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Frontiera Adriatica

La scuola, la piazza, la guerra. Il percorso patriottico di Umberto Diena (1890-1918)

Abstract

Il saggio traccia un profilo biografico di Umberto Diena, nato a Trieste nel 1890 da famiglia cattolica con progenitori ebrei nel ramo paterno, morto al fronte nel giugno del 1918. Studente alle scuole superiori della città natale, universitario a Milano e a Padova, dal suo percorso esistenziale si può desumere la pervasività dei dispositivi didattici messi in campo dai tre agenti maggiormente impegnati allora nell’edificare il carattere del patriota-soldato: scuola, famiglia, caserma.

Parole chiave: Irredentismo, Interventismo, Grande guerra, Nazionalizzazione

Intervenendo nel 1999 in un dibattito sull’uso della biografia nelle scienze sociali, Regina Pozzi rilevava il successo di ritorno e le trasformazioni che il genere aveva subito negli ultimi decenni[1]. Constatata l’impossibilità di svalutarlo come strumento d’analisi, la studiosa ricordava che la propensione a indagare i profili di personalità importanti era stata via via affiancata dall’interesse per gli «attori oscuri, le cui tracce lo storico» doveva «andare a cercare in luoghi prima inesplorati»[2]. Nel presente saggio seguiremo le vicende di un personaggio ordinario vissuto in un frangente ricco di rivolgimenti politici, tentando così di «descrivere un caso esemplare, che, nei limiti di un’esistenza individuale, illustri – e aiuti a comprendere – un determinato contesto»[3].

Umberto Diena nacque a Trieste nel 1890 da famiglia cattolica benestante con progenitori ebrei nel ramo paterno[4]. Primo dei sette figli di Luciano e Francesca Delchin[5], egli era suddito italiano pertinente a Modena, come il padre e il nonno Leone[6]. Secondo una legge austriaca del 1862 i figli legittimi ottenevano alla nascita la cittadinanza del padre, per cui i regnicoli trasmettevano ai discendenti la propria condizione civile[7]. L’allontanamento dei Diena dalla fede avita si inserì in un processo di ampie dimensioni[8]. Tra la metà dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale, in concomitanza con la tendenza della comunità israelitica di Trieste a diradare i contatti con l’esterno, alcune sue frange si assimilarono alla società maggioritaria[9]. Il simultaneo sviluppo da parte di costoro di un sentimento di lealtà verso il Regno d’Italia, dunque l’acquisizione di un’identità fondata su basi nazionali piuttosto che religiose, con ripercussioni «nell’organizzazione familiare, nel sistema educativo, nella scelta delle professioni»[10], rispose alle esigenze imposte dall’idealizzazione di uno Stato omogeneo, concetto agli antipodi della realtà mistilingue e multietnica dell’Impero danubiano[11]. Il fatto invece che nell’arco di almeno quattro generazioni[12] i Diena non siano mai divenuti cittadini austriaci non si spiega in modo assolutamente certo con una scelta di campo. L’ipotesi di un deliberato rifiuto di farsi tributari di sua maestà l’imperatore può essere ritenuta plausibile per padre e figlio, mentre delle inclinazioni politiche dei loro ascendenti nulla sappiamo. Requisito essenziale per ottenere la sudditanza era, oltre alla condotta impeccabile del «supplicante», il possesso di un ragguardevole patrimonio, che non sempre l’intraprendente borghesia in ascesa del porto adriatico poteva vantare[13].

Utilizzando l’archivio della famiglia Diena, contenente documenti di varia tipologia, nelle prossime pagine seguiremo il cammino di un patriota in erba, illuminando la pervasività e l’efficienza delle tecniche educative e dei dispositivi didattici messi in campo dai tre agenti maggiormente impegnati nell’edificarne il carattere: scuola, famiglia, caserma. Studente alle scuole superiori di Trieste, universitario a Milano e a Padova, Umberto combatté nella Grande guerra nei ranghi dell’esercito italiano. Le lettere che spedì dall’Italia e dal fronte costituiscono un affresco soggettivo ma attendibile dell’ambiente che lo accolse e contribuì a rinfrancarlo nelle sue convinzioni patriottiche, inveratesi nell’appoggio al conflitto.

1. La generazione del 1915

I manoscritti di Umberto permettono di cogliere caratteristiche condivise dalla «generazione del 1915», come è stata definita quella dei nati nell’ultimo quarto dell’Ottocento che partirono per la guerra «dopo averla invocata»[14]. La definizione è applicabile ai volontari e ai richiamati alla leva che sostennero l’intervento del Regno dei Savoia nel conflitto. La prospettiva di combattere infuse in loro la consolante sensazione di vivere un’impresa comune eccezionale, capace di trasformarli in un segmento sociale riconoscibile[15]. In Francia, Inghilterra e Germania si erano schierati a difesa della patria i rampolli delle rispettive borghesie, anticipando l’esperienza degli omologhi italiani, diversa per contesto politico ma uguale per afferenza cetuale, situazione anagrafica e motivazioni teoriche[16].

Fig. 1 Umberto Diena

Tra XIX e XX secolo l’avvento della società di massa aveva mutato il volto del continente, causando disorientamento fra gli intellettuali nel fiore degli anni. Minacciati nel ruolo di gruppo egemone dai teorici del marxismo, smarriti nell’anonimato delle metropoli, essi videro nell’avventura bellica un rimedio ai disagi della civiltà delle macchine, la possibilità di riscoprire un’identità collettiva immergendosi nell’esaltante sensazione di fratellanza con l’ampia, ma ben delimitata cerchia d’appartenenza[17].

Per comprenderne l’atteggiamento davanti alla guerra è necessario studiare il modello educativo che assorbirono in casa e a scuola. Analizzeremo l’universo mentale di Umberto sulla scorta di tre tipi di fonti: gli scritti redatti per il padre, i compiti scolastici, la lista dei libri posseduti. Apparentemente di scarso valore euristico, le note infantili dedicate agli onomastici del genitore, proprio perché standardizzate e rispondenti a canoni espressivi prestabiliti, sono rappresentative del sistema di valori in cui crebbe la gioventù europea di fine Ottocento, spinta a nutrire un «rispetto quasi biblico dell’autorità paterna»[18]. L’imperativo categorico di onorare il capofamiglia instillava nella prole il senso del sacrificio e della deferenza, stabilendo dei rapporti asimmetrici che riflettevano, su scala minore, quelli tra cittadino e potere costituito. I primogeniti Diena maschio e femmina furono battezzati Umberto e Margherita, «prenomi ideologici» presi in prestito da Casa Savoia e testimonianti fedeltà alla monarchia italiana[19].

Nell’universo della borghesia medio-piccola del XIX secolo il microcosmo domestico trasmetteva precise norme comportamentali e raffinava caratteri conformi alle aspettative della classe società di riferimento, seguendo le linee di un metodo istruttivo imperniato sull’ossequio verso i parenti e sull’amor di patria. Le virtù trasmesse agli eredi, «lealtà, temperanza, responsabilità e coraggio»[20], si sarebbero proiettate nel 1915 su uno sfondo politico, quando l’individuo ormai adulto, addestrato alle regole del dovere, avrebbe risposto alla chiamata alle armi o l’avrebbe anticipata arruolandosi di sua sponte. Al contrario, operai e contadini, dotati di strumenti culturali differenti, rimasero tendenzialmente estranei al «codice d’onore maschile come status symbol»[21], refrattari ai miti marziali dell’eroismo e della virilità da affermare in battaglia e in duello[22].

