Abstract
I bombardamenti alleati sulle città tedesche hanno lasciato una complessa e dibattuta eredità nella storiografia e nella società tedesche. La straordinaria violenza degli attacchi, che ridussero il paese a un cumulo di macerie, provocando migliaia di morti e lasciando centinaia di migliaia di sopravvissuti senza casa, il trauma psicologico incarnato da una quotidianità fatta di paura, attesa e ansia, e infine il problema delle finalità di attacchi che colpivano massicciamente non solo infrastrutture, reti di comunicazione e centri produttivi ma anche – e duramente – centri abitati sono questioni che hanno dominato in forme varie la ricerca storiografica e il dibattito pubblico dall’immediato dopoguerra. Lo scopo di questo articolo è quello di fornire un excursus di questo passato, degli studi specialistici sul tema e della sua memoria pubblica. Il contributo si compone di quattro parti. Nella prima presento una molto concisa panoramica della vicenda dei bombardamenti, cercando di mostrare come si giunse alla pratica dello strategic bombing e quali furono i suoi impatti materiali sulle città tedesche, configurando un vero e proprio urbicidio. Nella seconda approfondisco la questione delle conseguenze psicologiche dei bombardamenti, come cioè la distruzione materiale fu accompagnata da un generale stravolgimento dell’esistenza quotidiana. Questi due elementi sono poi ripresi nella terza parte, in cui presento una ricostruzione dei principali sviluppi della storiografia e degli usi (e manomissioni) pubblici della campagna di bombardamenti, cercando di mostrare come devastazione materiale e trauma psicologico abbiano profondamente segnato la società tedesca e la sua memoria collettiva, costituendo un’eredità di lunghissima durata. Nelle conclusioni mi interrogo sulla vitalità di questa memoria e del suo valore politico attuale per i movimenti di estrema destra. L’ipotesi di ricerca è la seguente: pur in un contesto sociale, politico e generazionale profondamente mutato, e pur essendo tramontata la stagione in cui il passato nazista era oggetto del dibattito politico quotidiano (cosa invece accaduta tra metà anni Ottanta e primi anni Duemila), il nazismo in generale e la vicenda dei bombardamenti in particolare sono un passato che non passa, vale a dire svolgono ancora un ruolo nel processo di costruzione di identità collettive e immaginari politici all’interno della retorica della destra estrema.
Parole chiave: storia della Germania contemporanea, uso pubblico della storia, air bombing, Seconda guerra mondiale, memoria pubblica, urbicidio
1. La campagna di bombardamenti strategici: una panoramica
I bombardamenti alleati sulla Germania si sono svolti in fasi distinte che riflettevano sia gli sviluppi tecnologici che l’evoluzione della strategia bellica alleata. La fase iniziale (1940-1942) è stata caratterizzata dai raid notturni della Royal Air Force (RAF); essi avevano obiettivi mirati, ma furono condotti con precisione limitata, ottenendo spesso risultati minimi ovvero risultando addirittura inefficaci. Allo stesso tempo, l’indiscriminata campagna di bombardamenti della Luftwaffe su Londra contribuì assai all’elaborazione di una nuova strategia: da una parte, molti politici e militari, tra cui spiccano i nomi di Sir Charles Portal e Sir Arthur Harris, si convinsero che i bombardamenti potessero risultare un’arma decisiva per la rottura del fronte interno, logorando il morale del nemico[1]; dall’altra, la devastazione degli attacchi tedeschi resero politicamente necessaria la ritorsione, una volta che le risorse in campo e l’andamento della guerra in generale l’avessero reso possibile.
L’occasione per inaugurare questa nuova strategia arrivò nel 1942. Dopo il lungo periodo iniziale di guerra combattuto soprattutto sulla difensiva, l’ingresso degli USA in guerra portò alla stremata Gran Bretagna nuove e indispensabili risorse e, con le prime vittorie, poté iniziare una nuova campagna offensiva di bombardamenti. La RAF ricorse sempre più spesso ai bombardamenti a tappeto, ovvero il bombardamento dei centri urbani, mentre l’United States Army Air Forces (USAAF) perseguì, almeno all’inizio, una strategia diversa, concentrandosi su obiettivi industriali e logistici con raid diurni. In pratica, tuttavia, i limiti tecnici della navigazione e della precisione dei bombardamenti fecero sì che anche questi causassero distruzione diffusa nelle aree civili, a prescindere dal fatto che avessero o meno unicamente obiettivi militari[2].
Il culmine della campagna si ebbe tra il 1943 e il 1945. L’aumento di produzione dell’industria bellica aerea (bombardieri ma anche caccia a lungo raggio, in modo da garantire una supremazia aerea contro una Luftwaffe sempre più a corto di mezzi e di piloti), e il miglioramento della navigazione radar permisero raid più estesi e distruttivi. In questo modo, sulla Germania venne scaricata una straordinaria quantità di bombe, tra l’altro sempre più potenti, tanto che alla fine del conflitto si parlò di anno zero del paese, in quanto le città tedesche furono largamente rase al suolo. La devastazione materiale causata dai bombardamenti alleati fu immensa, ridisegnando il paesaggio urbano e sociale della Germania. Grandi città furono ridotte in macerie e il loro patrimonio architettonico e culturale fu distrutto insieme agli impianti industriali e ai quartieri residenziali. In questo contesto, i paesaggi urbani familiari diventavano ostili e alieni mentre blackout e razionamento contribuivano ad accentuare il complessivo senso di disorientamento. Alla fine della guerra, erano state sganciate circa 1,35 milioni di tonnellate di bombe, e oltre 131 città e paesi avevano subito la distruzione di almeno il 50% della loro area edificata[3].
Il bombardamento di Amburgo alla fine di luglio 1943 segnò una svolta nell’offensiva aerea strategica degli Alleati. L’Operazione Gomorra (questo il nome dell’operazione) combinò i bombardamenti notturni della RAF con i raid diurni dell’USAAF, creando una concentrazione di distruzione senza precedenti. Tra il 24 e il 30 luglio, più di 9.000 tonnellate di bombe furono sganciate sulla città, culminando in una tempesta di fuoco che avvolse interi quartieri[4]. La distruzione fu senza precedenti: circa 37.000 civili furono uccisi e 180.000 abitazioni distrutte e, concluso il bombardamento, più di un milione di persone sfollò dalla città e dalle aree limitrofe[5]. Testimoni oculari descrissero venti simili a uragani, con temperature superiori agli 800 gradi Celsius, che trascinavano le persone in fiamme o le soffocavano all’interno dei rifugi[6]. Molto comune fu ad esempio questo tipo di morte nel caso del bombardamento di Dresda, dove nei rifugi sovraffollati si consumò la tragedia di centinaia di persone morte mentre, in preda al panico, cercavano di sfuggire al fuoco consumava le strade («Il cielo era una cupola di fuoco, la terra un mare di fiamme»)[7], ammassandosi nei passaggi sotterranei nel tentativo di fuggire oltrepassando l’Elba.
