Abstract
Con l’entrata a Fiume nel maggio 1945 delle truppe partigiane di Tito e la successiva annessione alla Jugoslavia comunista si verifica una vera e propria cesura nella storia della città. L’identità culturale di Fiume era stata caratterizzata nel corso dei secoli dalla costante difesa della sua autonomia municipale, della sua natura di “città immediata” non annessa a nessuna provincia e a nessun regno, ma dipendente direttamente dal potere centrale, così come è documentato dallo Statuto del 1530, dal Diploma teresiano del 1779 e dallo Statuto municipale del 1872. Anche nel periodo dei nazionalismi, e perfino nel periodo fascista, questa identità permane tenacemente. Dal 1945, invece, nel giro di pochi anni, con la durissima repressione contro i “nemici del popolo”, causa principale dell’esodo della maggioranza italiana della città, e con una sistematica politica di riscrittura della storia, che si manifesta in modo esemplare nello stravolgimento della odonomastica cittadina, si consuma un vero e proprio urbicidio. Dopo la dissoluzione della Jugoslavia socialista è tuttavia possibile oggi operare per un parziale ritorno culturale e riparare almeno alcuni dei guasti prodotti dalla devastazione totalitaria.
Parole chiave: esodo, Fiume, nazionalismo, nazione, odonomastica, urbicidio
Premessa
Per comprendere la portata di quanto accaduto a Fiume dopo l’ingresso, il 3 maggio 1945, delle truppe del Movimento popolare di liberazione jugoslavo diretto dai comunisti di Tito, della successiva rapida cancellazione della sua identità storica secolare ovvero dell’“urbicidio” perpetrato ai suoi danni, è indispensabile richiamare, sia pur brevemente, la storia della città quarnerina nei suoi tratti fondamentali.
1. Fiume e l’autonomia municipale: lo Statuto del 1530, il Diploma teresiano del 1779 e lo Statuto del 1872
L’aspetto che caratterizza la storia di Fiume nel corso dell’età moderna è costituito dalla costante difesa della sua autonomia municipale ovvero di una condizione tipica dell’antico regime in cui all’interno di uno Stato coesistevano una serie di realtà di diritto pubblico tra loro molto diverse, unificate dal vincolo dinastico ovvero, nel nostro caso, dall’appartenenza all’Impero asburgico plurinazionale, denominato per secoli Sacro romano impero, poi dal 1804 Impero d’Austria e infine, dal 1867 alla sua dissoluzione al termine della Grande guerra, Impero austro-ungarico.

Fig. 1 Mappa di Fiume, 1671 (Archivio Museo storico di Fiume, Roma)
Questa entità statale plurinazionale – in cui convivevano dodici nazionalità e cinque religioni, e lingue ed etnie si intrecciavano, anche a causa dei frequenti matrimoni misti, spesso in modo inestricabile – era costituita da diversi regni, provincie e città “immediate” (reichsunmittelbare Städte), ossia città non dipendenti da nessuna provincia e da nessun regno, ma direttamente (immediatamente) dal potere centrale.
Una di queste città immediate era appunto Fiume[1], la cui posizione giuridica aveva il suo fondamento nello Statuto concesso alla città da Ferdinando I d’Asburgo nel 1530, un documento che confermò solennemente l’ordinamento sostanzialmente già esistente del Comune e il legame diretto della città dal potere centrale attraverso la figura del Capitano, nominato direttamente dal Sovrano[2]. Per quanto giuridicamente stabilita, l’autonomia non era però un dato acquisito e Fiume dovette difenderla sia contro le ingerenze del potere centrale sia, e soprattutto, contro le pretese di altri Stati dell’Impero, come il ducato di Carniola agli inizi del XVII secolo e il Regno di Croazia negli anni 1776-1779, di considerarla parte integrante del loro territorio. Questa difesa, nonostante le difficoltà, fu condotta dalla municipalità fiumana con successo: nel 1593 Fiume, che fin da allora inviava suoi consoli in diverse città italiane, ottenne il privilegio di prestare separatamente l’omaggio all’Imperatore e nel 1659 le fu concesso da Leopoldo I il diritto a uno stemma e a un vessillo.
Nel 1719, insieme a Trieste, Fiume divenne porto franco. L’istituzione del porto franco, a cui seguirono altri provvedimenti volti a favorire il traffico mercantile, per un verso, aprì per la città una prospettiva di grande sviluppo economico e, per un altro verso, favorì il riemergere della secolare tendenza geopolitica dell’Ungheria in direzione dell’Adriatico e quindi in direzione di Fiume considerata dal Regno magiaro il suo naturale sbocco marittimo.