Il rapporto metonimico stabilitosi nella fase risorgimentale tra patria e famiglia, tuttavia, possedeva una sfumatura d’ambiguità[23]. L’irrequieto ceto medio dell’età giolittiana, insediatosi nei gangli amministrativi dello Stato, abbracciò il patriottismo ma contestò il parlamento, giudicato incapace di realizzarne le aspettative e traditore delle speranze alimentate dalle lotte per l’indipendenza[24]. Il simbolo vivente di tale stato di cose era, agli occhi di una pletora di giornalisti e osservatori, Giovanni Giolitti, giudicato l’incarnazione senescente di una prassi governativa incline al compromesso, vile e bottegaia, che occorreva spazzare via[25]. Nacque così «il mito dello Stato nuovo», l’utopia di una palingenesi socio-politica da realizzare coi cannoni, in cui confluirono, variamente dosati, fattori disparati e antitetici: irrazionalismo, attivismo, rabbia antiproletaria, disprezzo e insieme culto per la modernità[26].

Fig. 2 Il tricolore, cartolina illustrata (Archivio Mastrociani-Todero)

Nei mesi che precedettero l’ingresso del Regno nel conflitto si mobilitarono forze eterogenee che cercarono di spingere il governo alla risoluzione armata[27]. In prima fila vi furono i giovani, «doppiamente mobilitati» in qualità di soldati e di cittadini e, al loro interno, il sottoinsieme degli studenti, tra cui Umberto, universitario negli anni caldi dell’anteguerra a Milano e a Padova, segnati dalle dimostrazioni di piazza a favore dell’ingresso in guerra[28]. La sua parabola è paradigmatica dell’impegno profuso dalla famiglia e dallo Stato per costruire la personalità dell’ottimo figlio e del suddito provetto.

2. A scuola d’italianità

In un testo privo di data il piccolo Umberto si rivolgeva al padre nel giorno del compleanno assicurandogli totale ubbidienza[29]. Il topos ricorrente nei biglietti d’auguri era l’impossibilità di sdebitarsi per le cure ricevute, che egli prometteva di ripagare con lo studio e una condotta irreprensibile[30]. Questi scritti occasionali, che battevano sul tasto, con minime variazioni lessicali, dell’inadeguatezza filiale nei confronti della statura morale del «carissimo babbo», contenevano uno scarto rispetto ad epoche passate: in epistolari più datati, redatti da persone di medesima fascia sociale, la distanza gerarchica tra padre e figlio era rimarcata dall’uso del “lei”[31]. Nonostante qui e poi lo scambio del “tu”, il pater familias assumeva agli occhi di Umberto la veste di guida indiscutibile.

A Trieste egli frequentò la Civica scuola popolare e la Civica scuola reale superiore, maturandosi il 7 luglio 1908. Tre mesi dopo s’immatricolò al Politecnico di Milano, dove rimase fino al 1915, data di passaggio alla facoltà d’ingegneria dell’Università di Padova[32]. La percentuale di studenti italo-austriaci nei politecnici della penisola si attestò intorno al 30% circa tra gli anni Ottanta dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale. Erano tassi di presenza notevoli, che andrebbero sommati alle quote di giuliani e trentini affluiti nelle altre facoltà italiane, spiegabili con la comunanza linguistica e col rifiuto austriaco di riconoscere i titoli acquisiti in Italia[33]. Nelle scuole asburgiche Umberto apprese i rudimenti delle lingue francese e tedesca, distinguendosi nelle materie scientifiche e nel comportamento, sempre giudicato «lodevole», a riprova del successo di un’educazione ispirata al precetto della disciplina[34]. Una fonte utile per indagare la formazione dei minorenni sono i temi scolastici, costellati dai mea culpa degli alunni per le supposte manchevolezze nei confronti dei tutori[35].

Fig. 3 Poesie di Giosue Carducci MDCCCL-MCM, Zanichelli, Bologna 1919

I quaderni d’italiano e di storia di Umberto, sebbene semplici compendi, contengono spunti riconducibili al motivo dell’attaccamento alla cultura italiana. In un sunto dell’opera di Carlo Denina Delle rivoluzioni d’Italia, lo studente condivide l’irritazione dello storico per il depauperamento di uomini e capitali subito per mano dei transalpini dall’Italia secentesca, considerata dal fanciullo una compagine coerente e definita «prima maestra della cultura e delle arti»[36]. Se è vero che fu lo stesso Denina a postulare una similarità di fondo nella storia degli antichi Stati peninsulari, insinuando sottotraccia la sostanza di un’Italia già fatta e finita, rimane indubbio che il ricorso da parte di Umberto del termine «nazione», nell’accezione corrente mentre scriveva, e l’elogio all’iniziativa di purificare l’idioma di Dante dai francesismi, costituissero sintomi patenti della maturazione di una coscienza nazionale[37].

Un’introiezione di significati, questa, che non stupisce se storicamente inquadrata. Basti leggere il discorso inaugurale al congresso della Federazione degli insegnanti italiani della Regione Giulia svoltosi nel 1910: «Dove c’è un maestro, là ci deve essere un combattente. […] nel nome della scuola e della nazione noi vinceremo»[38]. Il posteriore approdo di liceali triestini e trentini nell’esercito sabaudo conferma la funzione di serbatoio d’ideali irredentisti svolta da molti istituti scolastici nelle città italofone d’Austria[39].

In una serie di appunti dedicati a una gita di classe all’Esposizione universale di Milano del 1906, Umberto descrisse i padiglioni, i palazzi e le chiese visitate, soffermandosi sul «monumento delle cinque giornate eretto in onore dei combattenti italiani contro gli austriaci nella guerra del quarantotto»[40]. Inaugurato nel 1895, nel cinquantenario dei moti milanesi, il complesso scultoreo di Giuseppe Grandi divenne meta di pellegrinaggi patriottici, compreso quello di un comitato di «irredenti» con stendardi e labari listati a lutto[41]. Il passo rivela la complicità emotiva del ragazzo e quella sottintesa dei docenti, che avevano accompagnato la scolaresca a visitare l’emblema della lotta anti-austriaca nella città ambrosiana. Una volta qui trasferitosi, Umberto avrebbe continuato a frequentare le cerimonie per le cinque giornate, condividendone l’afflato e gli impliciti messaggi di riscatto[42].

In un altro taccuino egli passava in rassegna le biografie di famosi letterati, accompagnate da attributi eloquenti circa l’angolo d’osservazione prescelto: da Foscolo esiliato «per non sottomettersi agli Austriaci» a Carducci poeta dell’«unità d’Italia»[43]. Nomi che ritroviamo nella biblioteca di famiglia, composta da vari volumi siglati dai proprietari e rientranti nel «canone risorgimentale», vale a dire un insieme di testi di poeti e saggisti che, volendo dare spessore all’idea nazionale, crearono una mitografia incardinata sul racconto di gesta, lingua e costumi degli abitanti della penisola[44]. Appartenevano a Umberto due antologie carducciane e romanzi di Benco, Castelnuovo, D’Annunzio, Deledda e Fogazzaro, cui si aggiungevano i libri dei fratelli e delle sorelle, che venivano passati di mano in mano, di De Amicis, Benelli e Barrili. Indicativa è la massiccia presenza di Carducci e D’Annunzio, icone per antonomasia degli irredentisti, e Benco, espressione letteraria della borghesia filoitaliana di Trieste[45].

3. La festa della patria

Spostatosi a Milano per gli studi universitari, Umberto svelò la riuscita del suo apprendistato pedagogico. Dalla nuova residenza scrisse ai genitori in un imprecisato giorno del 1908:

«Poi alle 9½ assistetti al Parco alla rivista che durò sino a mezzogiorno. Il tempo era splendido e la rivista più splendida ancora. Davanti l’entrata principale del castello sforzesco si pose lo stato maggiore fra il quale c’erano due colonnelli spagnioli [sic] e un francese. La sfilata non terminava mai. Si cominciò con gli zappatori e tutta la fanteria, poi gli alpini e alcune compagnie con la nuova divisa, i bersaglieri al passo di corsa, l’artiglieria da campo con più d’una ventina di cannoni, cavalleria pesante e la cavalleria leggera. Quando vedo qualche cosa di bello o di nuovo sento maggiormente la mancanza e mi dispiacere [sic] che voi non lo possiate vedere»[46].

