1950-52, b. 287, fasc. 17531; M.int. Direzione Generale Assistenza Pubblica, Appunto per S.E. il Ministro, 15.3.1952, in M.int.gab., 1950-52, b. 287, fasc. 17531.

[36] «L’Arena di Pola, 3 aprile 1957, 24 maggio 1960 e 5 luglio 1960.

[37] La prefettura di Bologna al M.int., 18.3.1951, in M.int.gab., 1950-52, b. 287, fasc. 17531; la prefettura di Bologna al M.int., 11.6.1951, in M.int.gab., 1950-52, b. 287, fasc. 17531.

[38] La prefettura di Bologna al M.int., 8.11.1950, in M.int.gab., 1950-52, b. 287, fasc. 17531.

[39] Ibid; la prefettura di Bologna al M.int., 8.12.1950, in M.int.gab., 1950-52, b. 287, fasc. 17531; la prefettura di Bologna al M.int., 11.6.1951, in M.int.gab., 1950-52, b. 287, fasc. 17531; «L’Arena di Pola», 1° novembre 1950 e 6 giugno 1951.

[40] «L’Arena di Pola», 29 luglio 1953, 27 ottobre 1954 e 3 novembre 1954.

[41] «L’Arena di Pola», 3 aprile 1957, 3 giugno 1958, 17 maggio 1960, 24 maggio 1960 e 5 luglio 1960.

[42] «L’Arena di Pola», 19 maggio 1959 e 14 luglio 1959.

[43] L’esodo dalle terre adriatiche. Rilevazioni statistiche, a c. di A. Colella, Oapgd, Roma 1958, p. 52.