L’unione della città all’Ungheria, auspicata fortemente anche dai fiumani, sembrò concretizzarsi nel 1776: un rescritto aulico stabilì che Fiume sarebbe stata amministrata dalla regia Cancelleria aulica ungherese a mezzo del regio Consiglio luogotenenziale dalmato-croato-slavone di Zagabria. Fiume veniva così a dipendere dall’Ungheria, sottraendosi alla supremazia di Trieste, ma tale dipendenza avveniva attraverso la Croazia. Ciò provocò le vivaci proteste della municipalità fiumana, che rivendicò orgogliosamente la sua autonomia, e indusse l’imperatrice Maria Teresa ad accogliere le richieste dei fiumani, emanando il 23 aprile 1779 un nuovo rescritto con annesso un Diploma nel quale si stabiliva «che questa città commerciale di Fiume S. Vito col suo distretto si debba anche per il futuro considerare come corpo separato, annesso alla corona del regno d’Ungheria, e così venga trattato in tutto e non confuso per alcun riguardo col distretto di Buccari appartenente fin dai suoi primordi al regno di Croazia»[3].
La particolare posizione giuridica di Fiume veniva così confermata «anche per il futuro»: la città andava considerata un «corpo separato» da ogni altra provincia e annesso direttamente, e non attraverso la Croazia, al Regno d’Ungheria, una città immediata quindi, come Trieste.

Fig. 2 «Eco del Litorale ungarico», Fiume 1841 (tratta da M. Superina, Stradario di Fiume. Piazze, vie, calli e moli dal Settecento ad oggi, Società di Studi Fiumani, Roma 2015)
Al Diploma teresiano del 1779 si richiamarono di continuo nel corso dell’Ottocento la municipalità e gli intellettuali fiumani contro le pretese mai sopite della Croazia[4] che, in occasione dei moti del 1848-49, occupò militarmente la città dall’agosto 1848 al 1869. La difesa dell’autonomia, che si identificava da sempre con la difesa del carattere culturale prevalentemente italiano della città, fu condotta con coerenza e coraggio dalla municipalità e si concluse con un significativo successo: nel luglio 1870 Fiume fu nuovamente incorporata all’Ungheria e, meno di due anni dopo, nell’aprile 1872, venne predisposto dal consiglio municipale e approvato dal governo lo Statuto della libera città di Fiume e del suo distretto: sulla base dei paragrafi 3 e 127 di questo documento veniva a configurarsi addirittura una quasi sovranità del Comune a cui veniva riconosciuta in qualche modo l’ultima parola su una eventuale modifica dei confini del «corpo separato» e dello Statuto stesso:
«§ 3. Formando Fiume un corpo separato, annesso alla corona di S. Stefano, i suoi confini non potranno essere mutati che in forza di legge, previa adesione della Rappresentanza di Fiume.
§ 127. Il presente Statuto non potrà essere riformato che di intelligenza con la Rappresentanza della libera città di Fiume e del suo distretto»[5].
2. Nazione culturale e nazionalismi a Fiume dalla fine dell’Ottocento all’annessione all’Italia nel 1924; il periodo fascista
La difesa dell’autonomia municipale era nel contempo, come si è detto, difesa della specificità culturale italiana della città; ma questa difesa nulla aveva a che vedere con l’ideologia, ormai diffusa in tutta Europa, del nazionalismo, che sosteneva l’identificazione della nazione culturale con lo Stato, della Kulturnation con la Staatsnation, per usare la terminologia di Meinecke[6].
Quando alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento la collaborazione tra la municipalità fiumana e la corona ungherese, collaborazione feconda che aveva caratterizzato il periodo precedente non a caso denominato periodo dell’idillio ungherese, entrò in crisi a causa della politica di magiarizzazione del governo Bánffy che tentò di abolire alcune prerogative del Comune quarnerino, la resistenza dei fiumani si organizzò attorno all’Associazione Autonoma, fondata nel 1896 da Michele Maylender (1863-1911), un intellettuale tanto innamorato della cultura italiana da essere l’autore di una monumentale Storia delle Accademie italiane[7], quanto del tutto estraneo a qualsiasi suggestione nazionalista. La concezione del Maylender, che fu podestà di Fiume per ben sei volte, è sintetizzata in modo esemplare in questa sua dichiarazione del 19 febbraio 1897: «L’unica fonte e la radice dell’amore che Fiume nutre per l’Ungheria, l’origine del patriottismo speciale dei fiumani per la nazione ungarica, devesi ricercare esclusivamente ed unicamente nell’autonomia che Fiume gode e che il governo rispetta»[8].
Le prime manifestazioni esplicite del nazionalismo italiano a Fiume risalgono al 1905. Nel luglio del 1905 venne infatti fondato da un gruppo di giovani il circolo Giovine Fiume; l’associazione, che si presentava all’esterno come una associazione culturale e ricreativa, ma che già nella denominazione si richiamava alla mazziniana Giovine Italia, perseguiva in realtà un programma irredentistico di annessione al Regno d’Italia. Nello stesso anno, il 2-3 ottobre, nel corso di una conferenza tenutasi nella Sala croata di lettura fu approvata, per iniziativa di Frano Supilo e Ante Trumbić, la Risoluzione di Fiume che auspicava l’annessione della città quarnerina, assieme all’Istria e alla Dalmazia, alla Croazia-Slavonia all’interno del cosiddetto Triregno (Croazia, Slavonia, Dalmazia).