La sofisticata procedura di edificazione dell’identità nazionale seguì in Italia vie diversificate: fu adottata una politica di occupazione degli spazi urbani fondata sulla statuaria e sulla modifica odonomastica del tessuto viario; la scuola attese alla conversione dei discepoli alla religione della patria; venne celebrato l’esercito, considerato fattore unificante per l’adozione di un sistema di reclutamento su larga scala[47].

Fig. 4 Trieste o Morte!, cartolina illustrata (Archivio Mastrociani-Todero)

Le parole riservate da Umberto alle scintillanti truppe che sfilavano in divisa lasciavano filtrare stupore, ammirazione, rispetto. Di lì a breve egli stesso avrebbe indossato il grigioverde e i galloni da ufficiale, con uno stato d’animo che, date le premesse, dobbiamo supporre entusiasta.

Il triestino fu un assiduo spettatore di mostre militari e delle parate che si tenevano nella piazza d’armi del castello sforzesco[48]. Un interesse, questo, condiviso dal fratello Leo, studente di medicina a Padova e, come lui, partecipe dell’euforia sprigionata da rituali esaltanti la patria e le milizie incaricate di difenderla, parti integranti di un apparato di rappresentazioni pubbliche che prese piede nell’Italia post-unitaria, atto a esprimere una logica di sostegno allo Stato[49]. In una lettera successiva, Umberto descrisse i festeggiamenti per il cinquantenario della seconda guerra d’indipendenza:

«Già saprai delle feste che quivi si fanno e si faranno per il cinquantenario della liberazione di Lombardia. Ieri fui la mattina alla rivista (Festa dello Statuto) […] Spettacolo grandioso e commovente fu quello del dopopranzo. […] andammo prima al Verziere e poi in Piazza del Duomo a vedere il corteo che si recava all’Arena. Corteo lunghissimo e composto di tutte le società di Milano e dei comuni lombardi con le loro bandiere e stendardi. Aprivano la marcia alcuni volontari ciclisti e poi venivano i reduci del 59 e reduci garibaldini salutati al loro passaggio da applausi fragorosi. Le società avevano le loro bande che si sentivano suonare a quattro o cinque alla volta; e l’inno di Garibaldi, l’inno di Mameli, la Marsigliese, la marcia reale si mescolavano, si univano: non si capiva più nulla. Dovunque sventolavano bandiere tricolori italiane e francesi unite in tutte le maniere possibili. Ve n’erano sui tetti, ai poggioli alle finestre. Verso la fine del corteo alcuni triestini portavano una grande corona. L’alabarda di fiori bianchi e sopra scritto Trieste con garofani rossi; da dietro una corona verde. Al suo apparire applausi frenetici la salutavano. In piazza del Duomo ci furono alcuni piccoli tafferugli causati da alcuni anarchici che abbassarono le bandiere dinanzi al monumento di Vittorio Emanuele. Ben più grandioso però fu lo spettacolo all’arena. Questa quantunque vastissima era gremita di popolo. Il corteo entrava dalla porta principale salutato di quando in quando da applausi: ma quando la corona di Trieste apparve sullo sfondo verde degli alberghi la folla l’accolse con un applauso fragoroso e fu presa da un delirio veramente grandioso e commovente. Duecentomila persone gridavano evviva Trieste, agitavano cappelli, battevano le mani. Entrato il corteo le porte si chiusero e cominciò il concerto. Furono suonati e cantati inni patriottici. Da ultimo 3 bande, con strumenti accompagnati da tutto il popolo cantarono l’inno di Garibaldi. T’assicuro che uno spettacolo così grandioso e commovente non me lo sarei mai immaginato e che per poter farsene un’idea bisogna proprio esserci stati. Domani poi ci sarà un corteo di studenti che porrà fiori e corone sui monumenti di Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele e Napoleone III. Durante la giornata altri festeggiamenti ancora e la sera illuminazione di tutta la città. Con profondo dispiacere che tu pure non possa assistere a entusiasmi, a manifestazioni patriottiche tanto grandiose […]»[50].

Il racconto registra il tasso di politicizzazione dell’associazionismo milanese d’inizio secolo; le liturgie che i suoi capi misero in scena col supporto della municipalità; il sorgere di un’interpretazione conciliatorista del passato risorgimentale, espressa dalla contemporanea esecuzione di musiche garibaldine e monarchiche e dalla sovrapposizione delle celebrazioni per lo Statuto, festa sabauda per eccellenza, e per la guerra d’indipendenza, ricorrenza afferente alla mitologia delle camicie rosse[51]. E ancora: il coinvolgimento degli studenti, il consenso goduto dalla causa irredentista e le tensioni che guastarono l’effetto d’unione sacra. Se è vero che il 1859 e commemorazioni affini riproposero gli scontri che, raggiunta l’unificazione, avevano reso il Risorgimento oggetto di dissenso tra memorie contrapposte, rimane assodato che, a vari livelli, vi fu il tentativo di superare fratture e steccati. Lo testimoniano, nel brano citato, sia la presenza di anarchici all’evento patriottico a meno di un decennio dal futuro regicidio, sia la deposizione di fiori da parte di una delegazione di studenti innanzi alle statue di Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele[52].

Umberto, di simpatie monarchiche e iscritto al comitato milanese della Società Dante Alighieri, ascoltò il racconto delle campagne garibaldine dalla voce di un veterano, tradendo, nel resoconto che poi ne fece, un evidente trasporto sentimentale[53]. Come molti coetanei egli nutrì venerazione per le glorie trascorse d’Italia, alla stessa stregua di chi era magari distante da lui per indole e scelte politiche, ma reduce dallo stesso itinerario formativo, dalle medesime letture e portatore delle identiche speranze «di ricalcare, finalmente, le orme degli avi»[54]. Da una lettera del 1908, a prima vista una cronaca neutra dei tafferugli scoppiati in città dopo l’annessione austriaca della Bosnia-Erzegovina, traspare il proponimento di non allarmare i genitori nel momento in cui confessava la propria partecipazione ai cortei di protesta. Uno scrupolo, il suo, che ritroveremo nelle missive dal fronte:

«Il fermento che c’era ieri a scuola per i fatti di Vienna è passato: è passato nel senso che non faranno più dimostrazioni almeno per ora. Quella di ieri riuscì più bene di quello che gli stessi dimostranti speravano. Ho saputo questo che ti scriverò adesso dai racconti che facevano oggi a scuola quelli che c’erano stati; i quali se dei primi corsi sono stati pochi, degli ultimi quasi tutti. Il corteo si formò al largo Garibaldi (tra piazza castello e foro Bonaparte) a piedi del monumento a Garibaldi. Lì ci fu una specie di comizio. Poi per la via Dante si mosse verso piazza del Duomo, Galleria, Piazza S. Fedele e si fermò sotto il balcone del municipio dal quale il podestà fece un discorso. La piazza era gremita di gente che s’unì pure al corteo. Presto ritornò a passare per la Galleria gridando, poi s’avviò ai consolati di Serbia, Montenegro e poi attraversato di corsa il Parco, preceduto da una compagnia di alpini e seguito da una di carabinieri arrivò in via Revere al consolato Austriaco a grida di abbasso. Qui dovette sciogliersi, costretto dalla forza pubblica. Del resto era già la mezzanotte. Oggi alla lezione di chimica mezza scolaresca dormiva e moltissimi parlavano a stento tutti rauchi»[55].

