Abstract
Nella sua prima parte, una volta esposti i principali passaggi dell’urbicidio di cui fu oggetto, il saggio volge lo sguardo alle origini e alla storia di Pola, soffermandosi poi sul primo “esodo” dalla città e dall’Istria meridionale, ovvero l’evacuazione di gran parte della popolazione determinata da precise disposizioni del governo asburgico durante la Grande guerra. Vengono quindi analizzati i cambiamenti apportati dall’amministrazione italiana, gli interventi del regime fascista e quindi la Seconda guerra mondiale. Ad avviare l’urbicidio fu l’occupazione nazista con le sue nefaste conseguenze e poi i bombardamenti che colpirono la città dal 1944. L’autentico compimento di questo processo di cancellazione dell’identità cittadina fu però soprattutto l’esodo pressoché totale della popolazione italiana di Pola preceduto, nell’estate del 1946, dallo scoppio di Vergarolla: un evento chiave, che funzionò da catalizzatore per la decisione dell’abbandono della città. Una città la cui fisionomia è cambiata più volte e che costituisce un caso emblematico di urbicidio inteso come operazione di cancellazione di valori identitari, sociali e culturali.
Parole chiave: Pola, Seconda guerra mondiale, bombardamenti, esodo, urbicidio
Premessa
«Povera Pola! quanto su di te si è accanito l’avverso destino: bombardamenti aerei anglo americani; occupazione tedesca con relativi assassinii e deportazioni; 45 giorni di occupazione jugoslava con arresti, deportazioni, foibe, assassinii e vendette di ogni genere; amministrazione fiduciaria anglo-americana durante la quale potevano ancora perpetuarsi i più odiosi crimini senza che la flemma dei nostri amministratori fiduciari si scuotesse minimamente. Infuse l’ultimo sorso del calice amaro: l’esodo in massa dei suoi figli nel pieno di un crudo e terribile inverno, verso la patria agognata ma troppo spesso matrigna»[1].
Con queste parole «L’Arena di Pola» ricordava la strage di Vergarolla, sintetizzando a un tempo le molte travagliate vicende vissute dalla città nel giro di pochissimi anni. Tra i centri urbani della frontiera adriatica che più sono stati modificati nella loro fisionomia dalle conseguenze della Seconda guerra mondiale vi è infatti senza dubbio Pola, il più importante centro dell’Istria già in età asburgica e capoluogo dell’omonima provincia dopo l’arrivo dell’amministrazione italiana. Il suo destino può essere paragonato in parte a quello di Zara, colpita da un’imponente ondata di bombardamenti tra il 1943 e il 1944 cui fece seguito la partenza di un nucleo significativo della popolazione italiana, in parte a quello di Fiume rapidamente occupata dalle formazioni jugoslave il 3 maggio: qui furono decisamente diverse le modalità dell’esodo, sulla cui gestione mancò un intervento diretto del governo italiano[2].
Le vicende polesane tra il 1914 e il 1947 – anni segnati nell’area da due conflitti mondiali, da repentini cambi di regime, da ridefinizioni e spostamenti di confini – ci autorizzano ad affermare che la città del 1914 era qualcosa di radicalmente diverso da quella del 1947 non solo nel suo aspetto esteriore, nella funzione da essa svolta nei diversi contesti statuali in cui era inserita – dalla Duplice monarchia asburgica all’Italia liberale prima fascista poi; da questa alla Germania nazista, occupata dagli jugoslavi per 45 giorni e assegnata poi al Governo militare italiano per essere definitivamente inserita nella Repubblica federativa popolare di Jugoslavia nel 1947 – ma soprattutto nella fisionomia della comunità che ne animava le vie e le piazze.
Se il termine “urbicidio” non si riferisce soltanto ai danneggiamenti materiali subiti da una città in seguito ad azioni di guerra ma anche all’«opera di distruzione rivolta contro uno stile di vita, contro una specifica cultura urbana, contro una rete di relazioni e di attività, nonché contro una comunità fisica»[3], il caso di Pola risulta significativo ed emblematico perché si tratta di un dramma a tappe la cui articolazione può essere così ipotizzata:
- esso si verificò in un arco di lungo periodo che va dal 1914 al 1946-7;
- in questo arco temporale, i soggetti di tale azione furono molteplici;
- si trattò sia di azioni di distruzione materiale che di altre destinate a colpire soprattutto stili di vita, cultura, reti di relazioni della comunità maggioritaria in città[4];
- quest’ultima azione, benché non fosse il frutto di una strategia esplicitamente tesa all’eliminazione di un’intera comunità, ebbe come conseguenza l’esodo pressoché totale della popolazione italiana.
È dunque necessario un ragionamento di più ampio periodo, lungo il quale si verificò una serie di eventi tale da colpire ora il tessuto sociale, ora quello materiale e di nuovo, infine, quello economico e sociale. Esso si apre con il biennio 1914-15 per concludersi con il biennio 1946-47 quando a Parigi erano in corso le trattative di pace che, a conclusione della guerra, definirono il “confine orientale italiano” con il conseguente esodo della popolazione italiana[5]. Tra questi due estremi vanno collocate due tappe intermedie: quella costituita dai bombardamenti alleati del periodo 1944-45 e la strage di Vergarolla dell’agosto 1946, che funzionò da catalizzatore sulla decisione di tanti italiani di abbandonare la città.

Fig. 1, L’Arena di Pola, cartolina fotografica (Archivio Mastrociani-Todero)
1. Alcuni cenni storici
Le origini di Pola sono avvolte dal mito: secondo il geografo Strabone, la città sarebbe stata fondata dai Colchi che, impegnati nella caccia a Giasone e ai suoi Argonauti, vi rinunciarono alla morte del principe della Colchide, non volendo presentarsi al loro re non solo senza aver per lui recuperato il vello d’oro ma avendone anche perduto il figlio. Perciò, si rifugiarono nel luogo che sarebbe divenuto Pola.