Il numero delle vittime civili è altissimo. Le stime suggeriscono che circa 500.000 persone furono uccise dai bombardamenti, mentre tra i cinque e i sette milioni rimasero senza casa[8]. Le infrastrutture urbane (approvvigionamento idrico, fognature, reti elettriche) furono ripetutamente interrotte, aggravando ulteriormente le difficoltà dei sopravvissuti. Così, in molte città, rifugi di fortuna e cucine di emergenza divennero l’unico mezzo di sopravvivenza. La carenza di alloggi divenne acuta. In città come Colonia, ad esempio, dove fino al 70% delle abitazioni era stato distrutto, i sopravvissuti furono ammassati in alloggi di emergenza, spesso condividendo spazi assai ristretti con estranei. Il crollo delle strutture di vicinato interruppe le tradizionali reti di sostegno, lasciando molti in condizioni di forte isolamento in cui la sensazione prevalente era quella di un immenso nulla, «non […] più una città, ma un deserto di rovine»[9].
Le perdite materiali andarono oltre le case e i beni: chiese, biblioteche e musei furono consumati dalle fiamme o saltati in aria, cancellando non solo gli spazi abitativi ma anche le identità culturali[10]. Esempi di questa devastazione del patrimonio culturale sono la distruzione della Frauenkirche a Dresda o dei quartieri residenziali intorno alla cattedrale di Colonia.

Fig. 1 Squadrone n. 106 RAF, fotografo ufficiale Royal Air Force:
Attacco su Amburgo (Imperial War Museum)
Infine, anche il tessuto sociale cittadino fu lacerato e a volte distrutto. Durante le evacuazioni molte famiglie rimasero separate per periodi più o meno lunghi, milioni di persone furono evacuate, mentre i bambini furono mandati in campagna sia attraverso fughe spontanee dopo raid devastanti sia con programmi organizzati dalle autorità, come nel caso del Kinderlandverschickung (KLV), che inviava i bambini nelle zone rurali. Sebbene tali programmi garantissero la sicurezza fisica, finirono col frammentare le unità familiari e creare effetti psicologici a lungo termine. Le lettere tra genitori e figli evacuati testimoniano spesso profonda ansia, nostalgia di casa e senso di alienazione[11].
Il paesaggio urbano assunse la forma di scheletri di città, crateri, strade inesistenti o interrotte ovunque. Come ha sostenuto Dietmar Süss, l’ambiente urbano bombardato divenne uno «spazio totale di guerra», dove i confini tra fronte e casa scomparvero completamente[12].
2. Esperienze dei civili
L’esperienza dei civili durante la guerra dei bombardamenti fu caratterizzata da un precario mix di routine e catastrofe. Per milioni di tedeschi, la realtà notturna delle sirene antiaeree, delle evacuazioni precipitose e della reclusione nei rifugi divenne parte della vita quotidiana.
I rifugi antiaerei divennero quasi un nuovo centro della vita civile in tempo di guerra. Mentre le città più grandi investivano in Luftschutzbunker (rifugi antiaerei) appositamente costruiti, molti civili facevano affidamento su cantine, rifugi improvvisati o scantinati comuni, la cui sicurezza poteva variare assai notevolmente, e in cui al pericolo delle bombe potevano aggiungersene altri, come la penuria d’aria. Ad esempio, i resoconti provenienti da Amburgo durante l’Operazione Gomorra descrivevano condizioni soffocanti, in cui la mancanza di ossigeno e l’aumento della temperatura causavano il panico tra le persone intrappolate all’interno[13]. I bambini e gli anziani erano particolarmente vulnerabili: in alcuni casi, i tassi di mortalità nei rifugi potevano essere alti quanto quelli nelle strade.
La routine quotidiana era ripetutamente interrotta dagli allarmi. Fonti diaristiche rivelano che i civili si trovarono proiettati in una assurda nuova normalità che alternava attività comuni come lavoro o scuola durante il giorno a notti insonni nei rifugi, assuefarsi alla quale era una necessità dolorosa[14]. Tuttavia, molti resoconti sottolineano un generalizzato processo di normalizzazione dell’invadente presenza del pericolo: le persone si abituarono a vivere tra le rovine, sviluppando meccanismi di adattamento che permettevano loro di continuare a lavorare e ad adempiere ai propri obblighi sociali anche sotto la continua minaccia e il costante senso di pericolo.
Il peso psicologico dei bombardamenti era immenso. I rapporti medici dell’epoca documentano casi diffusi di quello che allora veniva definita “esaurimento nervoso”, che comprendeva insonnia, ansia e varie malattie psicosomatiche[15]. Come se non bastasse, molti sopravvissuti provavano il senso di colpa del sopravvissuto, in particolare dopo i raid che causavano vittime in massa, in cui intere famiglie o quartieri venivano spazzati via. I bambini erano particolarmente colpiti da confusione, incubi e un profondo senso di insicurezza. Alcuni studiosi hanno sostenuto che l’esperienza bellica dei bombardamenti ha lasciato un’impronta generazionale, plasmando gli atteggiamenti del dopoguerra nei confronti dell’autorità, della violenza e della memoria collettiva dei tedeschi[16].

Fig. 2 Dowd J. (Fg Off), fotografo ufficiale della Royal Air Force: Vista aerea obliqua degli edifici residenziali e commerciali in rovina a sud del parco Eilbektal, Amburgo, Germania (Imperial War Museums)
Il regime nazista era profondamente consapevole della minaccia posta dai bombardamenti al morale dei civili. Fin dall’inizio, il ministero della Propaganda di Joseph Goebbels definì i raid come Terrorangriffe (attacchi terroristici), progettati non per sconfiggere militarmente la Germania, ma per distruggerne il popolo: facendo leva su immaginari familiari dopo anni di propaganda antisemita che affermava l’inestinguibile lotta tra diverse razze, il regime descriveva ai tedeschi i bombardamenti come un tentativo di eliminare la razza tedesca. Questa narrazione aveva molteplici scopi: cercava di instillare l’odio verso gli Alleati, rafforzare la lealtà al regime e dipingere la resistenza tedesca come eroica il cui senso trascendeva il conflitto, in quanto si trattava di una lotta per la sopravvivenza stessa del popolo tedesco[17].
Attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione, il regime interveniva sul numero delle vittime, che era sistematicamente inferiore al reale nei rapporti ufficiali (salvo in alcuni casi, soprattutto nelle ultimissime settimane del conflitto), mentre i giornali enfatizzavano le storie di resilienza e di rapida ricostruzione. I cinegiornali mostravano operai che sgomberavano le macerie o donne che uscivano con calma dai rifugi con lo scopo di dare un senso di caparbietà, tenacia e addirittura indifferenza nei confronti dell’attacco nemico. Inoltre, la propaganda faceva appello ad analogie storiche, paragonando i bombardamenti a momenti passati di sofferenza nazionale, come la Guerra dei Trent’anni o le campagne di Napoleone, facendo così dei raid aerei il perno per una narrazione vittimistica che allo stesso tempo insisteva sul fatto che i tedeschi erano in grado di risollevarsi da qualunque colpo[18].