Fig. 5 Mestre, Battaglione volontari irredenti (Archivio Irsrec FVG)

In risposta ai fatti di Bosnia, il popolo studentesco italiano istituì gruppi paramilitari sull’impronta dei battaglioni universitari impiegati nelle guerre d’indipendenza[56]. A partire dal 1909 la Sursum Corda sovrintese alla costituzione in numerose città delle Legioni volontarie studenti, rese più tardi complementari all’esercito[57]. L’intensificato patriottismo studentesco contagiò il triestino, che, oltre a lasciar trasparire qua e là un’opinione sugli slavi viziata dai decennali contrasti che a Trieste li opponevano agli italiani[58], giunse a biasimare un professore tedesco del Politecnico perché parlante in «barbara maniera», incapace di padroneggiare appieno la lingua italiana[59]. Le tradizioni goliardiche, che riattualizzarono il medioevo conferendogli una coloritura nazionale, divennero veicolo identitario degli universitari come Umberto[60]. Habitué di concerti, operette e rappresentazioni teatrali, nel marzo 1909 egli assistette alla commedia goliardica Stivaliade, i cui incassi furono devoluti in beneficenza ai terremotati meridionali[61].

4. Dalla guerra di Libia all’intervento

Un fascio di lettere firmate da Umberto nel 1911 getta luce sulla dibattuta questione dell’effettivo favore pubblico goduto dall’impresa libica[62]. Dichiarata in settembre contro l’Impero ottomano, che esercitava una sovranità pressoché formale su Tripolitania e Cirenaica, l’Italia di Giolitti conquistò la cosiddetta “Quarta sponda” dopo una tenace resistenza locale. Una tradizione storiografica in cui si sono riconosciuti studiosi di differenti orientamenti politici ha dato per certa l’approvazione popolare al conflitto, altri l’hanno invece di recente messa in discussione[63]. I resoconti di Umberto sulle manifestazioni milanesi a pro della guerra libica confermano la vecchia linea interpretativa. Egli accennò spesso alla martellante propaganda per la campagna militare[64] e diede risalto al «fermento patriottico» che aveva investito la cittadinanza fino al «delirio». Si tratta di un’esposizione nient’affatto neutra, ricca però di particolari interessanti:

«tutte le scuole con bandiere e musiche hanno accompagnato alla stazione il 7° fanteria che parte per la guerra. Ieri dopopranzo alle 4 partimmo in corteo dal Politecnico alla volta della caserma Garibaldi a recare in dono al reggimento partente una squilla d’argento massiccio. Il corteo ingrossatosi lungo la via, giunto davanti alla caserma era d’una imponenza straordinaria. Una deputazione di studenti entrò nella caserma a portare il regalo […]. Da ultimo al suono della marcia reale fu esposta la bandiera del reggimento: un’asta con alcuni sfilacci di stoffa e molte medaglie. L’urlo e il delirio della folla in quel momento è impossibile immaginarlo e impossibile dimenticarlo. La sera poi assistetti alla partenza di una parte del regg. l’altra partì stamattina. È inutile e non saprei nemmeno descriverti le scene di entusiasmo; non avrei immaginato una cosa simile»[65].

Al netto della tendenza di Umberto a magnificare i fatti, riscontrabile anche altrove, è lecito ritenerne attendibile la ricostruzione. Il suo carteggio è l’affresco di una nazione pronta a tutto per conquistare la perduta grandezza, pullulante di episodi edificanti: dal triestino arrestato nel 1913 per aver commemorato Oberdan, a cui gli universitari avevano dato solidarietà tramite «una dimostrazione in galleria, repressa molto violentemente dalla polizia»[66], alle lettere del 1914 sulle esuberanze degli interventisti. Come quella in cui diede conto dei tumulti verificatisi di pomeriggio «davanti al consolato austriaco», quando le cariche di cavalleria ferirono «abbastanza gravemente» un allievo del suo corso, e alla sera in galleria centrale, «zeppa di studenti e cittadini» che i carabinieri tentarono di sloggiare, venendone travolti:

 «Non ho mai visto una dimostrazione di studenti tanto violenta. Volavano bastonate, pugni, sedie e tavolini. Per un’ora si riescì ad essere padroni della galleria respingendo i continui assalti dei carabinieri. Carabinieri e questurini non sarebbero certi riusciti a sgomberarla se non fossero venuti i bersaglieri che sono entrati applauditi alle grida di viva l’esercito, viva la guerra. Nessuno si mosse. Appena entrati con poche evoluzioni riuscirono a vuotare tutta la galleria»[67]».

Le coeve adunate interventiste di Udine seguirono le stesse dinamiche. I giornali del periodo narravano di risse tra giovani e agenti di sicurezza interrotte dall’esercito, accolto da applausi e lanci di fiori[68]. In simili occasioni si verificò una sorta di corto circuito istituzionale, con le guardie nei panni dei nemici e i soldati visti come il volto genuino della patria. In un altro scritto Umberto narrò di disordini più animosi «del solito», partiti da un corteo snodatosi sulla traiettoria che congiungeva l’Università al Duomo. In piazza S. Fedele «successero i fatti più gravi», segnati da «una colluttazione violentissima» tra manifestanti e poliziotti eccitati «come bestie», che spararono «in aria gettando gran confusione». Un parapiglia scoppiato nello spazio antistante il Politecnico si concluse con qualche arresto. Degna di nota la chiusura: «Noi triestini teniamo un contegno passivo. Difatti la dimostrazione si fa per noi»[69]. La sua piena adesione alle ragioni della guerra antiaustriaca è ribadita da una lettera alla sorella:

«Ieri poi qui si sospesero le lezioni tutto il giorno e ci fu una dimostrazione abbastanza imponente. Il corteo partì dal Politecnico dopo le nove e gridando evviva Trieste ma evitando tutte le grida di abbasso si inviò sino al [sic] piazza del duomo. Contro al solito fu una dimostrazione seria e al passaggio dei dimostranti alla finestra si esponeva la bandiera a mezza asta. Sotto la galleria una [sic] cordone di guardie che opponeva a dire il vero una resistenza relativa fu spezzato di colpo. Si vede che la questura lasciava fare. Il consolato austriaco però era inespugnabile, difeso dalla fanteria e dai carabinieri. Da quel che leggo dimostrazioni ci furono in tutte le città. Violente specialmente a Padova e a Napoli. Speriamo serva a qualche cosa»[70].

L’iter formativo di Umberto si consumò tra Trieste e Milano, teatro delle zuffe tra interventisti e forze dell’ordine e prima tappa della tournée oratoria di Cesare Battisti, che toccò pure Padova, dove il triestino si spostò da lì a poco[71].

Fig. 6 La tormenta, cartolina illustrata (Archivio Mastrociani-Todero)

Della parentesi padovana rimane una manciata di cartoline senza contenuti di rilievo, che non spiegano i motivi del trasferimento, comunque di breve durata. Dopo un’educazione all’insegna del patriottismo, aver inneggiato ai soldati in partenza per la Libia e ingrossato i raduni irredentisti nell’Italia della belle époque, Umberto Diena indossò la divisa di ufficiale del Regno.

5. La guerra bianca

Le missive redatte in guerra compongono un blocco di documenti a sé stante per temi e tenore. La loquacità dell’universitario cede qui il passo alla reticenza del soldato, assai cauto su quanto e cosa dire per non spaventare la famiglia o incappare nelle maglie della censura, che non di rado suscitava il fastidio di chi si trovava sottoposto al vaglio di inferiori in grado[72]. Dagli anni Settanta in poi i ricercatori hanno conferito dignità alle lettere dei fanti-contadini, dopo una stagione di raccolta e pubblicazione di testimonianze della sola ufficialità istruita, nella convinzione che gli umili, ritenuti privi di capacità letterarie e mossi dal mero istinto di sopravvivenza, non avessero nulla di significativo da raccontare[73]. Le corrispondenze di Umberto ci riportano all’ottica dell’ufficiale di complemento, uno di quegli studenti che la truppa incolpava di aver provocato il conflitto, ma anche fondamentale cerniera tra l’alto e il basso della gerarchia militare, mediatore di valori, deputato a sanare le divisioni di classe che avevano attraversato la società in tempo di pace, da ricucire ora in un organismo compatto[74].