Al di là del mito, dopo il periodo illirico e la sconfitta degli Istri, assediati nel vicino grande castelliere di Nesazio[6], Pola divenne una colonia romana denominata Colonia Pietas Iulia Pola Pollentia Herculanea, per brevità chiamata Pietas Iulia, da cui appunto il nome attuale. Forse rifondata da Augusto, la città conobbe un certo sviluppo in epoca imperiale come testimoniano le numerose vestigia che la caratterizzano a partire naturalmente dall’arena che ne costituisce il simbolo per eccellenza. All’epoca di Settimio Severo, che resse le sorti dell’impero dal 193 al 211 d.C., la città raggiunse i 30.000 abitanti divenendo con Salona, capitale della Dalmazia, il più grande insediamento sulla costa occidentale dell’Adriatico.
In età bizantina, respinte le prime infiltrazioni slave, vi sorsero degli importanti edifici sacri, come andava accadendo contemporaneamente nel resto della penisola.

Fig. 2: Pola, sviluppo demografico in età asburgica
La città ne seguì anche le vicissitudini politiche, passando dai bizantini ai franchi per essere infine inquadrata nel Sacro romano impero. Si stabilivano intanto i primi contatti con la crescente potenza di Venezia anche se, davanti al crescente controllo dei traffici adriatici da parte di questa, non mancarono scontri che condussero Pola a sottoscrivere un primo, fragile atto di fedeltà alla Dominante fino a nuove dure sconfitte che questa le inflisse, quando Venezia andava estendendo la propria influenza sulla penisola istriana. Finalmente, dopo alterne vicende che la videro estendere il proprio controllo su un ampio territorio, nel 1331 la città istriana dovette fare atto di dedizione alla Serenissima di cui seguì fondamentalmente le vicende fino al trattato di Campoformio. Intanto, tra il 1200 e il 1400, la città aveva raggiunto i limiti massimi dello sviluppo urbano, mentre nel corso dei secoli successivi si ridusse – è stato scritto – a «resti di città»[7] ricoprendo un luogo di secondaria importanza. Ciò nonostante, «grazie al suo immenso patrimonio di resti romani, rimase sempre una città nota tra artisti, architetti e cultori delle antichità»[8].
2. Pola austriaca
Passata all’Austria, con tutti i territori ex veneti, nel 1821 Pola non superava i 2500 abitanti che nel 1850 si erano ridotti a 1100. A determinarne un cambiamento decisivo fu la decisione degli Asburgo che, affidatisi alle indicazioni del comandante della flotta austriaca Hans Birch Dahlerup[9], dopo averla poderosamente fortificata ne fecero l’Arsenale e la base principale della propria marina da guerra. Così, dal 1856, un flusso ininterrotto «di manovalanze, di quadri militari e […] di addetti alle attività sussidiarie» andò a formare «una nuova società urbana accanto al vecchio nucleo polese»[10]. Nel 1869 il numero degli abitanti era salito a 10.400, a 25.100 nel 1880 fino a raggiungere il massimo della popolazione (mi riferisco al centro cittadino) con i 58.562 abitanti così ripartiti[11]:

Fig. 3 Dati del censimento austriaco 1910
Pola si trasformò così in una città cosmopolita, culturalmente e politicamente vivace, meta tra l’altro – in particolare le vicine Isole Brioni – di un turismo d’élite e sulle sue rive si poteva sentire «la babele delle lingue dell’impero»[12].
Furono dunque le esigenze militari degli Asburgo a fare di Pola una grande città. Tuttavia, quando il clima da Belle époque che la caratterizzava venne sconvolto dalla Grande guerra, il suo volto ne uscì profondamente trasformato. Nel biennio 1914-15, si verificò infatti un rilevante fenomeno di emigrazione forzata perché, parallelamente a quanto andava accadendo sul fronte galiziano a città come Leopoli, Przemyśl, Cracovia, anche Pola fu raggiunta dalle misure prevista dalla legislazione di guerra per le piazzeforti della Duplice monarchia. Un dispositivo stabiliva infatti che vi potessero rimanere soltanto i civili indispensabili alle esigenze militari, mentre dovevano abbandonarle «le persone sprovviste di mezzi di sussistenza, i sudditi di stati nemici e coloro che risultassero politicamente sospetti»[13].
Il provvedimento, determinato dall’importanza strategica del principale porto militare della marina austroungarica, non riguardava dunque quella parte della popolazione le cui occupazioni avessero a che fare con l’armamento della città-fortezza o con istituti della marina da guerra[14] e a farne le spese furono soprattutto anziani, donne, bambini. Questo primo esodo prese avvio l’8 agosto 1914: in due giorni i profughi erano già tra i 5000 e i 6000. Alla fine del mese, su una popolazione di 58.000 abitanti, ben 26.000 persone avevano lasciato la città. Molti di essi si riversarono su Trieste, le cui istituzioni di welfare dovettero far fronte all’emergenza provvedendo al loro alloggio e all’erogazione di sussidi che, un anno dopo, quando tali misure si erano fatte più severe ed erano state estese ad altre zone dell’Istria, continuavano a essere motivo di preoccupazione per le autorità locali[15].

Fig. 4 Pola, S.M. Schiff “Habsburg”, cartolina illustrata (Archivio Irsrec FVG, dono Coslovich)
In occasione della seconda, più massiccia, ondata – dalla sola Pola era previsto lo sgombero di 40.000 persone – i profughi furono avviati a Leibnitz, in Stiria, per essere successivamente smistati nei diversi campi di raccolta istituti all’interno dell’Impero. È evidente quanto lo spostamento forzato di così tante persone abbia avuto un impatto notevole sull’assetto sociale della città.
Al termine del conflitto, l’insediamento dell’amministrazione italiana fu abbastanza travagliato: si formarono infatti un comitato italiano e un comitato jugoslavo che tuttavia decisero di riunirsi per affrontare la situazione, mentre l’autorità militare rimasta nella piazzaforte invitava alla calma e si proponeva quale garante del mantenimento dell’ordine pubblico. Una paurosa esplosione caratterizzò l’imminente passaggio all’Italia con il raid compiuto nel porto da alcuni incursori italiani e l’affondamento della «Viribus Unitis» che, in seguito all’assegnazione alla Jugoslavia della flotta da parte dell’imperatore Carlo, nel frattempo aveva mutato il suo nome in «Jugoslavija». Intanto in città si era scatenato il caos tra «marinai sbandati, saccheggi dei magazzini militari e soldati in armi agli ordini del Consiglio Nazionale jugoslavo che inviava continui dispacci per dimostrare il pieno possesso della piazzaforte e la disponibilità a consegnare la flotta ai rappresentanti degli Stati Uniti e dell’Intesa»[16]. Finalmente, il 5 novembre Pola vide l’attracco di una squadra navale al comando dell’ammiraglio Umberto Cagni, noto non solo per le sue doti militari ma anche per i suoi trascorsi di esploratore. Le trattative con il pari grado jugoslavo non furono semplici: se la presa di possesso della città poté essere proclamata da Cagni il giorno 7, per ottenere il pieno controllo di navi e installazioni bisognò attendere praticamente la fine del mese[17].