Fig. 3 Fiume – Corso Vittorio Emanuele III, cartolina fotografica (Archivio Mastrociani-Todero)
Le espressioni politiche degli opposti nazionalismi continuarono comunque ad essere minoritarie nella città anche negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della Grande guerra e nel corso del conflitto, nonostante, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il significativo fenomeno del volontariato che interessò oltre cento giovani fiumani, alcuni dei quali provenienti anche dalle file degli autonomisti[9].
La conclusione della guerra con la dissoluzione dell’Austria-Ungheria sembrò svuotare di senso la posizione degli autonomisti fiumani, una posizione che si era sviluppata all’interno dell’Impero plurinazionale e che solo in una realtà di questo tipo, ormai estinta, poteva essere considerata realistica e difendibile. L’unica prospettiva realistica sembrava essere ormai l’annessione ad uno stato nazionale, nel nostro caso o al Regno d’Italia o al neo-costituito Regno dei Serbi Croati e Sloveni (SHS). La circostanza che Fiume non fosse stata inserita tra i compensi territoriali previsti per l’Italia, in cambio del suo impegno ad entrare in guerra, dal patto di Londra del 26 aprile 1915 costituiva una rilevante complicazione diplomatica, ma non mutava i termini della questione[10].

Fig. 4 Fiume, proclamazione dell’annessione di Fiume all’Italia (Archivio Irsrec FVG)
Gli autonomisti fiumani, così come le istituzioni cittadine, in cui continuavano ad esercitare una rilevante influenza, si dichiararono naturalmente favorevoli all’annessione all’Italia. Già il 18 ottobre 1918 il deputato di Fiume al parlamento ungarico, Andrea Ossoinack, aveva rivendicato l’italianità della città e si era appellato al diritto di autodecisione dei popoli proclamato dal presidente americano Wilson. Il 30 ottobre dello stesso mese la municipalità fiumana assunse la denominazione di Consiglio nazionale italiano di Fiume, diventando de facto il primo governo di Fiume indipendente[11], ed approvò all’unanimità un proclama-manifesto in cui dichiarava, sempre in base al diritto di autodecisione dei popoli, l’annessione di Fiume all’Italia:
«Il Consiglio nazionale italiano di Fiume, radunatosi quest’oggi in seduta plenaria, dichiara che in forza di quel diritto, per cui tutti i popoli sono sorti a indipendenza nazionale e libertà, la città di Fiume, la quale finora era un corpo separato costituente un comune nazionale italiano, pretende anche per sé il diritto d’autodecisione delle genti. Basandosi su tale diritto il Consiglio nazionale proclama Fiume unita alla sua madrepatria l’Italia»[12].
Non sorprende pertanto l’adesione iniziale all’Impresa dannunziana del capo degli autonomisti fiumani Riccardo Zanella, un’adesione all’insegna dell’equivoco, perché l’ideologia del nazionalismo era del tutto estranea alla mentalità di Zanella e dei suoi seguaci, e che infatti si capovolse ben presto in ostilità aperta, al punto che fu proprio Zanella a sollecitare l’intervento armato dell’Italia contro l’occupazione dannunziana.
È nel corso di questi eventi, ad ulteriore conferma della particolare identità storica della città, che la rivendicazione dell’autonomia municipale assume una nuova forma: Fiume deve diventare de jure quello Stato che de facto, in fondo, è sempre stato e che come tale si è considerato ed ha operato dopo la dissoluzione dell’Impero. Questa prospettiva sembrò effettivamente realizzarsi col trattato di Rapallo tra il Regno d’Italia e il Regno SHS del 12 novembre 1920, che prevedeva appunto l’istituzione dello Stato Libero di Fiume. Dopo la partenza di d’Annunzio dalla città, alle elezioni del 24 aprile 1921 per l’Assemblea costituente del nuovo Stato gli autonomisti riportarono una netta vittoria sui nazionalisti del Blocco nazionale e Zanella divenne il presidente del neonato Stato fiumano[13].

Fig. 5 Stato libero di Fiume (carta di F. Cecotti)
Si trattò tuttavia di una vittoria di Pirro: la vita del nuovo Stato, condizionata dalla grave situazione dell’ordine pubblico in Italia, dove imperversavano le violenze fasciste, si svolse in modo stentato tra mille difficoltà fino al colpo di stato nazional-fascista del 3 marzo 1922 che pose fine al governo Zanella e costrinse la maggioranza autonomista dell’Assemblea costituente ad abbandonare la città. Lo Stato libero, ridotto ad una larva, sopravvisse a sé stesso fino al 27 gennaio 1924, quando, in base al Trattato di Roma tra Italia e regno SHS, Fiume venne annessa all’Italia.