Interrotti gli studi, egli si arruolò volontario, fece la scuola mitraglieri a Torino e fu inviato al fronte col grado di sottotenente, venendo in seguito promosso. Combatté la “guerra bianca” sulle Dolomiti, «nelle trincee scavate nella neve, esposto al pericolo dei proiettili nemici e all’infuriare delle tormente», come recita un manoscritto redatto dai familiari nel 1928 per l’anniversario della vittoria[75]. Il racconto, enfatico secondo gli stilemi dell’epoca e steso su sollecito delle autorità fasciste, contiene nondimeno un nucleo di verità. Il processo d’antropizzazione della montagna innescato dal conflitto, complicato da avversità climatiche, difficoltà di vettovagliamento e d’equipaggiamento, causò un elevato numero di perdite, sia durante gli scontri a fuoco che in conseguenza di slavine e valanghe[76]. Tra le più insistite richieste ai parenti degli ufficiali acquartierati sulle Alpi vi era quella di un vestiario adeguato[77].

Umberto negò invece patimenti e fatiche alla famiglia, che nel frattempo si era spostata in Italia, prima a Padova e poi a Roma. Se gli storici hanno di volta in volta parlato, a proposito dei disparati modi di assegnare qualità positive a un evento atroce, di «guerra-antidoto», «guerra-festa», «guerra-farmaco»[78], al caso de quo meglio s’attaglia la locuzione di «guerra-vacanza».

Costruito come un corpus di testi su vari argomenti, esclusi quelli del sangue e della morte, il carteggio rivela costantemente tra le righe il disperato e non sempre riuscito sforzo di minimizzare il dramma patito: «L’aria è buona, il clima dolce, la vita sana […] e si dorme al caldo quattordici ore», scriveva Umberto alla sorella Rita nel novembre 1916[79]. L’epistolario, in cui differenziò le strategie comunicative a seconda dell’interlocutore, ricorrendo a un registro formale per il padre e intimo per la madre[80], è fitto dei termini «bora», «caldo», «quassù», ognuno rivelatore di una precisa disposizione psichica: la malinconia per la lontananza da Trieste, la volontà di non preoccupare i cari, la percezione di condurre un’esistenza sospesa, staccata dalla realtà dei civili[81]. Impegnato senza sosta a dissimulare l’umore, Umberto, in un susseguirsi di ritegni e involontarie ammissioni, passava dalla narrazione di un conflitto vissuto come fosse in villeggiatura, fatto di comodità ostentate e poco credibili[82], a momenti in cui gli capitava di scoprirsi:

«Dopo un mese di trincea sono diventato al doppio più grasso, perché mangio come un lupo (sarà effetto del clima), dormo come un ghiro e ho un barbone da far spavento. Naturalmente ci sono i suoi inconvenienti tra i quali quello di non potersi spogliare mai e lavarsi quando portano l’acqua o con la neve, ma sono miserie a cui non si abbada. Il più è la nostalgia della famiglia, e per quello ci vuol pazienza»[83].

Il riserbo sulle reali condizioni della vita in quota era garantito dai commilitoni. Nel febbraio del 1917 Rita fu rincuorata da un amico, «anche lui nel Trentino in alta montagna», il quale le riferì «che lassù si sta bene e non soffre il freddo»[84]. Solo il padre non si lasciava persuadere. Quando intuiva delle emozioni inespresse, cercava di fornire quel conforto che il figlio, per pudore o per orgoglio, evitava di chiedere[85].

6. Il patriottismo alla prova della guerra

Le lettere appena esaminate erano prive di riferimenti espliciti alla patria, mentre i destinatari lasciavano di tanto in tanto trapelare assenso al perché del conflitto, frutto di una campagna di convincimento che toccava uomini e donne, sollecitate ad aiutare i combattenti confezionando indumenti, prestando servizio nella Croce rossa o intrattenendo corrispondenze con i trinceristi poveri e senza parentela[86]. Durante il soggiorno padovano la madre e le sorelle del triestino lavorarono al Palazzo Papafava, adibito a laboratorio di cucito per divise militari[87].

Oratori esperti illustravano in appuntamenti pubblici i motivi dell’intervento ed elaboravano l’immagine negativa del nemico[88]. La capillare opera di persuasione raggiunse i Diena, presenti d’abitudine a conferenze sul Risorgimento, al cui fascino solo il padre sembrava immune[89]. Anzitutto i bambini furono oggetto delle attenzioni dei promotori del consenso, che si appellarono agli adulti affinché proteggessero dallo straniero i pupilli della nazione. La vittimizzazione dei minori divenne moneta corrente in una pubblicistica intenta a scavare un fossato tra civiltà italiana e barbarie straniera, come succedeva all’estero a ruoli ribaltati.

Fig. 7 Cartolina postale in franchigia (Archivio Mastrociani-Todero)

Sul solco di una tradizione consolidata, la letteratura d’infanzia continuò a veicolare messaggi patriottici e non mancarono gruppi di giovanissimi che chiesero di svolgere funzioni militari nelle retrovie[90]. Da Padova la dodicenne Flora scrisse a Umberto nel primo anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia: «Oggi 24 maggio, la città è tutta imbandierata. Noi pure abbiamo messo al poggiolo una grandissima bandiera. Se tu vedessi come è bella! Speriamo che ci porterà fortuna e che potremo portarla presto con noi a Trieste»[91].

Il patriottismo innocente e divertito di Flora era assai diverso da quello della sorella maggiore, che così commentò la momentanea assenza di bombardamenti sulla città: «Da tre giorni le solite visite importune non si fanno vedere. Non sappiamo spiegarci il motivo. Forse le legnate che pigliano in questi giorni da tutte le parti hanno fatto loro dimenticare di venirci a gettare i loro confetti»[92]. Il trasferimento a Roma dei Diena alla fine del 1917, dopo la rotta di Caporetto, fu accompagnato da una serie di lettere sulla nuova situazione abitativa, da cui si evince l’ininterrotto funzionamento dei congegni di propaganda[93]. Nello scambio di battute tra chi era lontano e chi era a casa, oltre all’enumerazione dei disagi causati dal conflitto, ritornano i consueti fili tematici: la fame di reciproche notizie, la speranza di un prossimo incontro, le rassicurazioni sulla salute di ognuno, il rammarico per aver dovuto abbandonare la città natale[94]. La forte relazione affettiva tra genitori e figli era cementata dall’amore per gli stessi luoghi reali e ideali, che si espandeva a cerchi concentrici dalla piccola alla grande patria: dalla famiglia all’Italia passando per Trieste. La guerra era concepita, in simile quadro, come un dolore necessario, da sopportare per difendere un mondo che, da lì in avanti, non sarebbe stato più lo stesso.

Il 15 giugno 1918 Umberto, colpito alla testa da proiettile nemico, cadde sul Montello e si guadagnò post-mortem la medaglia d’argento al valor militare. Seguendo una prassi esercitata da tutti i paesi ex belligeranti, l’agiografia patriottica lo aggiunse alla lista dei martiri sacrificatisi in nome dei destini della nazione, e, sebbene suddito italiano, lo inserì nel novero dei volontari irredenti[95]. Il mese successivo la famiglia ricevette dall’Ufficio per le Notizie, che fungeva da tramite tra il ministero della Guerra e i parenti dei militari, la notizia che il corpo del congiunto risultava disperso[96]. L’estrema meticolosità con cui nel corso del tempo padre, madre e sorelle raccolsero brani di giornali con gli elenchi degli italiani morti in battaglia, dà la misura del vuoto lasciato da Umberto, caduto in uno dei più terribili conflitti della storia dell’umanità[97].