Nonostante gli sforzi della propaganda, la realtà delle devastazioni era immensa e impossibile da nascondere, e il morale del fronte interno ne era colpito, senza tuttavia intaccare seriamente la capacità di combattere o il sostegno (anche solo passivo) al regime, come invece accadde in Italia, dove invece i bombardamenti furono uno degli elementi che segnò un solco profondo tra popolo e regime prima ancora della sua caduta[19]. Diari e rapporti della polizia raccontano una vasta gamma di reazioni: alcuni civili mostravano un notevole stoicismo, continuando a lavorare in condizioni estreme, mentre altri esternavano disperazione, rabbia o fatalismo. Il Servizio di sicurezza nazista (Sicherheitsdienst) redigeva regolarmente rapporti sul morale, e continuò a esercitare un forte controllo sulla popolazione fine alla fine, reprimendo dissenso e galvanizzando la popolazione con promesse di vittoria grazie al genio del Führer. Soprattutto negli ultimi mesi di guerra, di fronte alla prospettiva di una sconfitta certa, la propaganda cercò di creare folli speranza nei confronti delle “armi miracolose” (Wunderwaffen) che avrebbero ribaltato le sorti del conflitto, riuscendo a conservare la fiducia di alcuni segmenti della popolazione[20].
Vi erano ovviamente differenze di tipo sociale, oltre che geografico, nel modo in cui l’esperienza del bombardamento veniva vissuta. Ad esempio, lavoratori industriali della Ruhr, abituati a condizioni pericolose, spesso mostravano resilienza, mentre la popolazione urbana della classe media esprimeva un maggiore disagio psicologico per la perdita delle case e dei monumenti artistici e culturali[21]. In generale, però, si nota che, pur con crepe e incertezze, il morale non crollò come avevano previsto dagli Alleati, anche per la forza e pervasività del sistema repressivo dello stato nazista, che continuò a operare spietatamente fino all’ultimo, come detto. Studiosi come Overy hanno suggerito che la solidarietà della comunità e l’assenza di alternative visibili al regime contribuirono al prevalere di atteggiamenti di resistenza, anche in mezzo alla devastazione[22].

Fig. 3 Raid diurno compiuto da 153 aerei del 3° Gruppo della Royal Air Force su Treviri, 23 dicembre 1944 (Imperial War Museums)
3. Storiografia e memoria dei bombardamenti
Le campagne di bombardamenti strategici condotte dagli Alleati contro la Germania durante la Seconda guerra mondiale sono state oggetto per decenni di un intenso dibattito dentro e fuori l’accademia. Il numero di aspetti presi in considerazione e dibattuto è andato modificandosi ma soprattutto allargandosi col tempo: dall’analisi e discussione dell’efficacia militare si è presto passati a valutare la giustificazione morale di azioni che hanno coinvolto un così grande numero di civili, aprendo così la strada allo studio della memoria individuali e collettive, indagando le conseguenze a lungo termine della campagna di bombardamenti. Il tema si è configurato così come uno dei principali all’interno del dibattito pubblico sull’eredità della guerra e la sua memoria.
Nell’immediato dopoguerra, il ricordo dei bombardamenti fu plasmato più dal silenzio che dalla commemorazione. Sia nella Germania dell’Est che in quella dell’Ovest, i racconti della distruzione furono oscurati dall’enormità dell’Olocausto, dai crimini della Wehrmacht e dall’urgente compito della ricostruzione. Tra le rovine delle città tedesche, la sopravvivenza quotidiana aveva la precedenza sul ricordo. Le testimonianze furono registrate negli archivi locali, ma il dibattito pubblico sulle sofferenze dei civili rimase limitato, in parte per il timore di relativizzare le atrocità naziste[23].
Tuttavia, negli anni Cinquanta si produsse una divaricazione quanto a memoria pubblica e ricordo ufficiale tra le due Germanie, una differenza destinata a durare nei suoi caratteri generali fino al crollo del Muro. Nella Repubblica federale tedesca, i primi decenni furono caratterizzati da un atteggiamento ambivalente nei confronti delle vittime civili. Da un lato, l’immagine delle Trümmerfrauen (donne delle macerie) che ripulivano le città bombardate divenne un potente simbolo di resilienza e rinnovamento morale. Dall’altro, c’era riluttanza a mettere in primo piano le sofferenze dei tedeschi per non distogliere l’attenzione dal riconoscimento della colpa tedesca per aver iniziato la guerra[24]. Non stupisce quindi che il periodo fu caratterizzato da una marcata continuità col periodo postbellico, vale a dire la quasi assoluta assenza di commemorazioni ufficiali, che assunsero una certa consistenza solo a partire dagli anni Ottanta. Nella Repubblica democratica tedesca, invece, lo Stato iniziò abbastanza presto a sfruttare la memoria dei bombardamenti per scopi politici. Dresda, in particolare, fu presentata come simbolo del «terrore anglo-americano» e della barbarie capitalista, cui veniva contrapposta l’antifascismo di Stato come sinonimo di pacifismo e fratellanza tra i popoli[25]. Ne conseguirono cerimonie annuali altamente stereotipate, con discorsi che enfatizzavano la solidarietà internazionale contro l’imperialismo piuttosto che il ricordo dell’episodio o la commemorazione delle vittime[26].

Fig. 4 Fotografia aerea (obliqua) scattata da un De Havilland Mosquito dell’unità cinematografica e fotografica della RAF che mostra edifici gravemente danneggiati nella zona tra Friedrich Hain e Lichtenberg, Berlino (Imperial War Museum)
Negli stessi anni, a livello storiografico, furono soprattutto protagonisti della vicenda a narrare la campagna di bombardamenti aerei. Così, nella letteratura anglosassone, emersero ricostruzioni agiografiche che esaltavano il valore militare dei bombardamenti strategici, in particolare sul loro ruolo nell’annientamento delle capacità produttive e delle strutture logistiche tedesche, offrendo allo stesso tempo una piena giustificazione morale della scelta di colpire massicciamente anche i centri abitati. Opere come il libro di memorie di Sir Arthur Harris Despatch on War Operations[27] non solo esageravano il successo militare delle operazioni ma si preoccupavano esplicitamente di giustificarle da un punto di vista morale, presentandole come una risposta necessaria contro la brutalità del regime nazista. Rivolgendosi soprattutto a un pubblico inglese, tale giustificazione si spingeva tuttavia fino ad affermazioni che testimoniavano come le ferite del conflitto non fossero ancora rimarginate, in quanto i bombardamenti erano presentati, oltre che come necessari per distruggere l’industria bellica tedesca, come una giusta vendetta per gli attacchi tedeschi sulla Gran Bretagna.
Negli anni ’60 e ’70, emersero all’interno della storiografia alcune rivalutazioni critiche della campagna di bombardamenti strategici. Pionieristico fu The Origins of the Second World War di Alan John Percivale Taylor[28]. Ripensamenti nei confronti dell’impostazione eccessivamente entusiasta della storiografia precedente furono poi alimentati da un clima di montante scetticismo nei confronti della missione civilizzatrice dell’Occidente, o quanto meno della sua pretesa di assoluta superiorità morale, causato specialmente dall’eco della guerra del Vietnam, i cui bombardamenti col napalm avevano, in generale, scioccato molti e convinto alcuni storici a riflettere criticamente su aspetti ignorati dalla storiografia precedente, in primis la reale efficacia militare e la giustificazione morale di attacchi che coinvolgevano ampiamente i civili. Importante esempio in questo senso è stato The Air War di Richard Overy[29], che soprattutto mise in discussione l’efficacia militare della campagna di bombardamenti. In particolare, a essere contestato fu il fatto che i bombardamenti risultassero particolarmente efficaci nel colpire l’economia di guerra della Germania, che rimase in effetti in gran parte intatta fino agli ultimi mesi del conflitto.