3. Pola italiana
Con l’amministrazione italiana – a proposito di mutamenti radicali e di cancellazioni – come andava accadendo nelle altre città “redente” furono rimossi i monumenti austriaci, modificate l’odonomastica e i nomi delle scuole, fondati nuovi organi di informazione e si assistette alla contemporanea scomparsa della stampa austriaca e a un ridimensionamento di quella slovena e croata[18]. Secondo il censimento del 1921, la popolazione si era ridotta a 37.067 abitanti e «con l’arrivo dell’Italia la città dell’Arena si presentò svuotata: il saldo negativo di -22,2 % testimonia le perdite di risorse umane subite da Pola»[19]. In quanto ad azioni di trasformazione della città, non si può non ricordare il grave incendio del Narodni Dom cittadino, cui seguirono altre devastazioni di circoli e violenze su esponenti politici per mano fascista.
Sul piano demografico, a rimpolpare i vuoti determinati dal passaggio all’Italia contribuì un’ondata di immigrazione dalla penisola, così che nel 1931 la popolazione della città era risalita a 41.638 abitanti, anche in seguito all’accorpamento al comune di alcune frazioni[20].
Una nuova flessione si registrò nel breve volgere di un lustro, a causa del declino di settori produttivi che un tempo avevano garantito le fortune di Pola[21].
La città, dunque, aveva profondamente mutato il proprio volto e da città asburgica si stava trasformando in città italiana: per porre l’accento su questa sua nuova realtà, durante gli anni Trenta intervennero la realizzazione di opere edilizie legate al regime fascista e, sin dai primissimi anni di amministrazione italiana, l’attenzione fu rivolta alle tracce della romanità. Questa operazione assumeva «un valore fondamentale […] in una prospettiva nazionale italiana»[22]. Sull’onda di questo slancio archeologico-memoriale, si era perfino pensato di ricavare nel Tempio di Augusto uno spazio per ospitare il Sacrario e l’urna di Nazario Sauro. La Direzione delle Antichità e Belle Arti si oppose però al progetto, sostenuto dal podestà cittadino Luigi Bilucaglia, volontario irredento e poi fascista della prima ora, ma osteggiato dagli stessi familiari del marinaio capodistriano[23].

Fig. 5 Pola, Via 5 Novembre, cartolina fotografica (Archivio Mastrociani-Todero)
Di tali attenzioni non beneficiò però un contesto sociale problematico in cui i cantieri di Scoglio Olivi non potevano reggere la concorrenza dei vicini cantieri di Monfalcone, Trieste, Lussino: particolarmente diffusa vi era la tubercolosi, mentre difficile era anche la situazione dell’infanzia. L’Arsenale si trasformò in base navale della regia marina con annessa una scuola militare e tra gli anni Venti e Trenta, Pola riacquistò i suoi caratteri di “città militare”, con la creazione di vari centri di addestramento e l’arrivo di svariati reparti del regio esercito. Fino al 1943 fu così il terzo tra i porti militari italiani.
L’avvicinarsi della Seconda guerra mondiale impose le prime restrizioni e il porto fu dotato di protezioni; con l’occupazione italiana della Jugoslavia (1941) Pola divenne infine retrovia per l’avvicendamento dei reparti impegnati nelle operazioni in quel settore. A precipitare la città nel caos intervenne l’8 settembre. Durante uno degli assalti ai magazzini militari da parte di una popolazione preoccupata per l’immediato futuro, l’ex Forte Bradamante esplose causando 19 vittime. Le autorità militari italiane non opposero alcuna resistenza alle truppe tedesche che l’avevano tempestivamente raggiunta e 30.000 soldati furono catturati e avviati verso Trieste e Venezia per l’internamento[24]. Durissima e immediata fu la repressione degli antifascisti. La città conobbe così una nuova amministrazione, quella tedesca, che la incardinò insieme alla sua provincia nella Zona d’operazioni Litorale Adriatico.

Fig. 6 Pola, Il porto e Ponte Scoglio Olivi, cartolina fotografica (Archivio Mastrociani-Todero)
Vi fu collocata la base di tre flottiglie di U-Boot e una di motosiluranti, alle quali si aggiunse la presenza di una squadriglia della X Mas repubblichina. Iniziò allora «l’orrore anche per i Polesi. Due giorni dopo l’arrivo delle unità militari tedesche, i cittadini videro dei corpi senza vita pendere dagli alberi di via Medolino»[25].
4. Bombardamenti
Pola riuscì a sfuggire alle incursioni aeree alleate fino ai primi giorni del 1944 quando il porto e numerosi luoghi «di interesse militare» attirarono l’attenzione degli alleati[26]. Si aprì allora «il periodo più tragico per la città di Pola dopo l’entrata in guerra del Regno d’Italia»[27]. Il 9 gennaio, data del primo bombardamento, in tre ondate furono sganciate sul capoluogo istriano 79,5 tonnellate di bombe e l’azione «provocò i peggiori danni alla città, pur non essendo quello con maggior numero di ordigni sganciati»[28]. Del patrimonio storico-artistico polese, a riportare i maggiori danni furono il tempio di Augusto, il Duomo e il chiostro di San Francesco. Nelida Milani ha sottolineato efficacemente come tali azioni avessero trasformato per sempre il volto della città[29].