NOTE

[1] R. Pozzi, Genere minore o impresa da maestri?, intervento per la rubrica In evidenza dedicata al tema La biografia: un genere storiografico in trasformazione, in «Contemporanea», n. 2, 1999, pp. 289-294.

[2] Ivi, p. 292.

[3] Ivi, p. 290.

[4] Il cognome ebraico Diena è una crasi della forma Daiena, variante di Yenne (Jena in italiano), cittadina savoiarda nel distretto di Chambéry: V. Colorni, Cognomi ebraici italiani a base toponomastica straniera, in Italia Judaica. Gli ebrei in Italia dalla segregazione alla prima emancipazione, Atti del III Convegno internazionale, Tel Aviv 15-20 giugno 1986, Ministero per i Beni culturali e ambientali, Roma 1989, pp. 31-47, in particolare pp. 40-41.

[5] Riportiamo di seguito i nomi dei componenti la famiglia con le relative date di nascita secondo il censimento del 1910. Diena Luciano (1862), Francesca (1869), Umberto (1890), Luciano (1892), Leone (1893), Margherita (1894), Lucia (1896), Felice (1901), Flora (1904): Archivio Generale del Comune di Trieste, Censimento 1950, Campo S. Luigi 5, n. anagrafico 2702, scatola 50.

[6] Archivio Diena [d’ora in poi AD], Certificato di matrimonio di Leone Diena e Petrelli Lucia, Trieste, 21.6.1870. Leone Diena, figlio di Isacco ed Ester Ventura, era nato il 1° settembre 1824 a Trieste e qui risiedeva. Il figlio Luciano, padre di Umberto, era nato a Trieste il 25 dicembre 1862 e venne battezzato quattro giorni dopo nella chiesa di S. Giusto Martire. Umberto ricevette i sacramenti del battesimo e della prima comunione nel 1891 e nel 1902: AD, Certificato di battesimo di Umbertus Leo Joannes, Trieste, 4.1.1891; AD, Ricordo della Prima comunione di Umberto Diena, Trieste, 24.6.1902.

[7] Erano detti “regnicoli” i cittadini italiani residenti nel Litorale, distinti dagli “austro-italiani”, che erano invece sudditi dell’Impero; cfr. in proposito N. Biondi, Regnicoli. Storie di sudditi italiani nel Litorale austriaco durante la prima guerra mondiale, in «Un esilio che non ha pari». 1914-1918 Profughi, internati ed emigrati di Trieste, dell’Isontino e dell’Istria, a c. di F. Cecotti, Leg, Gorizia 2001, pp. 49-69, in particolare p. 53; P. Dorsi, I «Regnicoli»: una componente dimenticata della società triestina in età asburgica, in Trieste, Austria, Italia tra Settecento e Novecento. Studi in onore di Elio Apih, a c. di M. Cattaruzza, Del Bianco, Udine 1996, pp. 113-130.

[8] Per un caso simile cfr. T. Catalan, I Morpurgo di Trieste. Una famiglia ebraica fra emancipazione ed integrazione (1845-1915), in Percorsi e modelli familiari in Italia tra ‘700 e ‘900, a c. di F. Mazzonis, Bulzoni, Roma 1997, pp. 165-186.

[9] T. Catalan, La Comunità ebraica di Trieste (1781-1914). Politica, società e cultura, Lint, Trieste 2000, pp. 184-185.

[10] Ead., Identità ebraiche a Trieste fra Ottocento e Novecento, in Storia d’Italia. Le regioni. Dall’Unità ad oggi, v. XVII, Il Friuli-Venezia Giulia, a c. di R. Finzi, C. Magris, G. Miccoli, t. 2, Einaudi, Torino 2002, pp. 1233-1241, qui pp. 1234-1235.

[11] T. Catalan, Massoneria ebraismo irredentismo dal 18 brumaio alla grande guerra, in Napoleone e il bonapartismo nella cultura politica italiana, 1802-2005, a c. di A. Riosa, Guerini e Associati, Milano 2007, pp. 197-214.

[12] Cfr. nota 6: già il nonno di Umberto non era immigrato, ma nativo di Trieste.

[13] L.G. Manenti, Da Costantinopoli a Trieste. Vita di Gregorio Ananian, medico e benefattore armeno, Biblion, Milano 2015, pp. 46-47 e nota 13.

[14] E. Papadia, Di padre in figlio. La generazione del 1915, il Mulino, Bologna 2015, p. 8.

[15] Sul concetto di “generazione” cfr. F. Benigno, Parole nel tempo. Un lessico per pensare la storia, Viella, Roma 2013, pp. 57-77; V. Colombi, Generazione/generazioni. L’uso storiografico di un concetto “elastico”, in «Passato e presente», n. 80, 2010, pp. 123-140.

[16] R. Wohl, 1914. Storia di una generazione, Jaca Book, Milamo 1983.

[17] A. Ventrone, Grande guerra e Novecento. La storia che ha cambiato il mondo, Donzelli, Roma 2015; F. Todero, Le metamorfosi della memoria. La Grande Guerra tra modernità e tradizione, Del Bianco, Udine 2002.

[18] E. Papadia, Di padre in figlio, cit., p. 84.

[19] R. Bizzocchi, Storie di nomi, storie di uomini, in «Rivista Storica Italiana», v. 124, n. 2, 2012, pp. 646-685, qui p. 649.

[20] M. D’Amelia, Figli, in La famiglia italiana dall’Ottocento a oggi, a c. di P. Melograni, Laterza, Roma-Bari 1988, pp.465-523, qui p. 516.

[21] G.L. Mosse, L’immagine dell’uomo. Lo stereotipo maschile nell’epoca moderna, Einaudi, Torino 1997, p. 24.

[22] G.C. Marino, Le generazioni italiane dell’Unità alla Repubblica, Bompiani, Milano 2006, p. 187.

[23] M. Bonsanti, Amore familiare, amore romantico e amor di patria, in Storia d’Italia. Annali, v. 22, Il Risorgimento, a c. di A.M. Banti, P. Ginsborg, Einaudi, Torino 2007, pp. 127-152; I. Porciani, Famiglia e nazione nel lungo Ottocento, in «Passato e Presente», Famiglia Stato Società civile, a c. di I. Porciani, P. Ginsborg, v. 57, 2002, pp. 9-39.

[24] A.M. Banti, Retoriche e idiomi: l’antiparlamentarismo nell’Italia di fine Ottocento, in «Storica», n. 3, 1995, pp. 7-42; R. Romanelli, L’Italia liberale, il Mulino, Bologna 1990; A. Acquarone, L’Italia giolittiana, il Mulino, Bologna 1988.

[25] J.A. Thayer, L’Italia e la Grande Guerra. Politica e cultura dal 1870 al 1915, Vallecchi, Firenze 1973, p. 78.

[26] E. Gentile, Il mito dello Stato nuovo, Laterza, Roma-Bari 2002, premessa alla nuova edizione: Radicalismo nazionale, fascismo, totalitarismo, p. XII.

[27] L.G. Manenti, L. Zuccolo, Neutralisti/Interventisti, in «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», ControVersa, URL: http://www.studistorici.com/2016/01/15/controversa-neutralisti-interventisti/.

[28] G. Albanese, Essere giovani nel 1915, in Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, v. III, t. I, La Grande Guerra: dall’Intervento alla «vittoria mutilata», Utet, Torino 2008, pp. 157-167, qui p. 158.

[29] AD, biglietto di Umberto al padre, s.d.

[30] AD, lettera di Umberto al padre, s.d. ma 1905; AD, lettera di Umberto al padre, 24.12.1909.