Il periodo fascista fu caratterizzato dalla politica di snazionalizzazione degli Slavi promossa dal regime, con risultati peraltro in buona parte fallimentari, ma la cultura fiumana mantenne una sostanziale autonomia, non rinunciando alla sua funzione di ponte verso il mondo danubiano-balcanico, come è documentato dalla pubblicazione delle riviste «Delta» (1923-1925) e «Termini» (1936-1943) – di cui nel’agosto 1937 uscì un numero doppio bilingue italo-jugoslavo con un’antologia di poeti jugoslavi contemporanei – e di «Fiume», rivista semestrale della Società di Studi Fiumani fondata nel 1923, che si mantenne del tutto estranea alla politica pubblicando dal 1923 al 1937-38, una serie di fondamentali saggi sulla storia della città dall’epoca romana all’Ottocento[14].
3. Fiume nella Jugoslavia socialista: la repressione e l’esodo
L’Italia entra in guerra a fianco della Germania nazista il 10 giugno 1940 e insieme alla Germania il 6 aprile 1941 invade il Regno di Jugoslavia, nei cui territori a partire dal 1942 si sviluppa la guerriglia partigiana ben presto egemonizzata dai comunisti di Tito. Dopo la capitolazione dell’Italia l’8 settembre 1943 i comunisti jugoslavi, che sostengono apertamente l’annessione di tutta la Venezia Giulia alla futura Jugoslavia socialista, procedono alla eliminazione dei “nemici del popolo”: è la prima fase delle cosiddette foibe a cui segue nel 1945, a guerra finita, una seconda fase ben più estesa e radicale, all’interno di un piano complessivo di epurazione ideologica promossa dal partito comunista e realizzata dall’Ozna (Odeljenje za Zaštitu Naroda/Dipartimento per la protezione del popolo), l’onnipotente polizia politica.
A Fiume le prime colonne partigiane entrano il 3 maggio 1945. Immediatamente la repressione si scatena contro gli esponenti più in vista dello storico Partito autonomo: vengono sommariamente liquidati Mario Blasich, Giuseppe Sincich, Nevio Skull e Rado Baucer.

Fig. 6 Chi sono gli odierni autonomisti, in «La voce del Popolo», 1 dicembre 1945 (Archivio Museo storico di Fiume, Roma)
Gli autonomisti erano stati, come si è visto, le prime vittime del fascismo nella città quarnerina, ma si erano rifiutati di aderire all’annessione della città alla Jugoslavia e questo li rendeva agli occhi del nuovo potere i nemici più pericolosi[15]. Con la loro eliminazione fisica cominciò l’opera di falsificazione e di demolizione della componente più significativa della storia secolare della città quarnerina: sui tre numeri usciti durante la guerra de «La voce del popolo» – il foglio in lingua italiana, poi quotidiano, che dall’ottobre 1944 usurpava, non a caso, la denominazione del giornale autonomista fondato nel 1885 – gli insulti contro gli autonomisti non si contano («ipocriti delinquenti», «servi del fascismo», «servi dell’occupatore», «complici dell’oppressore», «banda di speculatori») e agli insulti si accompagnano esplicite minacce («[v]i siete fatti dei rifugi profondi 15 metri, ma vi verremo a tirar fuori anche di là, state pur certi. Il popolo vi spazzerà tutti in mare, perché siete l’immondizia della nostra città e del nostro tempo eroico»), minacce destinate puntualmente a realizzarsi[16].
La repressione colpì naturalmente anche alcuni esponenti del fascismo, che non si erano prontamente convertiti al nuovo credo ideologico al modo di diversi personaggi sia a Fiume sia a Trieste: furono eliminati, tra gli altri, i senatori Riccardo Gigante, e Icilio Bacci, l’ex podestà Carlo Colussi con la moglie Nerina Copetti, il preside Gino Sirola. Il termine “fascista” era peraltro disinvoltamente applicato a qualsiasi potenziale oppositore del nuovo regime: così l’antifascista repubblicano Angelo Adam, sopravvissuto a Dachau e rientrato a Fiume nel luglio 1945, venne arrestato insieme alla moglie, Ernesta Stefancich, e alla figlia Zulema e di tutti e tre si persero definitivamente le tracce[17]. Nel periodo che va dal 3 maggio 1945 al 31 dicembre 1947 il totale delle vittime finora accertate, per quanto riguarda Fiume e dintorni, ammonta a 647[18].
Alla rapida erosione del tessuto culturale e civile della città contribuì l’esodo dei suoi più eminenti intellettuali e scrittori, come Attilio e Guido Depoli, Enrico Burich, Luigi M. Torcoletti, Paolo Santarcangeli[19], per limitarci ad alcuni nomi.