Fig. 7 Pola, veduta aerea (Archivio Irsrec FVG)
A quel primo bombardamento ne seguirono altri 22 l’ultimo dei quali, datato 6 maggio 1945, aveva per obiettivo le truppe tedesche asserragliate nelle fortezze di Musil. Le azioni aeree alleate modificarono drasticamente la struttura urbanistica di Pola che risulta ancora oggi «profondamente mutilata». Ai danni causati dalle bombe, che avevano lasciato un quadro molto triste dei sette colli polesi!»[30] si aggiunse la politica di abbattimenti decisa dalle autorità cittadine nel dopoguerra che finirono per creare «degli spazi vuoti senza alcuna logica»[31]. Infine, in seguito a queste azioni, furono molti i polesani a riversarsi nelle campagne circostanti nel tentativo di sfuggire al pericolo o semplicemente perché rimasti privi di casa.
Il numero complessivo delle vittime (civili e militari) è compreso tra le 270 e 280, mentre il numero dei feriti ammonta a circa 800 persone. «Le incursioni alleate, gli sventramenti voluti dalle autorità jugoslave e l’esodo dei polesi, furono dunque le cause che portarono ad un profondo impoverimento e abbandono del centro storico»[32]. I dati disponibili indicano in 235 gli edifici residenziali di Pola (su 3225) rasi al suolo, mentre altri 2170 furono gravemente danneggiati. Andò distrutta metà della rete idrica, il 60% della rete elettrica non era più utilizzabile e oltre il 40% delle strade era impraticabile. Duramente colpito era stato anche l’assetto economico della città perché l’Arsenale, il Cantiere navale Scoglio Olivi, la Fabbrica ossigeno, la Manifattura tabacchi, la Fabbrica cementi e stabilimenti minori erano stati seriamente danneggiati[33].
5. Un drammatico interludio
Corrado Belci ha icasticamente ricordato l’arrivo a Pola dei partigiani titoisti, avvenuto alla spicciolata dal 1° maggio 1945[34]. La città era divisa tra quanti festeggiavano – i croati e gli italiani che avevano operato nelle formazioni del movimento di liberazione jugoslavo – e quanti invece guardavano con preoccupazione a ciò che stava accadendo. Nelida Milani, più di Belci ha inteso sottolineare come questo momento fosse emblematico della contrapposizione tra la civiltà urbana (italiana) e il «popolo dei boschi», ovvero i partigiani slavi non avvezzi alle comodità della prima[35]. Si tratta, ovviamente, di una contrapposizione dal forte valore simbolico della polarità città-campagna che aveva connotato le relazioni tra comunità nazionale italiana e quelle slave dell’area della frontiera adriatica, ma anche di uno stereotipo che ovviamente non può essere accolto semplicisticamente riducendo la presenza slava nell’area a una presenza rurale. Penso, ad esempio, al caso di Trieste dove fu forte e significativo lo sviluppo di una borghesia urbana slovena che finì per determinare lo scontro/confronto con quella italiana e i suoi valori.
Anche nel caso di Pola, sin dai tempi dell’occupazione tedesca era stato costituito un Comitato popolare di liberazione (Cpl) in cui prevaleva l’elemento italiano[36]: «La presenza di alcuni professionisti, assegnati ai rispettivi dipartimenti in grazia della loro specifica competenza, è indice di una politica di avvicinamento ai ceti medi intellettuali portata avanti nei mesi precedenti dai funzionari croati del partito (si intenda il Partito comunista croato, Pcc) in parallelo con quella attuata nei confronti della borghesia croata nazionalista»[37], tra i quali si trovavano intellettuali o ricchi commercianti[38]. Ciò dimostra una volta di più come la percezione di quegli avvenimenti rispecchiasse solo in parte la fisionomia più complessa dei soggetti in campo. Inoltre, almeno inizialmente, la classe operaia della città accolse con favore i nuovi arrivati, anche se gli organismi del Cpl polesano si rendevano conto di come il consenso fosse ancora da conquistare[39].
Le parole della Milani lasciano però intendere che sulla civiltà urbana italiana si proiettava l’ombra della sua sostituzione con nuove modalità e stili di vita. Del resto, suscitando le perplessità dei rappresentanti italiani, il movimento partigiano confermò la volontà di annettere Istria, Fiume e Pola alla repubblica di Croazia. Resta il fatto che i 45 giorni costituirono «una traumatica esperienza collettiva, la prima di una serie che avrà il suo epilogo nello straordinario fenomeno dell’esodo di massa della popolazione a partire dal Natale 1946»[40]. Nei primi giorni di maggio la comunità italiana dava intanto vita a un Comitato cittadino polese, determinato a difendere l’italianità della città[41].
Nel quadro di politiche che si possono definire “urbicide” seguite dalle autorità popolari, oltre agli arresti e alle deportazioni, alla proibizione di esibire segni di italianità nei giorni precedenti l’arrivo degli alleati stabilito dagli accordi di Belgrado, particolare rilevanza ebbe lo smantellamento e il trasferimento in Jugoslavia di macchinari – parte dei quali già messi in disuso dai tedeschi[42] – e arredi dell’industria polese. Questi provvedimenti segnarono il cambio di rotta della classe operaia locale che, davanti a simili scelte, fece venir meno il proprio consenso all’operato jugoslavo.
In buona sostanza, i quarantatre giorni di amministrazione jugoslava si esaurirono in «un periodo che inciderà profondamente nella storia della città, che rappresenterà una traumatica esperienza collettiva, la prima di una serie che avrà il suo epilogo nello straordinario fenomeno dell’esodo di massa della popolazione a partire dal Natale 1946»[43].
Come si vede, si tratta di fatti che rivestono aspetti simbolici e materiali: simbolici nella sostituzione dei segni esteriori che conferivano alla città un volto nazionale, quello italiano, da sostituire con un’identità jugoslava. Sugli edifici pubblici le bandiere jugoslave sostituirono quelle rosse, abbondavano le iscrizioni murali in lingua croata che rivendicavano la città alla Jugoslavia, furono requisiti gli edifici pubblici e sciolte le organizzazioni. Sul piano degli aspetti materiali, sequestrati i liquidi giacenti nelle banche, il passo successivo fu appunto la sottrazione dei mezzi di produzione che metteva a soqquadro la fisionomia industriale del capoluogo istriano[44]. In quanto ad arresti e deportazioni, dirette da organi repressivi «venuti da fuori»[45], queste colpirono non solo ex fascisti ma anche «semplici impiegati del Comune o commercianti»[46]. Dalla città scomparirono così 827 persone di cui 637 civili e 190 militari mentre il mare restituiva i corpi delle prime vittime, per lo più soldati tedeschi fucilati dai partigiani. Il 20 maggio fu la volta dell’affondamento, a causa dell’impatto con una mina, della nave Campanella che trasferiva a Buccari 350 detenuti[47].