[31] P. Melograni, Introduzione, in La famiglia italiana dall’Ottocento a oggi, a c. di id., Laterza, Roma-Bari 1988, pp. V-XVIII, in particolare p. XVII.

[32] AD, R. Istituto tecnico superiore di Milano, libretto d’iscrizione, 15.10.1908; AD, R. Università degli Studi di Padova, libretto d’iscrizione, a.s. 1915-1916.

[33] A. Quercioli, «Tutti gli studenti dovrebbero venir quassù». Giovani irredenti nelle università italiana 1880-1915, in «Passato e presente», n. 77, 2009, pp. 31-56, in particolare pp. 34-35.

[34] AD, Direzione della Civica Scuola Reale Superiore, attestati scolastici, aa.ss. 1901/1902-1906/1907.

[35] E. Papadia, Di padre in figlio, cit., pp. 91-92.

[36] AD, quaderno scolastico «Italiano. Diena Umberto», s.d.

[37] G. Fagioli Vercellone, Denina, Carlo Giovanni Maria, in Dizionario biografico degli italiani, v. 38, Treccani, Roma 1990, pp. 723-732.

[38] V. Caporrella, Le associazioni degli insegnanti italiani a Trieste e l’identità linguistico-nazionale alla vigilia della Prima guerra mondiale, in «Qualestoria», n. 1, 2015, pp. 45-73, qui p. 45.

[39] D. Ceschin, I volontari per l’Italia: giovani irredenti in guerra (1914-1918), in Dalla trincea alla piazza. L’irruzione dei giovani nel Novecento, a c. di M. De Nicolò, Viella, Roma 2011, pp. 107-122; A. Andri, G. Mellinato, Scuola e confine. Le istituzioni educative della Venezia Giulia 1915-1945, Irsml Fvg, Trieste 1994.

[40] AD, quaderno scolastico «A Milano», s.d.

[41] B. Tobia, Una patria per gli italiani, Laterza, Roma-Bari 1998, p. 157. Sull’irredentismo cfr. F. Todero, La patria alla frontiera. Storia dell’irredentismo adriatico, Laterza, Roma-Bari 2025.

[42] AD, lettera di Umberto al padre, s.l. ma Milano, s.d. ma 1909.

[43] AD, quaderno scolastico «Quaderno Italiano Umberto Diena Classe III A», s.d.

[44] A.M. Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Einaudi, Torino 2011, pp. 3-53; A. Brambilla, Parole come bandiere. Prime ricerche su letteratura e irredentismo, Del Bianco, Udine 2003.

[45] F. Todero, La via letteraria al patriottismo. Per un canone dell’irredentismo, in I Quaderni del Cardello, n. 21, Dantismo e irredentismo, a c. di C. Giuliani, A. Luparini, Il Ponte Vecchio, Cesena 2015, pp. 43-59; A. Brambilla, Carducci, carduccianesimo e irredentismo a Trieste, in «Quaderni Giuliani di Storia», n. 1, 1994, pp. 101-121; F. Todero, Le metamorfosi della memoria, cit., pp. 168-171.

[46] AD, lettera di Umberto al padre e alla madre, s.l. ma Milano, s.d. ma 1908.

[47] M. Baioni, Risorgimento conteso. Memorie e usi pubblici nell’Italia contemporanea, Diabasis, Reggio Emilia 2009; S. Soldani, Il Risorgimento a scuola: incertezze dello Stato e lenta formazione di un pubblico di lettori, in Alfredo Oriani e la cultura del suo tempo, a c. di E. Dirani, Longo, Ravenna 1985, pp. 133-172; M. Mondini, La nazione di Marte. Esercito e nation building nell’Italia unita, in «Storica», a. VII, 2001, n. 20-21, pp. 209-246; P. Del Negro, L’esercito italiano da Napoleone a Vittorio Veneto: un fattore di identità nazionale?, in La Chioma della Vittoria. Scritti sull’identità degli italiani dall’Unità alla seconda Repubblica, a c. di S. Bertelli, Ponte alle Grazie, Firenze 1997, pp. 53-82.

[48] AD, cartolina di Umberto al padre, Milano, 23.11.1909 [timbro]; AD, cartolina di Umberto al padre, Milano, 2.5.1913 [timbro]; AD, cartolina di Umberto al padre, Milano, 7.6.1914.

[49] AD, lettera di Leo a Rita, s.l. ma Padova, s.d. ma 1912; B. Tobia, Una forma di pedagogia nazionale tra cultura e politica: i luoghi della memoria e della rimembranza, in Il mito del Risorgimento nell’Italia unita, Comune di Milano-«Amici del Museo del Risorgimento», Milano 1995, pp. 174-214.

[50] AD, lettera di Umberto al padre, Milano, 7.6.1909.

[51] M. Ridolfi, Le feste nazionali, il Mulino, Bologna 2003, p. 13.

[52] M. Baioni, Risorgimento conteso, cit., p. 152; «Nel fosco fin del secolo morente». L’anarchismo italiano nella crisi di fine secolo, a c. di G. Sacchetti, Biblion, Milano 2013.

[53] AD, lettera di Umberto al padre, Milano, 29.4.13; AD, tessera d’iscrizione al Comitato di Milano della Società Dante Alighieri; AD, lettera di Umberto al padre, s.l. ma Milano, s.d. ma 1908. Sulla Dante cfr. B. Pisa, Nazione e politica nella Società Dante Alighieri, Bonacci, Roma 1995.

[54] E. Papadia, «Educati a quella morte». I giovani interventisti e la memoria del Risorgimento, in Dalla trincea alla piazza, cit., pp. 75-92, qui p. 79.

[55] AD, lettera di Umberto al padre, Milano, 25.11.08.

[56] E. Papadia, «Educati a quella morte», cit., p. 91.

[57] P. Arcari, La coscienza nazionale in Italia, Libreria editrice milanese, Milano 1911, p. 247.

[58] AD, lettera di Umberto al padre, Milano, 30.1.1911: «Riguardo alla scuola slava è meglio che non ti risponda, perché mi guasterei troppo il sangue». Sul tema cfr. L.G. Manenti, Geografia e politica nel razzismo antislavo. Il caso dell’irredentismo italiano (secoli XIX-XX) e T. Catalan, Linguaggi e stereotipi dell’antislavismo irredentista dalla fine dell’Ottocento alla Grande Guerra, entrambi in Fratelli al massacro. Linguaggi e narrazioni della Prima guerra mondiale, a c. di T. Catalan, Viella, Roma 2015, rispettivamente alle pp. 17-38 e pp. 39-68.

[59] AD, lettera di Umberto al padre e alla madre, Milano, 3.11.1910.

[60] S. Cavazza, Miti feste e simboli dell’associazionismo studentesco, in La formazione della classe politica in Europa (1945-1956), a c. di G. Orsina, G. Quagliariello, Laicata, Manduria-Bari-Roma 2000, pp. 425-457.

[61] AD, cartolina di Umberto al padre, Milano, 28.3.1909; Associazione Universitaria Parmense, Stivaliade. 16° festa universitaria 22-23 maggio 1909, Zafferri, Parma 1909.

[62] N. Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, il Mulino, Bologna 2002, pp. 108-122.

[63] A. D’Orsi, I chierici alla guerra. La seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Bagdad, Bollati Boringhieri, Torino 2005, pp. 98-99. Nel saggio Una nuova Italia? La guerra di Libia, in Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, v. III, Le «Tre Italie»: dalla presa di Roma alla Settimana Rossa (1870-1914), a c di M. Isnenghi, S. Levi Sullam, Utet, Torino 2009, pp. 631-652, qui p. 639, N. Labanca ha affermato che uno «studio scientifico dello stato d’animo degli italiani di quei mesi manca» e che, se venisse compiuto, «potrebbe riservare qualche sorpresa».