Questo tipo di analisi aprì la strada anche a un altro tipo di indagini, che si concentrarono sull’altro obiettivo militare dei bombardamenti: provocare il collasso del fronte interno, demoralizzando i tedeschi e allontanandoli dal regime. Anche questa seconda motivazione militare risultò grandemente ridimensionata, in quanto nuovi studi fecero emergere che i bombardamenti non avevano demoralizzato in modo profondo la popolazione tedesca, come invece sostenuto nelle prime ricerche. Ne conseguì una crescente attenzione per le implicazioni etiche dei bombardamenti. Il deliberato targeting dei civili, soprattutto nei raid su città come Dresda e Amburgo, divenne un punto focale di queste ricerche, che però concedevano forse un po’ troppo a valutazioni di ordine morale. Ad esempio, Martin Middlebrook[30] giunse alla conclusione che i bombardamenti avevano contribuito in misura minima alla vittoria alleata, causando quindi un numero sproporzionato e addirittura inutile di sofferenze, distruzione e morte.

Fig. 5 Raid diurno effettuato da 153 velivoli del 3° Gruppo della Royal Air Force su Treviri, Germania, 23 dicembre 1944 (Imperial War Museum)
Quest’impostazione venne rafforzata dall’avvento dei memorial studies, e in particolare dalle indagini sulla memoria collettiva, che hanno stimolato ricerche incentrate sull’esperienza (anzi, esperienze, necessariamente al plurale) dei civili durante i bombardamenti. Uno dei primi e più importanti stimoli a intraprendere questo tipo di ricerche venne dalla raccolta di saggi di Winfried Sebald, Luftkrieg und Literatur[31], che denunciava la ritrosia di letterati e storici ad affrontare il tema, lasciando così paradossalmente che la questione venisse monopolizzata da nostalgici e neonazisti, e così rischiando di spingere verso questi gruppi chi nutriva un sincero interesse per la vicenda.
Ne nacquero iniziative con grande impatto mediatico e sociale, in quanto da una parte vennero intraprese raccolte di testimonianze dei protagonisti[32], mentre dall’altra la crescente disponibilità di materiale d’archivio (tra cui anche molta memorialistica raccolta nell’immediato dopoguerra) resero possibile nuove prospettive di indagine. Testo che segna una svolta negli studi sul tema fu Der Brand, di Jörg Friedrich[33]. Scritto in un linguaggio vivido e spesso emotivo, il libro portò all’attenzione del pubblico non specialista le sofferenze dei civili tedeschi, ottenendo un grande successo di vendite. Benché l’autore non avesse obiettivi nostalgici o vittimistici, il testo scatenò un acceso dibattito, venendo da più parti accusato di adottare una prospettiva inopportuna perché atta a produrre un discorso delle vittime, che rischiava di oscurare la responsabilità tedesca per i crimini nazisti. I critici accusarono Friedrich di estetizzare la sofferenza e di tracciare paralleli impliciti tra i bombardamenti alleati e il genocidio nazista; tuttavia, allo stesso tempo, in molti difesero il libro come un necessario riconoscimento di un trauma a lungo represso.
Nonostante le critiche, la storiografia si è da allora sempre più concentrata sulle questioni al centro della ricerca di Friedrich: l’esperienza quotidiana di chi stava sotto i bombardamenti, il loro impatto psicologico e sul morale (ovvero il sostegno al regime) della popolazione civile, il ricordo individuale e collettivo dell’esperienza nonché la sua eredità nella memoria pubblica collettiva e nell’uso pubblico della storia. L’aspetto dell’impatto dei bombardamenti sulla cultura e sulla società tedesche, fondendo ricerca storica d’archivio e memorial studies, è ad esempio al centro del lavoro di Dietmar Süss, Tod aus der Luft[34]. La ricerca affronta di petto il problema dell’uso pubblico della storia e del potenziale ruolo politico della memoria collettiva: Süss sostiene che l’onnipresenza dei bombardamenti ha offuscato le distinzioni tra fronte e patria, abbattendo la divisione tra civili e militari e creando una «società di guerra» in cui la sopravvivenza stessa divenne un fatto altamente politicizzato[35].

Fig. 6 Francoforte sul Meno: centro della Altstadt (città vecchia) con la cattedrale, parte occidentale del Fischerfeldviertel (quartiere dei pescatori) e gran parte di Sachsenhausen, 30 marzo 1945 (Private collection Mylius)
Questa nuova stagione di studi fece emergere come l’enormità della devastazione si fosse impressa profondamente nella memoria collettiva dei tedeschi. Tuttavia, allo stesso tempo, l’urbicidio delle città tedesche era stata a lungo un tema difficile e poco presente nelle commemorazioni ufficiali e ancor meno nel dibattito politico. Per quanto, come visto, la storiografia abbia quasi fin da subito affrontato la questione inquadrandola all’interno di quella più ampia della guerra totale, a livello di comunicazione pubblica parlare della distruzione delle città tedesche è risultato problematico: soprattutto a livello politico si è a lungo temuto che potesse essere un pericoloso cavallo di Troia per minimizzare le colpe tedesche per crimini di guerra e, soprattutto, la Shoah o, comunque, potesse essere impiegato come strumento per alimentare vittimismi. Per questo, le narrazioni sorte nelle due Germanie negli anni Cinquanta rimasero a lungo congelate: all’Ovest, silenzio, molto senso di colpa collettivo[36]; all’Est, uso strumentale in funzione anti-occidentale all’interno dell’ideologia dell’antifascismo di Stato, che condivideva la retorica della colpa collettiva, ma affermando che tutti i tedeschi nazisti (passati e presenti) erano nella parte occidentale. Paradossalmente, entrambe le narrazioni ufficiali avevano un punto in comune: ricordare le vittime in sé stesse puzzava di nostalgia nazista. Ciò finì con l’identificazione forzata di ogni forma di ricordo col vittimismo neo-nazista – cosa di cui i gruppi di estrema destra si avvantaggiarono non poco, potendo auto-celebrarsi come veri patrioti alla ricerca di giustizia e verità per le vittime (i vinti) contro la congiura dei vincitori, inaugurando una retorica assai longeva, in quanto rilanciata in tempi recenti da Alternative für Deutschland[37]. Non c’era quindi quasi spazio per ricordi non vittimistici e nostalgici.
La popolarità di queste narrazioni è andata crescendo soprattutto a partire dalla metà degli anni Ottanta, raggiungendo il proprio massimo negli anni Duemila. Gruppi più o meno apertamente nostalgici del nazismo si sono appropriati del tema, cercando in modo spesso grossolano di istituire una macabra contrapposizione di crimini di guerra, con lo scopo nemmeno tanto nascosto di invocare l’assoluzione o almeno il superamento[38]. In una parola: Dresda contro la Shoah. Secondo questi usi manipolatori del passato, i tedeschi sarebbero vittime come gli ebrei di un crimine contro l’umanità – vale a dire, detto altrimenti, che i bombardamenti delle città tedesche dovrebbero essere considerati come un tentativo di sterminare la popolazione tedesca, cioè un nemmeno troppo camuffato rilancio della retorica del regime nei suoi ultimi giorni.