A differenza di quanto accadde a Fiume, l’interludio determinato dall’assegnazione di Pola all’amministrazione alleata determinata dagli accordi di Belgrado rinviò il processo di jugoslavizzazione/croatizzazione di Pola. Così nel periodo del Governo militare alleato (Gma) in città poté agire la Soprintendenza ai monumenti e alle gallerie di Trieste che si occupò dei monumenti di Pola, riuscendo a restaurare delle opere d’arte recuperando alla comunità degli importanti segni dell’identità polese. Non altrettanto si può dire per la maggior parte degli edifici cittadini le cui macerie continuarono a caratterizzare il paesaggio urbano.
A modificare l’aspetto – oltre che il clima psicologico – di Pola – non ci si sofferma qui sulle manifestazioni e contromanifestazioni che si verificarono durante i mesi del Gma[48] – intervenne l’afflusso crescente di esuli provenienti dalla Zona B che resero ancora più problematico il quadro sociale di una città dove, a causa del conflitto, abbondavano indigenti e sinistrati.
6. Esodo o urbicidio
A determinare la morte della città italiana intervennero nel breve volgere di qualche mese due fatti: le notizie provenienti da Parigi che – dopo le prime sensazioni positive – furono subito drammaticamente smentite dalla realtà delle trattative che determinarono la sorte di Pola e di gran parte dell’Istria. In particolare, il 3 luglio 1946 si diffuse la notizia che era ormai certa l’accettazione della proposta francese di attestare il confine sulla linea Bidault. A quel punto, «l’Arena di Pola», diretta dal socialista Guido Miglia, non si peritava di dichiarare che 20.000 cittadini davanti alla snazionalizzazione della loro città avrebbero preferito «l’esilio alla schiavitù»[49]. Da parte loro le autorità comuniste attribuirono il fenomeno a una funzione propagandistica della reazione e alla volontà di separare «il popolo italiano dal popolo jugoslavo»[50].
Pochi giorni dopo, «L’Arena» pubblicava un comunicato in cui si faceva riferimento a un ufficio destinato al disbrigo delle pratiche per l’esodo. Era l’inizio della raccolta delle dichiarazioni di esodo in caso di cessione della città alla Jugoslavia. Alla fine del mese di luglio, il giornale cittadino tracciava un primo bilancio dell’operazione: si trattava di «9.469 capifamiglia, corrispondenti ad un numero complessivo di 28.085 polesi»[51], una cifra che va messa in relazione a una popolazione di 31.700 persone[52]. Stava dunque per verificarsi un’emigrazione di massa che avrebbe modificato per sempre il volto della città. «Questo non è un trasloco – commentava la voce fuori campo del servizio cinematografico Pola una città che muore – è una trasmigrazione mai veduta nella storia dell’umanità».
Come abbiamo visto, il termine “urbicidio” si riferisce anche all’insieme delle azioni che manifestano l’intenzione di colpire irrimediabilmente i valori identitari, sociali, culturali del nemico[53]. Nel caso di Pola, questi erano rappresentati da una collettività che non intendeva assoggettarsi né al nuovo regime comunista jugoslavo né alle sue inclinazioni nazionaliste.

Fig. 8 Finora 20 mila Polesi hanno lasciato la città, «La Voce libera», 3 marzo 1947
Così, le paventate politiche del Partito comunista jugoslavo, già in parte manifestatesi nel corso dei 45 giorni e messe in campo nella zona B assegnata all’amministrazione militare jugoslava[54], concorsero in maniera determinante a decidere la maggior parte della popolazione cittadina a lasciare la propria città.
Ad agire da catalizzatore su tale scelta fu l’eccidio di Vergarolla, avvenuto il 18 agosto 1946 e causato dall’esplosione sulla popolarissima spiaggia cittadina di una gran quantità di munizioni inesplose lì accatastate. Era in corso una manifestazione sportiva natatoria e il luogo – era una domenica estiva – era particolarmente affollato. Le bombe non esplosero da sole e da subito l’inchiesta avviata dalle autorità alleate – più interessate ad allontanare da sé ogni sospetto di una qualche responsabilità dell’accaduto che ad accertare la verità – concluse che non si era trattato di un incidente. Dunque, chi avesse compiuto la strage non si seppe: mancavano prove, le testimonianze erano vaghe e il contesto internazionale era particolarmente delicato. Meglio tacere, coprire, lasciar perdere. «In tal modo – ha scritto Raoul Pupo – quella di Vergarolla diventa la prima delle stragi impunite nella storia della Repubblica italiana», posto che «nell’estate del 1946 a Pola esercita ancora la sua sovranità lo Stato italiano, da poco divenuto repubblicano»[55].

Fig. 9 Icastica immagine di una piccola vittima dell’attentato, raccolta sulla spiaggia di Vergarolla
Davanti alla strage, che fu immediatamente attribuita agli jugoslavi e alla loro volontà di infierire sulla popolazione italiana e che determinò «scelte drammatiche, scelte di fuga da un luogo di morte»[56], la decisione di partire divenne plebiscitaria. Così, la città degli italiani di Pola cominciava a morire e con essa si frantumava il suo tessuto sociale. «Con l’esodo –ha scritto Annamaria Mori – insieme alla città e alla casa, ho perso tutti quei riferimenti che oggi si direbbe “servono a far rete”, e ti proteggono in qualche modo per tutta la vita»[57].