[64] AD, lettera di Umberto alla sorella Rita, Milano, 12.11.1911: «L’argomento del giorno è Tripoli; Tripoli si vede dappertutto; è scritta a lettere cubitali nei cinema e sulle carte geografiche e in fotografia».

[65] AD, lettera di Umberto al padre, s.l. ma Milano, s.d. ma 1911.

[66] AD, lettera di Umberto al padre, Milano, 29.4.13.

[67] AD, lettera di Umberto al padre, s.l. ma Milano, s.d. ma 1914.

[68] U. Sereni, 24 maggio 1915. Udine capitale della guerra, Forum, Udine 2015, p. 69.

[69] AD, lettera di Umberto alla madre, s.l. ma Milano, s.d. ma 1914.

[70] AD, lettera di Umberto a Rita, s.l. m Milano, s.d. ma 1914.

[71] M. Isnenghi, L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri, Mondadori, Milano 1994, pp. 213-214.

[72] F. Caffarena, Lettere dalla Grande guerra. Scritture del quotidiano, monumenti della memoria, fonti per la storia. Il caso italiano, Unicopli, Milano 2005, p. 71.

[73] Q. Antonelli, Lettere, diari e memorie dei soldati al fronte, Donzelli, Roma 2014; A. Omodeo, Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti, Laterza, Bari 1934.

[74] M. Isnenghi, Il mito della Grande Guerra, il Mulino, Bologna 1989, p. 147.

[75] AD, foglio sparso, s.l., 15 giugno 1928.

[76] Cfr. M. Thompson, La guerra bianca, il Saggiatore, Milano 2009; A. Berti, Guerra in Ampezzo e Cadore, Milano, Mursia, 2005.

[77] D. Leoni, La guerra verticale. Uomini, animali e macchine sul fronte di montagna 1915-1918, Einaudi, Torino 2015, p. 158.

[78] M. Isnenghi, Il mito della Grande Guerra, cit.

[79] AD, cartolina di Umberto a Rita, Zona di guerra, 16.11.1916 [timbro]. “Rita” era il diminutivo di “Margherita”.

[80] M. d’Amelia, La mamma, il Mulino, Bologna 2005, pp. 169-208.

[81] AD, cartolina di Umberto a Rita, Zona di guerra, 3.1.1917 [timbro]; AD, cartolina di Umberto alla madre, Zona di guerra, 1.11.1916; AD, cartolina di Umberto a Rita, Zona di guerra, 6.5.1917.

[82] AD, cartolina di Umberto a Rita, Zona di guerra, 2.7.1917: «Facciamo una vita patriarcale e ci sembra d’essere in villeggiatura».

[83] AD, cartolina di Umberto alla madre, Zona di guerra, 22.11. 1916.

[84] AD, cartolina di Rita a Umberto, Padova, 20.2.1917 [timbro].

[85] AD, lettera del padre a Umberto, Padova, 4.9.17; AD, lettera del padre ad Umberto, Padova, 27.10.1917; AD, lettera del padre a Umberto, s.l. ma Padova, 26.12.1916: «La tua del 17 esprime un senso di nostalgia e di rimpianto che comprendo e mi tocca, ma pensa che son ben pochi cui il cataclisma che è questa guerra non leda o negli interessi, o negli affetti, o nelle abitudini, percui [sic] convien, per quanto a noi sia difficile, rassegnarsi».

[86] A. Molinari, Una patria per le donne. La mobilitazione femminile nella Grande Guerra, il Mulino, Bologna 2014; ead., La buona signora e i poveri soldati. Le lettere a una madrina di guerra (1915-1918), Scriptorium, Torino 1998. Sulla Grande guerra dalla prospettiva dei giuliani cfr. F. Todero, Terra irredenta, terra incognita. L’ora delle armi al confine orientale d’Italia 1914-1918, Laterza, Roma-Bari 2023.

[87] AD, lettera di Rita a Umberto, s.l. ma Padova, 11.2.17 [timbro]; AD, lettera della famiglia a Umberto, s.l. ma Padova, 24.7.17. Sul laboratorio Papafava in tempo di guerra cfr. la postfazione a L. Bracci Testasecca, Dai dragoni del Genova ai bersaglieri di Boriani. Il diario di guerra di un intellettuale aristocratico, Gaspari, Udine 2006.

[88] B. Pisa, Propaganda at Home (Italy), in 1914-1918-online. International Encyclopedia of the First World War, http://dx.doi.org/10.15463/ie1418.10568.

[89] AD, lettera dei Diena a Umberto, Padova, 4.2.1917; AD, cartolina di Lucia a Umberto, Padova, 16.11.1917 [timbro]; AD, lettera del padre a Umberto, s.l., s.d.: «Teatri quasi mai; conferenze (ahimé sì) una volta alla settimana, talvolta (inoridirei) [sic] anche due, con relativi sforzi improbi da parte mia per non addormentarmi».

[90] B. Pisa, Crescere per la patria. I Giovani Esploratori e le Giovani Esploratrici di Carlo Colombo, 1912/1915-1927, Unicopli, Milano 2000, pp. 110-112; A. Gibelli, Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande guerra a Salò, Einaudi, Torino 2005.

[91] AD, cartolina dei Diena a Umberto, Padova, 24.5.1916.

[92] AD, lettera di Rita a Umberto, s.l. ma Padova, 7.7.1916.

[93] AD, lettera della famiglia a Umberto, Roma, 16.12.1917: «L’altro giorno ci fu un imponente dimostrazione per Vilson [sic] alla quale presero parte tutte le scuole e ci dettero anche un’ora di vacanza. Oggi ci fu pure un lunghissimo corteo per portare una corona alla quercia del Tasso sul Gianicolo in occasione alla [sic] liberazione di Gerusalemme».

[94] AD, cartolina del padre a Umberto, Roma, 5.3.18: «Qui sempre la stessa vita amareggiata dagli ultimi avvenimenti e dalla probabile maggior durata del nostro doloroso esilio».

[95] F. Todero, Morire per la patria. I volontari del “Litorale austriaco” nella Grande Guerra, Gaspari, Udine 2005, pp. 22-29; Volontari delle Giulie e di Dalmazia, dati raccolti e ordinati a cura di F. Pagnacco, Trieste 1928, p. 281. Col decreto n. 551 del 15.7.1969, il consiglio comunale di Trieste gli dedicò una via nel quartiere Valmaura-Borgo San Sergio: A. Trampus, Vie e piazze di Trieste moderna. Toponomastica stradale e topografia storica, v. 1, Italo Svevo, Trieste 1989, p. 207.

[96] E. Erioli, L’«Ufficio per Notizie alle famiglie dei militari». Una grande storia di volontariato femminile bolognese, in «Bollettino del Museo del Risorgimento», Archiviare la guerra: La Prima Guerra Mondiale attraverso i documenti del Museo del Risorgimento, a c. di M. Gavelli, a. L, 2005, pp. 73-89; AD, cartolina Ufficio Notizie, Roma, 14.7.1918.

[97] Tra i molti ritagli di giornale contenuti nell’archivio di famiglia che riportano il nome di Umberto, citiamo i seguenti: I Volontari di Trieste. 1047 arruolati, 184 Caduti, 8 medaglie d’oro, 108 d’argento, 98 di bronzo e 700 croci di guerra, in «Il Piccolo», 1° settembre 1935; Volontarismo eroico. I giuliani sul Carso e sul Piave, in «Il Piccolo», 3 novembre 1929; Il Liceo scientifico intitolato al nome di Oberdan. I ventiquattro alunni morti nella guerra di redenzione commemorati dal Preside ed esaltati dal gen. Pugliese, in «Il Piccolo della sera», 10 novembre 1924; Il quindicesimo anniversario della morte di Umberto Diena, in «Il Piccolo», 15 giugno 1923; Come gli eroi di Sparta torniamo sugli scudi, in «Il Piccolo», 13 giugno 1923.