Gli obiettivi di queste riscritture del passato sono principalmente due: includere i tedeschi all’interno del novero delle vittime della Seconda guerra mondiale e alimentare sentimenti nazionalistici. Si tratta di obiettivi tra loro strettamente connessi, sia perché capaci di alimentarsi mutuamente (se i tedeschi sono vittime, non debbono vergognarsi del proprio passato nazionalista) sia perché entrambi funzionali a puntellare teorie complottiste e progetti politici sovranisti e xenofobi.
In primo luogo, queste narrazioni si legano al negazionismo, con cui condividono l’obiettivo di scagionare i tedeschi dall’infamia della Shoah. A differenza dei negazionisti, tuttavia, l’obiettivo non è tanto quello di negare o minimizzare lo sterminio degli ebrei quanto piuttosto di contrapporgli le vittime civili innocenti dei bombardamenti alleati. In questo modo, i bombardamenti sono avulsi dal contesto bellico e le loro motivazioni strategiche sono negate, divenendo azioni puramente terroristiche e criminali. Tra le altre cose, vennero così riscoperte, diffuse e radicalizzate posizioni come quella di David Irving, che già negli anni Sessanta aveva tentato di equiparare i bombardamenti alleati ai crimini di guerra dei nazisti, utilizzando prove selettive per creare una falsa equivalenza tra le azioni del regime nazista e quelle degli Alleati[39].
La memoria dei bombardamenti viene inoltre utilizzata per denunciare la globalizzazione, descritta come una specie di complotto di potenze straniere o apolidi, in forme che richiamano nemmeno troppo velatamente la retorica antisemita ottocentesca e novecentesca del complotto giudaico mondiale. I bombardamenti diventano così il primo esempio di come le “forze esterne” abbiano attaccato la sovranità e l’identità tedesca.
Infine, soprattutto facendo ricorso a dati falsi ovvero maliziosamente interpretati per accrescere grandemente il numero deli morti civili dei bombardamenti, si è cercato di sminuire la colpa della Germania nazista per i crimini di guerra, creando l’immagine di un popolo globalmente vittima (contrapponendo quest’immagine positiva a quella del volonteroso carnefice, secondo l’espressione di Goldhagen)[40], chiedendo quindi finalmente il superamento di un passato che non vuole passare[41]. Ne consegue una vera e propria «cancellazione storica», che minimizza ovvero cancella i crimini di guerra della Germania nazista ed enfatizza memorie selettive e auto-indulgenti con lo scopo di rafforzare sentimenti identitari e nazionalistici da sfruttare nello scontro politico.
All’interno del discorso generale sul bombardamento, il caso di Dresda è quello più comunemente impiegato per sostenere tali tentativi di vittimizzazione. Fino al febbraio 1945 Dresda era stata risparmiata dai raid su larga scala, nonostante fosse un importante snodo regionale dei trasporti nonché centro industriale di una certa importanza. Nel corso di due notti (13-14 febbraio), i bombardieri della RAF e dell’USAAF sganciarono più di 3.400 tonnellate di esplosivi ad alto potenziale e bombe incendiarie, generando una tempesta di fuoco che distrusse gran parte del centro della città[42]. Il numero delle vittime è stato oggetto di accesi dibattiti fin da subito. Contrariamente al suo solito, la propaganda nazista non cercò di minimizzare il numero di morti, ma anzi lo gonfiò (parlando di centinaia di migliaia di morti, mentre le stime del dopoguerra sono abbastanza concordi nell’affermare che la stima più probabile sia di circa 25 mila vittime)[43], con lo scopo di suscitare sdegno e descrivere l’episodio come parte di un deliberato progetto sterminazionista da parte degli Alleati. Indipendentemente dalla cifra esatta di persone che persero la vita nell’attacco, la distruzione di Dresda sconvolse i contemporanei per la combinazione di distruzione di edifici dal grande valore architettonico (chiese soprattutto) e la tempistica del raid, avvenuto solo pochi mesi prima della sconfitta della Germania, offrendo il fianco all’accusa ex post di esser stata una violenza inutile motivata unicamente da odio o al massimo desiderio di vendetta.

Fig. 7 «Viele Milionen Kerzen Blenden mit grellweissem Lichtstrahl in das Dunkel der Nacht hinein und suchen den unsichtbaren Feind», in «Der Adler» Berlino, 19 marzo 1940 (Archivio Mastrociani Todero)
Nel caso di Dresda come in generale, la retorica della vittimizzazione si fonda su distorsione e manipolazione dei fatti (impiegando fonti non verificate, ingigantendo le cifre o, più comunemente, astraendo i bombardamenti strategici dal contesto bellico, facendo quindi dei bombardamenti null’altro che atti di aperta violenza senza obiettivi militari) e su strumenti retorici cui scopo è fare appello alle emozioni più che alla comprensione analitica (quindi l’uso di un lessico apertamente giudicante, ricorso a descrizioni patetiche e aperti parallelismi con altre vittime del conflitto)[44]. In questo modo la sofferenza della popolazione tedesca è descritta come moralmente equivalente alle atrocità commesse dalla Germania nazista, riscrivendo così la storia della guerra in modo da minimizzare i crimini nazisti.
La stagione dello Historikerstreit, la conseguente straordinaria presenza della storia nel dibattito politico, andò crescendo toccando il suo massimo negli anni Novanta. Ad alimentare lo scontro e l’abuso pubblico della storia è stata soprattutto l’incontro tra due fattori, distinti ma contemporanei: da una parte, la riunificazione che ha portato con sé la difficile necessità di costruire una nuova identità collettiva partendo dalle inconciliabili retoriche ufficiali di DDR (antifascismo di Stato) e BRD (Schuldfrage); dall’altra, la globalizzazione e, soprattutto, l’immigrazione, che ha accresciuto soprattutto in molti tedeschi dell’Est la sensazione che la riunificazione non solo non aveva mantenuto le promesse di benessere materiale ma aveva anche messo a rischio la propria identità di tedeschi. In quel frangente, la proposta di un ritorno al passato che riscoprisse e valorizzasse l’orgoglio nazionale trovò non pochi sostenitori, che raccolsero parole d’ordine antiche. Parole che si trasformarono anche in azioni assai simboliche, come l’incendio del memoriale alle vittime della Shoah nel campo di concentramento berlinese di Sachsenhausen nel 1992[45].