A incaricarsi della gestione delle modalità dell’esodo, per quanto competeva al governo italiano, fu inizialmente l’Ufficio per la Venezia Giulia, presieduta dal prefetto Mario Micali sul quale incombeva il compito di «svuotare un’intera città, con masserizie private, i laboratori artigianali, attrezzature commerciali, un volume di oggetti valutato in circa 170.000 metri cubi di mobili ed arredi e 6000 tonnellate di materiali provenienti da vari impianti»[58]: un totale di 27.256 persone, 1286 delle quali provenienti dalla Zona B[59]. Nel pensiero dei responsabili del comitato esodo cittadino, di fronte alle difficoltà poste dal trasferimento di tante persone e dalla loro sistemazione si sviluppò l’idea di ricostruire altrove la propria comunità, dando vita a una “nuova Pola” da realizzare a Cesano, nei pressi di Roma, poi nel Goriziano, infine ad Alghero: una strada che sarà seguita, ma in maniera del tutto autonoma, dai profughi da Orsera con la nascita di Fertilia.
Il 23 dicembre, il Cln di Pola proclamò l’apertura dell’esodo, mentre si spargevano le notizie – false – che la data limite per lo stesso sarebbe stata il 10 febbraio, ciò che accrebbe l’angoscia dei partenti. Sono note le amare parole del vescovo della città, mons. Radossi, sull’inizio dell’esodo nel freddo inverno a cavallo tra il 1946 e il 1947: «Si vede che i signori che hanno fissato quella data non sono democratici, perché i democratici sanno che in questi mesi la gente ha freddo e che i poveri stanno particolarmente male»[60]. Il primo viaggio della nave Toscana, uno dei battelli utilizzati per il trasferimento dei profughi, avvenne il 3 febbraio 1947 mentre una consistente parte di polesi preferì far rotta su Trieste. La prima trasportò quasi 12.000 persone, i secondi furono oltre 15.000[61]. L’inviato della «Stampa» descrisse efficacemente l’aspetto spettrale della città dove le intemperie si abbattevano sulle «case distrutte dai bombardamenti, sopra quelle già chiuse e disabitate, e sulle superstiti dove di quando in quando ancora si accende un focolare»[62].
Molti cittadini, inoltre, aggiungeva il notista della «Stampa», si recavano nell’Arena per prelevarne una pietra da portare con sé nell’esilio, mentre dopo il mortale attentato di Maria Pasquinelli a rendere più tetro lo scenario e a spopolare le strade era intervenuto anche il coprifuoco ordinato l’11 febbraio, giorno successivo al gesto, dalle 14 alle 7[63]. «Tutta la città di pietra prese il mare – ha scritto Nelida Milani – Non so se fosse mai accaduto che un’intera città venisse trasportata via mare, ma è proprio ciò che accadde»[64]. Vi si provava, appuntava il prefetto Micali, «una strana impressione in quei tempi: non si assisteva che a un continuo passaggio di casse di ogni genere e di imballi […] e non si udiva che un batter di chiodi»[65]. Alla metà di aprile del 1947 una relazione dell’UVG riferiva che l’esodo era da considerarsi terminato – ufficialmente era stato dichiarato chiuso il 20 marzo – che Pola poteva ormai considerarsi una «città morta»[66]. Partirono anche 59 salme, tra cui quelle dei volontari irredenti Nazario Sauro e Giovanni Grion, un esodo particolare che «toccava le corde emotive e pure quelle patriottiche, rafforzando il senso di completo abbandono di Pola»[67]. Particolare di rilievo fu lo smantellamento degli impianti industriali, peraltro privati, che gli jugoslavi avrebbero voluto questa volta trattenere in città insieme alle maestranze. Invece, la classe operaia «se ne andò per seguirli nella nuova collocazione, oppure per trovare un impiego altrove, in altre industrie italiane, talvolta senza troppa fortuna»[68]. Del resto, come noto, gli esuli furono soggetti a una vera e propria diaspora con la dolorosa dispersione in diverse realtà della penisola.
Nella città, dalla quale in circa due mesi, quasi tutta la popolazione se ne era andata, lasciandola pressoché vuota[69], erano rimasti 700 impiegati, funzionari e tecnici italiani considerati «indispensabili al residuo funzionamento della città»[70], un migliaio e mezzo di persone che non intendevano esodare insieme a 4000 incerti. Intanto erano giunte circa 1500 persone provenienti da Monfalcone, dalla bassa friulana e dalla zona B, oltre ad altri che avevano affrontato situazioni poco favorevoli e che, vuoi per il trattamento ricevuto nei centri di raccolta, vuoi perché non avevano trovato lavoro avevano fatto rientro. Nel contempo in città affluivano i nuovi abitanti – secondo Spazzali già nei giorni dell’esodo era affluita in città «popolazione slava»[71] –, provenienti dalla Croazia così che ai primi di luglio la popolazione ammontava a circa 15.500 persone, parte delle quali però erano destinati alla partenza una volta che il trattato di pace fosse entrato in vigore[72]. «Per noi che restavamo – ha scritto ancora Nelida Milani – era l’inizio di una nuova era»[73].
7. Nuovi inizi
La storia avrebbe riservato alla città altri inizi. Con il passaggio alla Jugoslavia, intanto, il volto di Pola cambiò radicalmente; fu attuata un’azione di croatizzazione, al netto della presenza della minoranza italiana e di arrivi da altre zone del paese. A testimoniare dello spaesamento in cui vennero a trovarsi i gli italiani rimasti è ancora una volta Nelida Milani, vuoi nel racconto del cambio di scuola e anche dei cambiamenti che vi avvennero, o delle manifestazioni cui doveva partecipare all’Arena: simbolo fino ad allora dell’invariabilità delle cose e già teatro di spettacoli lirici – l’Arena «destinata a custodire le cerimonie invariabili della città» – ospitava ora le cerimonie del nuovo regime, mentre l’acustica «studiata tre millenni addietro da un geniale architetto» fanno risuonare parole «che risuonano come raffiche di mitra»[74].
In quanto ai nuovi venuti, di origine istro-croata era il proletariato mentre la classe dirigente proveniva da diverse città jugoslave, specie modo da Zagabria. Furono riattivati i cantieri e si riaffacciò una forte presenza militare, in particolare della marina ma anche dell’aeronautica: si ripopolarono così le caserme austriache e se ne realizzarono di nuove. Ciò non di meno, «molti degli operai, già contadini inurbati, non riuscirono mai a staccarsi definitivamente dalla campagna, dai paesini d’origine (che comunque rimanevano spopolati) e neanche a diventare cittadini, cioè ad avere uno stile di vita urbano»[75]. Anche il suo assetto urbanistico fu modificato, soprattutto con gli anni Sessanta, con la costruzione di grandi caseggiati destinati alla popolazione operaia mentre il quadro sociale fu completato fa una forte presenza delle forze armate. Gli anni Settanta risentirono poi dei massicci investimenti nel turismo fatti dal governo jugoslavo che «modificarono il volto delle città più grandi»[76].