L’esodo a Fiume, così come in Istria e a Zara, coinvolse del resto la maggioranza della popolazione autoctona: «cominciò nel 1945 e si intensificò dopo la firma del Trattato di pace, prolungandosi fino agli inizi degli anni Cinquanta. Su una popolazione che nel 1939 ammontava a 56.249 abitanti, di cui 45.536 Italiani, l’esodo coinvolse oltre il 75% dei residenti e il 93% dei Fiumani italiani»[20].
Con l’esodo si concludeva la storia della secolare autonomia di Fiume, indissolubilmente connessa alla difesa dell’identità culturale italiana della città. La nuova Rijeka, ormai unita a Sussak con l’abolizione dello storico confine della Fiumara, prendeva il posto di Fiume. Ai fiumani italiani, ridotti ad un’esigua minoranza “protetta” rigidamente controllata dal regime, fu dato in sorte di assistere alla progressiva trasformazione della fisionomia della loro città, al progressivo inesorabile urbicidio: lo stemma e il vessillo risalenti al XVII secolo furono aboliti, l’aquila scomparve dalla sommità della Torre Civica e l’odonomastica venne progressivamente radicalmente cambiata in un progetto di riscrittura sistematica della storia tipico dei totalitarismi del XX secolo e anticipatore della attuale cancel culture.
4. La consumazione dell’urbicidio: la trasformazione dell’odonomastica cittadina
La trasformazione e la cancellazione dell’odonomastica cittadina costituiscono la caratteristica più tipica di quello che abbiamo chiamato urbicidio: cambiare i nomi delle vie, delle piazze, dei luoghi di una città significa in realtà cambiare l’ambiente in cui le persone vivono la loro vita quotidiana, modificare le loro abitudini comunicative e così, più in generale, riscrivere de facto la storia di quella determinata località.
Indubbiamente già nel corso dell’Ottocento alla secolare odonomastica popolare – che, non regolata da norme o da intenti politici, attingeva a nomi di luoghi, mestieri, paesaggi, famiglie importanti e così via – si era affiancata una odonomastica istituzionale il cui intento era veicolare precisi messaggi politici. L’odonomastica istituzionale imposta dall’alto dallo Stato comportò in alcuni casi la sostituzione degli odonimi popolari tradizionali, ma in generale si affiancò, come si è detto, a quella popolare, ridimensionandone l’estensione, ma senza cancellarla, almeno fino all’avvento dei totalitarismi del XX secolo.
Per quel che riguarda Fiume, può essere utile periodizzare la storia dell’odonomastica cittadina distinguendo il periodo dell’antico regime, che va dalle origini alla fine del XIX secolo, il periodo dei nazionalismi, che copre, grosso modo, gli anni dal 1914 al 1945, e infine il periodo della Jugoslavia comunista dal 1945 al 1991[21].
Al primo periodo, il più lungo, che copre diversi secoli, risalgono una serie di toponimi e di odonimi tradizionali, alcuni di origine italiana (Pomerio, Zuecha, ecc.) e altri di origine croata (Gomila e Dolaz, ecc.). Senza poter qui entrare nei dettagli ripercorrendo la storia delle mappe della città, basti ricordare che nel 1841 Fiume risultava suddivisa in undici Contrade esterne alle mura (della Posta, S. Andrea, Cappuccini, del Governo, del Corso, ecc.) e, all’interno delle mura, in numerose piccole Contrade, che coincidevano spesso con una sola via (per esempio: del Castello, della Polveriera, della Marsecchia, del Duomo), tutte con denominazioni italiane. È da notare la totale assenza di toponimi istituzionali[22].
È nel secondo periodo che, in relazione allo sviluppo dei diversi nazionalismi, una odonomastica istituzionale comincia a sovrapporsi a quella tradizionale. Già nello stradario del 1889 sono presenti una serie di intitolazioni a personalità ungheresi (corsia Deak, molo e piazza Zichy, e così via), nel 1910 la Municipalità introduce ottantotto nuovi odonimi, di cui circa il 36% di personalità della cultura italiana e con la Grande guerra le autorità ungheresi reagiscono alla parziale italianizzazione dell’odonomastica del 1910, sostituendo ventisette odonimi italiani. E una reazione in senso contrario ossia un ritorno all’italianizzazione si verifica alla fine del conflitto con la dissoluzione dell’Austria-Ungheria. In tutti questi casi si tratta comunque di mutamenti parziali che non vanno ad intaccare la struttura complessiva dell’odonomastica cittadina, una struttura che continua ad essere caratterizzata nel complesso dalle denominazioni popolari tradizionali. E ciò vale anche per il periodo italiano: al di là di alcune nuove denominazioni in omaggio al regime fascista (come viale Mussolini e viale camicie Nere), una riforma amministrativa del 1930 suddivide la città in diciassette rioni (con le denominazioni tradizionali: Pomerio, Belvedere, Cosala, ecc.) e assegna un nome a circa ottanta vie periferiche fino ad allora senza denominazione[23].