Tuttavia, la grande crescita economica e il ruolo di indiscussa leadership europea durante i primi due governi di Angela Merkel (2005-2013) sembrarono bollare come anacronistico un simile scontro. Ad esempio, se si guarda alle copertine del settimanale «Der Spiegel», voce della sinistra critica profondamente interessata alle tematiche storiche, alla vitalità e pericolosità delle destre estreme e alla questione dei problemi connessi alla definizione dell’identità tedesca, si nota una forte rottura nelle preoccupazioni del dibattito pubblico tra i due periodi. Tra il 1989 e il 2004, il settimanale ha dedicato 35 copertine a temi della storia del Novecento, al problema dell’estremismo politico o variamente connessi all’identità tedesca; tra il 2005 e il 2013 ce ne sono state 18[46], il che significa che, tenendo conto della diversa ampiezza temporale dei due periodi, l’attenzione su questi argomenti è stata praticamente uguale. Tuttavia, se si guarda più dettagliatamente ai temi e ai contenuti, si notano grosse differenze di sensibilità. In primo luogo, il primo periodo è dominato dal nazismo, in quanto tre numeri su quattro hanno al centro questo periodo, mentre la percentuale scende a uno su due negli anni successivi. Inoltre, almeno un quinto delle uscite del primo periodo affronta apertamente la questione della Shoah e in un terzo dei casi anche quella delle responsabilità collettive dei tedeschi come popolo (nel passato e le conseguenze per il presente). Gli stessi temi sono invece assai diversamente trattati nel periodo dei primi due cancellierati Merkel: la presenza della Shoah più che raddoppia, ma i pezzi che si incaricano di parlare della Schuldfrage crollano, in quanto appena uno ne fa una delle prospettive principali per affrontare la questione, tra l’altro significativamente allargando la questione della complicità a tutti gli europei[47].
In effetti, la sensazione diffusa (o almeno quella sostenuta con forza a livello ufficiale) in questi anni era di un’identità tedesca che guardava al presente e al futuro, non al passato. Un paese come modello di successo di inclusività e fusione di culture che arricchiscono tutti. Una narrazione perfettamente esplicita nella serie di grandissimo successo della serie comica per adolescenti prodotta dalla ARD Türkisch für Anfänger[48], i cui protagonisti sono i membri di una famiglia allargata multietnica (tedesco-turca), in cui gli stereotipi identitari sono ridicolizzati e usati, tra innumerevoli fraintendimenti e faticosi percorsi di reciproco riconoscimento, per raggiungere l’agognato fine di una nuova Germania. Insomma, quasi la programmatica volontà di costruire identità senza fare ricorso a elementi del passato, o quantomeno relegandoli in una posizione più secondaria – addirittura rivendicando la necessità di negare finalmente alla storia una grossa importanza nel processo di costruzione dell’identità individuale e collettiva, come ad esempio in un’inchiesta condotta da Dirk Kurbjuweit nel 2012[49].
Poi arrivò la crisi migratoria del 2013 e quel progetto identitario entrò rapidamente in crisi. Nel 2014, venne fondato Pegida: la sigla significa Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes (Europei patrioti contro l’islamizzazione dell’Occidente) e non a caso venne fondato a Dresda, vale a dire nel cuore dell’ex DDR (dove le promesse di benessere della globalizzazione nella sua veste di riunificazione erano largamente percepite come disattese) e luogo simbolo di una germanicità sotto attacco. Da allora si è assistito a una inarrestabile crescita della destra estrema (Rechtsextremismus) che però, mirando a estendere il proprio consenso verso il centro, appare meno ossessionata che in passato dalla volontà di riscattare l’esperienza nazista. Tuttavia, la storia non è del tutto assente dalla retorica di questi gruppi.
Oggi i bombardamenti alleati occupano un posto complesso nella memoria collettiva tedesca. La Germania riunificata ha ereditato dalla DDR e inglobato nel proprio pantheon le commemorazioni annuali a Dresda. Esse occupano un posto importante nella costruzione pubblica di una narrazione ufficiale della Seconda guerra mondiale, in cui ci sia spazio tanto per la responsabilità per i crimini nazisti (Schuldfrage) quanto per una visione non mostrificata del popolo tedesco. In questo senso, si collocano gli sforzi per impedire la loro strumentalizzazione da parte degli estremisti di destra che cercano di dipingere i tedeschi principalmente come vittime. Progetti come quello del Bundesarchiv sul bombardamento di Berlino hanno messo in primo piano i costi materiali e umani dei bombardamenti, cercando però di dare spazio al contesto, ponendo enfasi sulla responsabilità tedesca per l’aggressione[50].
L’enfasi sulla contestualizzazione è pertanto al centro dei tentativi di costruire una memoria pubblica collettiva che superi contemporaneamente mostrificazione e vittimizzazione. Per quanto il tema sia meno presente nella quotidianità del dibattito politico che non un decennio fa, la destra estrema vi vede ancora una questione attraverso cui costruire proposte identitarie. In questo modo, forze come Afd continuano a contrapporre alla retorica ufficiale della Chiesa (sia evangelica sia cattolica) la logica della vittimizzazione in quanto funzionale, in generale, alle proprie retoriche cospirazioniste e anti-élite. Ad esempio, in occasione dell’ottantesimo, nel 2015, le celebrazioni del Gedenkenjahr sono state particolarmente numerose, partecipate da molti leader internazionali e hanno ottenuto una grande copertura mediatica anche internazionale[51]. Le due parole-chiave della commemorazione ufficiale sono state pace (Frieden) e riconcilazione (Versöhnung) e hanno legato indissolubilmente il ricordo del bombardamento a quello della liberazione (Befreiung) dal nazismo, negando in maniera netta qualsiasi forma di nostalgia: la popolazione civile della città fu vittima e merita ricordo e riconoscimento, ma essa non può essere usata per compensare, minimizzare o cancellare le responsabilità generali per il conflitto e le politiche di discriminazione e sterminio[52]. Tuttavia, Alternative für Deutschland ha rigettato questa retorica, rilanciando alcune delle parole d’ordine che dieci anni prima aveva calcato con successo Pegida[53], strumentalizzando il ricordo delle vittime anche attraverso la mobilitazione di grandi manifestazioni di piazza, cui risposero contro-manifestazioni[54]. In questa ricerca di consenso la destra sfruttava con successo la diffusa auto-percezione dei tedeschi come vittime, una sensazione condivisa ben al di là dei confini dei circoli nostalgici, come testimoniato ad esempio da un’inchiesta del settimanale «Der Spiegel» già nel 2020[55]. L’estrema destra proponeva un’inversione di 180 gradi nella cultura della memoria tedesca, proponendo di sostituire alla “cultura delle colpa” una cultura storica che “guarda avanti”[56], invitando così a riscoprire l’orgoglio nazionale e la sua millenaria storia di successi.
Conclusioni
La campagna di bombardamenti strategici alleati contro la Germania tra il 1940 e il 1945 rimane uno degli aspetti più controversi della Seconda guerra mondiale. Mentre la sua efficacia militare continua a essere oggetto di dibattito, il suo impatto sulla popolazione civile è indiscutibile. I civili tedeschi subirono un assalto incessante che distrusse le loro città, causò lo sfollamento di milioni di persone e inflisse ferite psicologiche che durarono a lungo dopo la fine della guerra. L’esperienza di vivere sotto i bombardamenti, alternando momenti di catastrofe improvvisa a lunghi periodi di ansiosa attesa, durante il conflitto ha creato una cultura bellica distintiva caratterizzata da resilienza, paura e dislocamento e dopo la fine della guerra ha lasciato un complesso mix di trauma, storia, memoria e identità[57].