I nuovi colpi della storia avrebbero portato la città di Pola nella compagine di una Croazia indipendente, facendone infine una città pienamente europea con l’ingresso del paese nell’Unione europea. Vicende come quelle del 1946-1947 dovrebbero ricordare a tutti quali orrori guerre, nazionalismi e totalitarismi possano generare. Ma, a quanto pare, si tratta di una lezione che l’umanità fatica molto ad imparare.
NOTE
[1] Vergarolla come tappa di un calvario, Rievocazione di Omero Melzi in «L’Arena di Pola», 25 agosto 1948. Sul problema, v. G. Dato, Vergarolla 18 agosto 1946, Leg, Gorizia 2014.
[2] Su questo v. L. Ferrari, Fiume 1945-1947, in L. Ferrari, L’esodo da Pola, in C. Colummi et alii, Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Irsml FVG, Trieste 1980, pp. 49-88; R. Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, Milano 2005, pp. 121-130; G. Stelli, Storia di Fiume. Dalle origini ai giorni nostri, Ed. Biblioteca dell’immagine, Pordenone 2017, pp. 291-308; E. Miletto, Novecento di confine. L’Istria, le foibe, l’esodo, FrancoAngeli, Milano 2020, pp. 136-141; M. Micich, Il lungo esodo dall’Istria, Fiume e Zara (1943-1958). L’accoglienza in Italia, in G. Stelli et alii, Foibe, esodo, memoria. Il lungo dramma dell’italianità nelle terre dell’Adriatico orientale, aracne, Roma 2023, pp. 67-177.
[3] L. Barattin, La pratica dell’urbicidio e il caso della città di Vukovar, in «Acta Histriae», n. 12, 2004, p. 333.
[4] Ibid.
[5] Per una definizione di esodo e il tema degli spostamenti forzati di popolazione, v. A. Ferrara, N. Pianciolla, L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953, il Mulino, Bologna 2012.
[6] Sulla cultura dei castellieri vedi P. Càssola Guida, La protostoria, in Ead. Et alii, Istria. Storia di una regione di frontiera, a c. di F. Salimbeni, Morcelliana, Brescia 1994, pp. 31-46.
[7] Istria nel tempo. Manuale di storia regionale dell’Istria con riferimenti alla città di Fiume, a c. di E. Ivetic, CRS Rovigno, Rovigno 2006, p. 349)
[8] Ivi, p. 396.
[9] I. Venier, Pola: mutamenti di regime e conseguenze nelle relazioni tra città e stato in una piazzaforte militare, in «Quaderni CRS Rovigno», vol. XXIII, 2012, p. 9.
[10] Istria nel tempo cit., p. 500.
[11] F. Scabar, Il censimento italiano del 1° dicembre 1921 e i primi atti di italianizzazione della regione istriana, in «Quaderni CRS Rovigno», n. 32, 2021, p. 302.
[12] Ivi, p. 502.
[13] Vedi S. De Menech, M. Leghissa Santin, Pola e Rovigno. L’esodo negli anni della prima guerra mondiale, in “Un esodo che non ha pari”. 1914-1918 Profughi, internati ed emigrati di Trieste, dell’Isontino e dell’Istria, Irsml FVG, Leg, Gorizia 2001, p. 197.
[14] Sull’intero episodio, v. S. De Menech, M. Leghissa Santin, Pola e Rovigno. L’esodo negli anni della prima guerra mondiale, in «Un esilio che non ha pari» cit., pp. 197-223. Per un’ampia e approfondita disanima dell’intera situazione, v. soprattutto Gli spostati. Profughi, Flüchtinge, Uprchlíchi 1914-1919, v. 2, Malni, La storia, Laboratorio di storia di Rovereto, Mori 2015.
[15] Vedi ad esempio Archivio Istituto triestino per gli interventi sociali, Il capitano provinciale dell’Istria all’Illustrissimo Signore Cons. e Krekich-Strassoldo, Commissario Imperiale, Trieste 4 luglio 1915.
[16] R. Spazzali, Pola operaia (1856-1947). I Dorigo a Pola. Una storia familiare tra socialismo mazziniano e austro marxismo, introduzione di L. Dorigo, Circolo di cultura istro-veneta “Istria”, Trieste 2010, p. 111. Dello stesso autore si veda ora il volume Pola. Città perduta. L’agonia, l’esodo (1945-47), Ares, Milano 2022.
[17] Vedi R. Pupo, Attorno all’Adriatico: Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia , in La vittoria senza pace. Le occupazioni militari italiane alla fine della Grande Guerra, Bari-Roma, Laterza 2014, p. 77; F. Todero, Terra irredenta, terra incognita. L’ora delle armi al confine orientale d’Italia 1914-1918, Roma-Bari, Laterza 2023, pp. 205 ss.
[18] R. Spazzali, Pola operaia (1856-1947). I Dorigo a Pola. Una storia familiare tra socialismo mazziniano e austro marxismo, Circolo di cultura isto-veneta “Istria”, Trieste 2010, p. 121.
[19] F. Scabar, Il censimento italiano del 1° dicembre 1921 e i primi atti di italianizzazione della regione istriana, pp. 348-425, p. 406, in «Quaderni CRS Rovigno», n. 32, 2021 cit., p. 353.
[20] R. Spazzali, Pola operaia, cit., p. 158.
[21] Ivi, 159.
[22] F. Canali, ‘Nazionalismo di confine’ tra urbanistica e architettura a Pola italiana (1919-1943). Parte seconda – Cantieri e temi ‘pilota’ nelle indicazioni ministeriali della “Direzione delle antichità e belle arti” (Corrado Ricci e Ugo Ojetti), in «Quaderni CRS Rovigno», n. 32, 2021, p. 150.