«In buona sostanza la riforma del 1930 è una riforma razionalizzatrice con una portata politica ridotta. Anche se l’ex viale Deak viene intitolato prima a Mussolini e poi alle Camicie Nere, non si può certo parlare di una fascistizzazione dell’odonomastica. La politica fascista di italianizzazione dei toponimi riguarda le località e non le vie della città, le cui denominazioni erano già in precedenza prevalentemente italiane»[24].
La situazione cambia radicalmente nel terzo periodo, dopo l’occupazione della città da parte delle truppe comuniste di Tito e la sua annessione all’allora Jugoslavia socialista. Lo Stradario del 1948[25] segna infatti un punto di svolta: vengono sostituiti 133 odonimi su 234, quasi il 57%, un provvedimento senza precedenti nella storia della città. Scompaiono ovviamente tutti gli odonimi patriottici italiani (Oberdan, Rismondo, fratelli Bandiera, ecc.) sostituiti da odonimi politici, come Partizanski trg e Prvi Maj ulica, e a volte da nomi di partigiani italiani (Aldo Colonnello, Pino Budicin, Giovanni Duiz, Aldo Negri).
Tuttavia lo stravolgimento dell’identità storica di Fiume, per quanto già in atto, è ancora parziale. In nome della cosiddetta fratellanza italo-slava, la componente italiana della città non è ancora cancellata: 101 odonimi, il 43 % del totale, restano immutati, tra cui odonimi popolari (via della Brazza, calle Grigioni e così via), di personalità della cultura italiana e di fiumani illustri; viene inoltre introdotto in molti casi il bilinguismo (Narodni trg / piazza del Popolo) e nelle tabelle bilingui sono mantenuti gli appellativi italiani accanto a quelli croati (via/ulica, piazza/trg, salita/uspon, molo/gat, ecc.)[26].
La cancellazione dell’identità storica di Fiume si consuma nel periodo 1952-1955. Nello Stradario del 1952 non solo scompare il bilinguismo, ma la maggior parte degli odonimi italiani ancora presenti nello Stradario di quattro anni prima vengono sostituiti: «su un totale di 216 odonimi, oltre a sei nomi di partigiani italiani, troviamo una decina di nomi di fiumani italiani e 24 di personalità italiane (tra cui Matteotti, Gramsci e Garibaldi), soltanto il 18% circa del totale»[27]. L’anno seguente la crisi di Trieste provocò manifestazioni nazionalistiche in tutta la Jugoslavia: a Zara vennero scalpellati i leoni veneti e a Fiume le insegne bilingui nei negozi, le tabelle e le targhe delle istituzioni e dei circoli italiani di cultura vennero distrutte.
«Nel mese di marzo [1953] Miloš Grbac, uno dei principali leader comunisti locali, dichiara esplicitamente che le polemiche sulla questione del bilinguismo devono essere superate in quanto Fiume è una “città croata”. Del resto anche i dirigenti dell’UIIF [Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume] sopravvissuti ai vari cicli di ripulitura e ridotti a meri fantocci cominciano a dire che “tabelle, scritte d altre sciocchezze non hanno alcuna importanza per noi perché con esse non edifichiamo il socialismo»[28].
Infine, nel 1955 «dei 52 odonimi di nuova introduzione ben 24 vanno a sostituire nomi di personalità italiane, come Goldoni, Petrarca, Torricelli, Volta, ecc. e fiumane, come Francesco Colombo, Girolamo Fabris, Giovanni Simonetti, che vengono cancellate»[29].
La storia della odonomastica documenta in modo esemplare la riscrittura orwelliana della storia della città operata dal regime comunista dell’epoca. Si pensi che ancora oggi, dopo la dissoluzione del socialismo reale e della Jugoslavia, personalità della cultura e della politica che hanno lasciato una traccia profonda nella storia di Fiume sono del tutto assenti dall’odonomastica cittadina. Mi limito ad un solo esempio: nemmeno un vicolo è intitolato a Michele Maylender, al cui ruolo fondamentale nella storia di Fiume e alla cui notevole produzione letteraria abbiamo accennato in precedenza! Un degno epitaffio questo all’urbicidio consumato ai danni della città quarnerina.
5. Conclusione: per un “ritorno culturale” possibile
Dopo il 1989, con la dissoluzione della Jugoslavia e la formazione della repubblica democratica di Croazia, si è indubbiamente aperta qualche prospettiva di “riparazione” dei danni. La Società di Studi Fiumani, rifondata dopo l’esodo a Roma nel 1960, ha intrapreso un percorso di “ritorno culturale”, ovvero una difficile opera di recupero dell’identità culturale della città cancellata dal totalitarismo, in dialogo con la municipalità croata e le istituzioni della minoranza italiana, nonché con associazioni cittadine come Slobodna Država Rijeka/Stato Libero di Fiume che questo obiettivo condividono e perseguono. Convegni scientifici, mostre, conferenze e altre iniziative si sono susseguite dagli anni Novanta fino ad oggi con risultati nel complesso soddisfacenti.