Il ricordo postbellico dei bombardamenti è stato carico di tensione. Nella Germania occidentale, le rovine sono diventate simboli di ricostruzione e rinnovamento, ma il dibattito pubblico sulle vittime è stato a lungo soppresso dall’imperativo di riconoscere la responsabilità per i crimini nazisti. Nella Germania dell’Est, soprattutto Dresda è stata mobilitata al servizio delle esigenze ideologiche del regime socialista, facendone il simbolo dell’aggressione capitalista. A partire dagli anni ’90, la nuova storiografia e il dibattito pubblico hanno portato in primo piano le esperienze dei civili, anche se non senza controversie. La sfida è stata quella di riconoscere le sofferenze dei tedeschi senza relativizzare od oscurare il ruolo della Germania come aggressore.
Il ruolo della storia nel dibattito pubblico è cambiato in maniera profonda negli anni recenti. Dopo lo straordinario ricorso al passato per la polemica politica, specialmente per promuovere identità collettive più o meno apertamente nazionaliste e xenofobe, oggi il ruolo della storia nella retorica delle destre estreme sembra meno appariscente. Tuttavia, l’ingombrante presenza del passato fascista e nazista è tutt’altro che scomparso. Il caso delle polemiche sui bombardamenti alleati sulle città tedesche testimonia soprattutto due cose. Primo, il ruolo della storia nella costruzione del senso di appartenenza e dell’immaginario auto-rappresentativo della politica del noi contro loro[58]è ancora importante per le destre estreme. Secondo, e forse più importante, i numerosi tentativi di modificare la coscienza storica collettiva avvenuti tra anni Novanta e Duemila hanno lasciato un’eredità pesante e non ancora completamente risolta e, allo stesso tempo, i tentativi del decennio successivo di costruire un’identità collettiva che prescindesse largamente dalla storia si sono dimostrati effimeri. Per quanto in forme profondamente diverse, quello della Seconda guerra mondiale continua a essere un “passato che non passa”, che ci interroga ancora sul ruolo della storia e degli storici nel discorso pubblico. Una lezione che si può trarre dall’esperienza dagli usi e ri-usi della campagna di bombardamenti sembra questa: più che accettare di fare del passato un campo di lotta tra giudizi morali (e quindi identità tra verità storica e condanna morale), ovvero di cercare di escludere la storia dall’orizzonte del discorso politico per timore che possa svegliare o alimentare fantasmi del passato, la storia come disciplina potrebbe essere mobilitata contro gli usi scopertamente strumentali della memoria delle vittime come mezzo per educare alla complessità, così fornendo strumenti per resistere meglio al fascino delle semplificazioni, in primis a quelle tipiche delle narrazioni vittimiste e complottiste.
Questo articolo è stato scritto come parte delle ricerche per il progetto ERC F-Word, GA 101042882
NOTE
[1] N. Frankland, The bombing offensive against Germany. Outlines and perspectives, Faber and Faber, London 165, pp. 35-40.
[2] T. D. Biddle, Rhetoric and reality in air warfare. The evolution of British and American ideas about strategic bombing, 1914-1945, Princeton University Press, Princeton 2002, pp. 212-220.
[3] R. Overy, The bombing war. Europe 1939-1945, Allen Lane, London 2.13, p. 477.
[4] Ivi, pp. 405-410.
[5] M. Middlebrook, The battle of Hamburg. Allied bomber forces against a German city, Penguin Book, Harmondsworth 1994, pp. 367-370.
[6] J. Friedrich, Der Brand. Deutschland im Bomberkrieg 1940-1945, Propyläen, München 2002, pp. 195-200.
[7] F. Taylor, Dresden. Dienstag, 13. Februar 1945, Pantheon, München 2008, p. 259.
[8] R. Overy, The bombing war, cit., pp. 477-480.
[9] U. von Kardorff, Berliner Aufzeichnungen. 1942-1945, Beck, München 1992, p. 133.
[10] J. Friedrich, Der Brand, cit., pp. 189-194.
[11] D. Süss, Tod aus der Luft. Kriegsgesellschaft und Luftkrieg in Deutschland und England, Bundeszentrale für Politische Bildung, Bonn 2011, pp. 133-140.
[12] Ivi, pp. 75-82.
[13] M. Middlebrook, The battle of Hamburg, cit., pp. 299-301.
[14] U. von Kardorff, Berliner Aufzeichnungen, cit., pp. 54-58.
[15] Bombing, States and Peoples in Western Europe 1940-1945, a c. di Claudia Baldoli, Andrew Knapp, Richard Overy, Continuum, London 2011.
[16] M. Fulbrook, German National Identity after the Holocaust, Polity, Cambridge 1999, pp. 27-30.
[17] J. Herf, The Jewish enemy. Nazi propaganda during World War 2. and the Holocaust, Harvard University Press, Cambridge London 2006, p. 213.
[18] D. Süss, Tod aus der Luft, cit., pp. 205-210.
[19] N. Gallerano, Gli Italiani in guerra 1940-1943. Appunti per una ricerca, in L’Italia nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza, a c. di F. Ferratini Tosi, G. Grassi, M. Legnani, Franco Angeli, Milano 1988, pp. 81-93. Per un inquadramento sui bombardamenti alleati in Italia, si veda: I bombardamenti aerei sull’Italia. Politica, Stato e società (1939-1945), a c. di N. Labanca, Il Mulino, Bologna 2012.
[20] Bombing, States and Peoples, cit., p. 259.
[21] J. Friedrich, Der Brand, cit., pp. 243-248.
[22] R. Overy, The bombing war, cit., pp. 486-489.
[23] M. Fulbrook, German National Identity, cit., pp. 7-81.
[24] R.G. Moeller, War Stories. The Search for a Usable Past in the Federal Republic of Germany, University of California Press, Berkeley 2003, pp. 64-68.
[25] D. Süss, Tod aus der Luft, pp. 325-330.
[26] J. Herf, Divided Memory. The Nazi Past in the Two Germanys, Harvard University Press, Cambridge London 1997, pp. 257-262.
[27] A.T. Harris, Despatch on war operations, 23rd February, 1942, to 8th May, 1945, Air Ministry, London 1945.
[28] A.J.P. Taylor, The origins of the Second World War, Hamish Hamilton, London 1961.
[29] R. Overy, The Air War, 1939-1945, London, Europa 1980. Nei decenni successive l’autore avrebbe a più riprese nuovamente affrontato il tema. Si veda soprattutto: Bombing, states and peoples in Western Europe 1940-1945, cit.; The bombing war, cit.; Blood and Ruins. The Great Imperial War, 1931-1945, Allen Lane, London 2021.
[30] M. Middlebrook, The Battle of Hamburg, cit.
[31] W. Sebald, Luftkrieg und Literatur. Mit einem Essay zu Alfred Andersch, Hanser, München 1999.
[32] Il passaggio tra gli anni Ottanta e Novanta fu caratterizzato, in generale, dall’era del testimone (secondo l’espressione resa celebre dal libro di Annette Wieviorka, L’era del testimone, Raffaello Cortina, Milano 1999) e da una nuova stagione di ricerche di storia orale (sul tema della memoria della Seconda guerra mondiale va ricordato in quanto ispiratore e punto di riferimento per molte ricerche successive il primo volume dell’International yearbook of oral history and life stories: Memory and totalitarianism, a c. di L. Passerini, Oxford University Press, Oxford 1992.