[23] Ivi, p. 159.
[24] Vedi G. Liuzzi, Violenza e repressione nazista nel Litorale Adriatico 1943-1945, Irsml FVg, Trieste 2014, pp140-157.
[25] G. Orbanich, Da Pola a Pula (1940-1947), in «Quaderni CRSR», vol. XVII, 2006, p. 297. Si trattava di 26 detenuti politici italiani fuggiti dalle carceri cittadine che vennero catturati e trucidati dai nazisti.
[26] R. Marsetič, I bombardamenti alleati su Pola 1944-1945. Vittime, danni, rifugi, disposizioni delle autorità e ricostruzione, CRS Rovigno, Rovigno 2004, p. 59.
[27] Ivi, p. 62.
[28] Ivi, p. 65.
[29] Vedi N. Milani, Di sole, di vento e di mare, Ronzani editore, Crocetta del Montello 2019, p. 71.
[30] G. Orbanich, Da Pola a «Pula cit., p. 310.
[31] R. Marsetič, I bombardamenti alleati su Pola, cit., p. 139.
[32] R. Marsetič, I bombardamenti alleati su Pola cit., p. 139.
[33] Ivi, p. 141.
[34] Vedi C. Belci, Quei giorni di Pola, Leg, Gorizia 2007, p. 81.
[35] A. Mori, N. Milani, Bora, Frassinelli, Cles (Tn) 2005, p. 72. Per questi aspetti, v. E. Miletto, L’esodo giuliano-dalmata. Itinerari tra ricerca e memoria, in Senza più tornare. L’esodo istriano, fiumano, dalmata e gli esodi nell’Europa del Novecento, a c. di Id., Edizioni SEB 27, Torino 2012, pp. 53-91.
[36] L. Ferrari, L’esodo da Pola, in Storia di un esodo, cit., p. 144.
[37] Ibid.
[38] C.P., Appunti per una storia, in «Bollettino d’informazioni», Centro di Studi Adriatici, 8 settembre 1956)
[39] L. Ferrari, L’esodo da Pola cit., p. 147.
[40] Ivi, p. 149.
[41] Ivi, pp. 153-154.
[42] Ivi, p. 155.
[43] Ivi, p. 149.
[44] Ivi, p. 150.
[45] R. Spazzali, Pola operaia, cit., p. 198.
[46] A. Mori, N. Milani, Bora, cit., p. 73.
[47] Per questi dati, v. R. Spazzali, Pola operaia, cit., p. 198.
[48] Particolarmente significativa, anche per la partecipazione di buona parte della classe operaia, la manifestazione a favore dell’Italia del 22 marzo 1946, in occasione della venuta in città della Commissione alleata incaricata di stabilire i nuovi confini italo-jugoslavi. Altrettanto importante anche lo sciopero del 25 giugno 1946 che aveva per parole d’ordine «la protesta contro l’andamento delle trattative, il rifiuto con qualsiasi mezzo della soluzione jugoslava e la richiesta del plebiscito»: v. L. Ferrari, L’esodo da Pola, cit., p. 195.
[49] G. Miglia, Dignità e schiavitù, in «L’Arena di Pola», 4 luglio 1946, cit. in L. Ferrari, L’esodo da Pola, cit., p. 196.
[50] Cit. in M. Orlić, Identità di confine. Storia dell’Istria e degli istriani dal 1943 a oggi, Viella, Roma 2023, p. 146.
[51] Pola non vuole la Jugoslavia, in «L’Arena di Pola», 28 luglio 1946.
[52] L. Ferrari, L’esodo da Pola, cit., p. 199.
[53] F. Mazzucchelli, Urbicidio. Il senso dei luoghi tra distruzioni e ricostruzioni nella ex Jugoslavia, Bononia University Press, Bologna 2010.
[54] Sul tema, fondamentale il lavoro di O. Moscarda Oblach, Il “Potere popolare” in Istria 1945-1953, CRS Rovigno, Rovigno 2016.
[55] R. Pupo, Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza, Laterza, Roma-Bari 222-223.
[56] A. Mori, N. Milani, Bora, Frassinelli, Cles (Tn) 2005, p. 129.
[57] A. Mori, Nata in Istria, p.86.
[58] R. Spazzali, «Pola non vive più». L’esodo da Pola del febbraio-marzo 1947, in UZC Ufficio per le zone di confine, a c. di R. Pupo, «Qualestoria», a. XXXVIII, n. 2, Dicembre 2010, p. 88.
[59] Per le cifre esatte si veda R. Spazzali, Pola città perduta, cit., pp. 330-331; vedi anche p. 340.
[60] Cit. in L. Ferrari, L’esodo da Pola cit., p. 213.
[61] Per queste vicende, v. R: Spazzali, Pola città perduta, cit. pp. 330-331.
[62] S.B., Desolazione di Pola, in «La Stampa», 12 febbraio 1947.
[63] Su M. Pasquinelli e l’assassinio del generale De Winton v. tra l’altro E. Miletto, Le due Marie, Vite sulla frontiera orientale d’Italia, Morcelliana, Brescia 2022, pp. 7-143; in particolare, sul delitto, le pp. 99-105. Si veda anche R. Turcinovich, R. Poletti, Tutto ciò che vidi. Parla Maria Pasquinelli 1943-1945 fosse comuni foibe, mare, Oltre edizioni, Sestri Levante 2020; Pupo, Adriatico amarissimo, cit.
[64] A. Mori, N. Milani, Bora cit., p. 143.
[65] Cit. in E. Miletto, L’esodo giuliano-dalmata, cit., p. 67.
[66] Vedi R. Spazzali, Pola non vive più, cit., p. 90.
[67] Vedi R. Spazzali, Pola città perduta, cit., p. 451.
[68] Ivi, p. 341.
[69] G: Orbanich, Da Pola a Pula, cit., p. 326.
[70] R. Spazzali, Pola città perduta, cit., p. 347.
[71] Ivi, p. 351.
[72] Vedi R. Spazzali, Pola non vive più cit., p. 92.
[73] A. Mori, N. Milani, Bora cit., p. 142.
[74] Ivi, alle pp. 103-108.
[75] Istria nel tempo, cit., p. 634.
[76] Ivi, p. 620.