Figg. 7-8 Esempi di targhe che illustrano le modifiche di cui sono stato oggetto gli odonimi
Per quel che riguarda l’odonomastica, se una buona parte degli odonimi comunisti e jugoslavisti è stata sostituita da odonimi legati alla storia croata, la presenza di odonimi legati alla componente italiana della città continua ad essere assai ridotta, non più dell’8% del totale. Nel 2018 fu costituito un gruppo di lavoro, formato da rappresentanti della Comunità degli Italiani e della Società di Studi Fiumani, per un progetto di recupero del bilinguismo visivo[30]: di questo progetto una prima, ma per ora unica, significativa concretizzazione è stata la collocazione nel 1920 nella Cittavecchia, «di una trentina di targhe recanti in ordine cronologico gli odonimi succedutisi dal Settecento ad oggi, che sono ovviamente pressoché tutti italiani fino al 1945»[31]. A tutt’oggi si attende ancora la collocazione, già ufficialmente annunciata, della targa bilingue «Rijeka Fiume» all’ingresso della città. Va ricordato, infine, che nel luglio 2019 l’importante Muzeij trg (piazza del Museo) è stata intitolata a Riccardo Zanella, capo del Partito autonomo fiumano e Presidente dello Stato Libero di Fiume, diventando trg Riccarda Zanelle. L’uso croato di declinare i nomi propri ne rende però difficile la leggibilità per i visitatori non croati della città, per cui «sarebbe stato opportuno inserire sotto la dicitura ufficiale il nome al nominativo, nonché l’indicazione “Presidente dello Stato Libero di Fiume” con gli anni di nascita e di morte»[32].
In ogni caso si tratta di continuare su questa strada, lunga e difficile, per rimediare, per quanto ancora possibile, all’urbicidio perpetrato dal totalitarismo comunista, e fare in modo che nell’attuale Rijeka si possano di nuovo in qualche modo ravvisare ancora i tratti dell’antica liburnica città di Fiume[33].
NOTE
[1] Per quanto segue mi sia consentito di rinviare a G. Stelli, Storia di Fiume dalle origini ai nostri giorni, Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 2017, pp. 51-66; sulla questione di Fiume «città immediata» v. W. Klinger, Dall’autonomismo alla costituzione dello Stato: Fiume 1848-1918, in Forme del politico tra Ottocento e Novecento, a c. di E. Betta et al., Viella, Roma 2012.
[2] Statuti concessi al Comune di Fiume da Ferdinando I nel 1530, pubblicati e tradotti per cura della Deputazione di Storia Patria da Silvino Gigante, in «Monumenti di storia fiumana», vol. I, Stabilimento tipo-litografico di E. Mohovich, Fiume 1910.
[3] L’originale latino suona: «primo urbs haec commercialis Fluminensis sancti Viti cum districtu suo, tamquam separatum sacrae regni Hungariae coronae adnexum corpus porro quoque consideretur, atque ita in omnibus tractetur, neque cum alio Buccarano, velut ad regnum Croatiae ab incunabulis ipsis pertinente districtu ulla ratione commisceatur»; il testo integrale latino è riportato in F. Rački 1869, Rijeka prema Hrvatskoi, Zagreb 1867, Beilagen, 34 B; una versione italiana si può leggere in V. Tomsich, Notizie storiche sulla città di Fiume cronologicamente svolte, Stabilimento Tipo-Litografico di E. Mohovich, Fiume 1886, pp. 249-254.
[4] Sulla lunga disputa interpretativa del Diploma v. W. Klinger, Un capitolo della Questione d’Oriente: il Corpus separatum di Fiume [1773-1923], in «Quaderni vergeriani», n. 9, 2013.
[5] Statuto della libera città di Fiume e del suo distretto, Tipografia Mohovich, Fiume 1872; v. R. Trimarchi, L’autonomia e l’ordinamento della città di Fiume da “corpus separatum” nell’Impero fino alla fine della Prima guerra mondiale, in «Fiume. Rivista di studi fiumani», nn. 14 e 15, ottobre 1987 e aprile 1988.
[6] F. Meinecke, Weltbürgertum und Nationalstaat: Studien zur Genesis des deutschen Nationalstaates, R. Oldenbourg, Mûnchen und Berlin 1908; tr. it. Cosmopolitismo e Stato nazionale, La Nuova Italia, Firenze 1975.
[7] La Storia delle Accademie italiane in cinque volumi, in cui sono trattate 2.750 accademie dal XV al XIX secolo, fu pubblicata postuma dall’editore Cappelli di Bologna dal 1926 al 1930 e costituisce a tutt’oggi un’opera di riferimento; v. S. Gigante, Storia del Comune di Fiume, Bemporad, Firenze 1928, p. 137; S. Samani, Dizionario biografico fiumano, 1975, Istituto Tipografico Editoriale, Dolo-Venezia 1975. voce «Maylender Michele»; I. Žic, Breve storia della città di Fiume, Adamić, Fiume 2007, p. 112.