[33] J. Friedrich, Der Brand, cit.
[34] D. Süss, Tod aus der Luft, cit.
[35] Ivi, pp. 325-330.
[36] La cosiddetta Schuldfrage, vale a dire la responsabilità collettiva dei tedeschi come popolo per la Shoah, responsabilità che a lungo nella retorica ufficiale trascese i confini generazionali, come un male congenito alla germanicità.
[37] F. Schindler, „Keinerlei Bereitschaft, sich gegenüber NS-Deutschland abzugrenzen“, in «Die Welt», 13 settembre 2023, consultabile in: https://www.welt.de/politik/deutschland/plus247410232/Alice-Weidel-Keinerlei-Bereitschaft-sich-gegenueber-NS-Deutschland-abzugrenzen.html.
[38] M. Fulbrook, German National Identity after the Holocaust, cit., pp. 77-81.
[39] D. Irving, Der Untergang Dresdens, Sigbert Mohn Verlag, Gütersloh 1964.
[40] D.J. Goldhagen, Hitler’s willing executioners. Ordinary Germans and the Holocaust, Vintage Books, New York 1997.
[41] L’espressione è quella impiegata da Ernst Nolte in un articolo del 1986 (Vergangenheit, die nicht vergehen will, in «Frankfurt Allgemeine Zeitung», 6 giugno 1986), che diede origine al cosiddetto Historikerstreit (lett. scontro degli storici). Nolte affermò che il «prius logico e fattuale» dello sterminio degli ebrei era da ricercarsi nei gulag staliniani, vale a dire la politica di sterminio a Est fu una risposta al terrore infuso dalla conoscenza della violenza sovietica, quindi da considerarsi una forma di difesa preventiva, per quanto frutto di una logica perversa. Le repliche furono molte e durissime, ma ci fu anche chi, pur non sposando la posizione di aperta giustificazione del nazismo, adottò la linea generale del ragionamento, così più o meno scopertamente giustificando ovvero relativizzando le responsabilità per la Shoah. I principali interventi del dibattitto sono raccolti in: G.E. Rusconi, Germania. Un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca, Einaudi, Torino 1987.
[42] F. Taylor, Dresden cit., pp. 242–248.
[43] R.D. Müller, Der Bombenkrieg 1939–1945, Links, Berlin 2004, pp. 154-157.
[44] R.G. Moeller, The Bombing War in Germany, 2005-1940: Back to the Future?, in Bombing Civilians. A Twentieth-Century History, a c. di Yuki Tanaka, Marilyn B. Young, The New Press, New York London 2009, pp. 46–76.
[45] S.f., Anklang an Weimar, in «Der Spiegel», 4 ottobre 1992, n. 41, consultabile in: https://www.spiegel.de/politik/anklang-an-weimar-a-d8949126-0002-0001-0000-000013690531. Si veda anche: https://www.sachsenhausen-sbg.de/meldungen/vor-30-jahren-brandanschlag-auf-die-juedischen-baracken-in-der-gedenkstaette-sachsenhausen/.
[46] Dal 2014 se ne contano 11 sugli stessi temi.
[47] Si tratta del numero 21 del 2009, la cui copertina recava il titolo: Die Komplizen. Hitlers europäische Helfer beim Judenmord (I complici. Gli aiutanti europei di Hitler nello sterminio degli ebrei). L’articolo che ispira la copertina è Georg Bönisch, Jan Friedmann, Cordula Meyer, Michael Sontheimer und Klaus Wiegrefe, Der dunkle Kontinent, in «Der Spiegel», 17 maggio 2009, pp. 82-90, consultabile in: https://www.spiegel.de/politik/der-dunkle-kontinent-a-4a89f076-0002-0001-0000-000065414139.
[48] In Italia, Kebab for Breakfast, trasmessa da MTV a partire dal 2007.
[49] D. Kurbjuweit, »Mein Herz hüpft«, in «Der Spiegel», 6 aprile 2012, consultabile in: https://www.spiegel.de/politik/mein-herz-huepft-a-8fa5f3a4-0002-0001-0000-000084789668.
[50] Bomben auf Berlin consultabile in: https://www.bundesarchiv.de/themen-entdecken/online-entdecken/themenbeitraege/bomben-auf-berlin/.
[51] Si veda ad esempio: M. Fouda, Dresden marks 80th anniversary of World War II Allied bombing, in «Euronews», 14 febbraio 2025, consultabile in: https://www.euronews.com/my-europe/2025/02/14/dresden-marks-80th-anniversary-of-the-second-world-war-allied-bombing.
[52] Molto eloquente in questo senso il sito ufficiale delle celebrazioni della città: https://www.visit-dresden-elbland.de/gedenkjahr-2025.
[53] Merita sottolineare che lo scontro nelle piazze a colpi di manifestazioni e contro-manifestazioni (anche) sulla memoria del passato nazista era assai vivace già prima di Pegida. Si veda, ad esempio: S.f., Menschenkette stärker als Neonazi-Aufmarsch, in «Der Spiegel», 13 febbraio 2012, consultabile in: https://www.spiegel.de/politik/deutschland/gedenken-an-dresdner-bombennacht-menschenkette-staerker-als-neonazi-aufmarsch-a-815078.html; S.f., Tausende bilden Menschenkette gegen rechts, in «Der Spiegel», 14 febbraio 2013, consultabile in: https://www.spiegel.de/politik/deutschland/gedenken-an-bombennacht-in-dresden-menschenkette-gegen-rechts-a-883262.html.
[54] Per un resoconto delle strumentalizzazioni del ricordo di Dresda da parte di Pegida e le critiche che ne sono sorte, si veda: D. Süß, Bomben aufs Abendland, in «Die Zeit», 12 febbraio 2015, consultabile in: https://www.zeit.de/2015/07/dresden-zerstoerung-ns-70-jahre; A. Posener, Die Trauer um die Toten kommt in Dresden zu kurz, in «Die Welt», 13 febbraio 2015, consultabile in: https://www.welt.de/politik/deutschland/article137444761/Bombardierung-Schwieriges-Gedenken-in-Dresden.html.
[55] Katja Iken, Heike Janssen, Jasmin Lörchner, Lea Rossa, Oliver Schmitt, Verwundete Sonne, in «Der Spiegel», 8 febbraio 2020, consultabile in: https://www.spiegel.de/geschichte/zweiter-weltkrieg-die-katastrophale-bombardierung-von-dresden-a-cab549f8-ccb7-4f53-85b7-dd1ad03ea7bb.
[56] H. Bethke, Wie die AfD den Grundkonsens deutscher Erinnerungskultur aufkündigen will, in «Die Welt», 24 agosto 2023, consultabile in: https://www.welt.de/politik/deutschland/plus247033838/Wie-die-AfD-den-Grundkonsens-deutscher-Erinnerungskultur-aufkuendigen-will.html.
[57] Per una riflessione teorica su questi elementi e il loro ruolo all’interno delle società, si veda: D. Lacapra, Trama, History, Memory, Identity: What Remains, in «History & Theory», vol. 55, n. 3, 2016, pp. 375-400.
[58] J. Stanley, Noi contro loro. Come funziona il fascismo, Solferino, Milano 2019.