[8] I. Žic, Breve storia della città di Fiume, cit., p. 110.
[9] G. Stelli, Storia di Fiume, cit., pp. 210-213.
[10] Sulla storia di Fiume dal 1918 al 1945 cfr. R. Pupo, Fiume città di passione, Laterza, Roma-Bari 2018.
[11] G. Stelli, Storia di Fiume, cit., pp. 215-216; D.L. Massagrande, I governi di Fiume indipendente 1918-1924, in «Fiume. Rivista di studi adriatici», n. 5, gennaio-giugno 2002, p. 7.
[12] Riportato integralmente in S. Gigante, Storia del Comune di Fiume, cit., p. 178.
[13] Sul periodo dello Stato Libero di Fiume v. D.L. Massagrande, Italia e Fiume 1921-1924. La breve e travagliata storia dello Stato libero di Fiume, a c. di G. Stelli e E. Loria, La Musa Talìa, Lido di Venezia 2024.
[14] G. Stelli, Storia di Fiume, cit. p. 273; M. Micich, Le riviste culturali a Fiume tra le due guerre mondiali [1921- 1944]. Scambi interculturali tra Italia, mondo sub-danubiano e balcanico, in «Fiume. Rivista di studi adriatici», n. 34, luglio-dicembre 2016.
[15] L. Peteani, Gli autonomi e la resistenza a Fiume, in «Storia contemporanea», n. 1, febbraio 1987 e Id., Fiume: rapporti tra autonomisti e comunisti slavi nel periodo della resistenza, in «Storia contemporanea», n. 3, agosto 1993.
[16] G. Stelli, Gli autonomisti fiumani: storia di due liquidazioni, in Istria Fiume Dalmazia laboratorio d’Europa. II. La minoranza italiana in Slovenia e Croazia, Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea, Editoriale Umbra, Foligno 2014, p. 211; E. e L. Giuricin, La Comunità Nazionale Italiana. Storia e istituzioni degli Italiani dell’Istria, Fiume e Dalmazia (1944-2006), Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, Rovigno 2008, vol. I, p. 78.
[17] R. Pupo, Fiume città di passione, cit., pp. 241-242.
[18] G. Stelli, Gli autonomisti fiumani: storia di due liquidazioni, cit., p. 213; per una documentazione e un’analisi della repressione v. Società di Studi Fiumani, Istituto Croato per la Storia Zagabria, Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)/Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci okolici (1939.-1947.), a c. di A. Ballarini, M. Sobolevski, Ministero per i Beni e le attività culturali, Roma 2002.
[19] Santarcangeli, perseguitato in quanto ebreo dal fascismo, nel 1945 non si trovava a Fiume, ma è comunque un esule a tutti gli effetti; v. K. Blagoni, Il «ritorno» di Paolo Santarcangeli nella sua città natale, in «La voce del popolo», 20 novembre 2022.
[20] G. Stelli, Storia di Fiume, cit., pp. 305-308; v. C. Schwarzenberg, A. Ballarini, Fiume 3 maggio 1945 – 3 maggio 1995, Società di Studi Fiumani, Roma 1995; A. Ercolani, Da Fiume a Rijeka. Profilo storico-politico dal 1918 al 1947, Rubettino, Soveria Mannelli 2009, pp. 355-356.
[21] G. Stelli, L’evoluzione della toponomastica nelle terre di confine: il caso di Fiume, in La Venezia Giulia nelle guide storiche del Touring Club Italiano, edizione anastatica 2020 e saggi a commento, a cura di G. de Vergottini, E. Bugli, Associazione Coordinamento Adriatico, Bologna 2020; propongo qui una periodizzazione semplificata rispetto a quanto scritto in questo saggio alle pp. 70-71; sull’odonomastica di Fiume è fondamentale M. Superina, Stradario di Fiume. Piazze, vie, calli, moli dal Settecento ad oggi, Società di Studi Fiumani, Roma 2015.
[22] G. Stelli, L’evoluzione della toponomastica, cit., p. 76.
[23] Ivi, p. 89.
[24] Ivi, p. 90.
[25] M. Superina, Stradario di Fiume, cit., pp. 222-224.
[26] G. Stelli, L’evoluzione della toponomastica, cit., pp. 93-94.
[27] Ivi, p. 94.
[28] R. Pupo, Fiume città di passione, cit., p. 271.
[29] G. Stelli, L’evoluzione della toponomastica, cit., p. 94.
[30] K. Babić, Plurilinguismo a Fiume: una conquista che si richiama alla storia e alla cultura, 12 ottobre 2018 (http://www.lavoce.hr/politica/2400-plurilinguismoa-fiaume …).
[31] G. Stelli, L’evoluzione della toponomastica, cit., pp. 95-96.
[32] Ivi, p. 96.
[33] G. Kobler, Memorie per la storia della liburnica città di Fiume, Stabilimento Tipo-litografico fiumano di E. Mohovich, voll. 3, Fiume 1896.