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Frontiera Adriatica

Città e migrazioni forzate negli anni Quaranta del Novecento: una prospettiva (non solo) europea su guerra e urbicidi

Abstract

Le città caratterizzate dalla compresenza di popolazioni di lingua e/o religione diversa sono state un teatro importante dei fenomeni di violenza di massa che hanno marchiato l’intero secolo successivo alla guerra di Crimea. In esse è stato perseguito con maggiore vigore l’obiettivo di uniformare le comunità politiche a quelle, delineate su base linguistico-religiosa, di cui le prime si proclamavano rappresentanti – anche a costo di rimuovere a forza, se non addirittura sterminare, popolazioni identificate su base linguistico-religiosa. É questo che si è verificato tanto nell’Europa centro-orientale – come mostrano le vicende di città come Vienna, Vilnius, Salonicco e Leopoli – quanto altrove, ad esempio nel subcontinente indiano e nel Medio Oriente, soprattutto, ma non solo, durante gli anni Quaranta del Novecento. Esso ha avuto sovente esiti “urbicidi”, che hanno condotto ad una radicale riconfigurazione dei centri urbani interessati, anche in casi in cui non si sono verificate distruzioni materiali su larga scala.

Parole chiave: città, pulizia etnica, Europa, Seconda guerra mondiale, urbicidio

Introduzione [1]

La migrazione forzata di intere popolazioni ha caratterizzato la storia europea perlomeno per tutto il secolo successivo alla guerra di Crimea, a cui fece seguito l’esodo in massa dei musulmani tatari e circassi che abitavano i territori che si ritrovarono, a guerra finita, sotto il controllo dell’impero zarista[2]. L’esodo istriano è parte integrante di questa storia vasta e tragica, e può essere considerato come una delle “code” – anche temporali, dato il protrarsi fino alla metà degli anni Cinquanta – di quella vera e propria “età delle migrazioni forzate” che si è conclusa in quel periodo, e durante la quale quasi 30 milioni di persone sono state espulse, deportate o costrette ad emigrare per effetto di decisioni politiche prese da Stati (talvolta in via di formazione o sul punto di scomparire) o loro succedanei (es. formazioni partigiane determinate a costruire un “loro” Stato)[3].

L’esodo istriano è, parimenti, parte integrante della storia del destino toccato, alla fine della Seconda guerra mondiale, alle popolazioni in qualche modo ricollegabili alle potenze dell’Asse che si ritrovarono all’interno dei confini del cosiddetto “sistema socialista”, una storia che ha dato luogo ad episodi di migrazione forzata non solo in Europa. Basterà ricordare quanto accaduto alla popolazione giapponese residente nella parte meridionale dell’isola di Sakhalin, occupata nell’estate 1945 dalle forze armate sovietiche: parte di essa fuggì già allora, e successivamente nel 1947-48 quasi tutti quelli che erano rimasti (circa 300.000 persone) vennero “rimpatriati” in Giappone[4]. Esso insomma fa parte di una storia che, soprattutto negli anni Quaranta del Novecento, non può essere considerata unicamente europea – perché toccò nello stesso periodo, oltre l’Europa centro-orientale e l’Asia orientale, anche il Medio Oriente e il subcontinente indiano. In queste ultime due aree, il ritiro dell’impero britannico portò alla costituzione dei nuovi stati indipendenti di Israele, India e Pakistan, che fu accompagnata da violenze di massa e migrazioni forzate su larga scala che coinvolsero centinaia di migliaia di arabi palestinesi (e, successivamente, altre centinaia di migliaia di ebrei che abbandonarono i paesi arabi dopo essere stati perseguitati in quanto “nemici interni”) e milioni di abitanti del Punjab e del Bengala.

Di tale storia, peraltro, le città – o, più esattamente, le città caratterizzate dalla compresenza di popolazioni di lingua e/o religione diversa – sono state al tempo stesso un teatro importante ed una delle principali vittime. Infatti, in molti casi le politiche volte a rimuovere con la forza intere popolazioni sono state applicate più rigorosamente nelle città che altrove: nelle città, ed in primo luogo in quelle più importanti, è stato perseguito con maggiore vigore l’obiettivo di uniformare le comunità politiche con quelle, delineate su base linguistico-religiosa, di cui le prime si proclamavano rappresentanti. Ciò anche perché nelle città non meno che nelle campagne, la polarizzazione politica lungo crinali “identitari” si è talvolta sovrapposta a – ed è stata esasperata da – quella su base economica e sociale. Inoltre nelle città sono spesso affluiti – spontaneamente in alcuni casi, o come esito di politiche intese a “riallocarli” strategicamente in altri casi – rifugiati (spesso provenienti da altre città teatro di episodi di migrazione forzata) appartenenti a comunità linguistiche e religiose già presenti in esse. Laddove non sempre tali politiche hanno comportato estese e sistematiche distruzioni materiali dell’ambiente urbano, esse si sono ripetutamente risolte nella scomparsa forzata di parti significative, anche se non necessariamente materiali, di tali ambienti.

In contributi precedenti, ho tentato di delineare almeno una parte di questa storia prendendo in esame i casi di quattro città europee, vale a dire Breslavia, Leopoli, Salonicco e Vilnius[5]. Nelle pagine che seguono, una ricostruzione molto sintetica delle vicende di queste città viene inserita in un discorso più ampio che tiene conto di eventi analoghi avvenuti sia sul suolo europeo sia in altre parti del mondo durante gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento: una storia, questa, che almeno nel caso europeo ha importanti antecedenti nei decenni precedenti.

 

Fig. 1, A. Ferrara, N. Pianciolla, L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953, il Mulino, Bologna 2012


È indispensabile premettere come, nei casi che saranno presi in considerazione – così come in altri che qui non vengono esaminati – la rimozione forzata di intere comunità di abitanti urbani non necessariamente implicò la distruzione fisica dell’ambiente edificato in cui essi risiedevano. Beninteso, talvolta la seconda rappresentò la premessa della prima: ad esempio, nel caso di Smirne i quartieri abitati cristiani furono dati alle fiamme nel settembre 1923, inducendo i loro abitanti ad una fuga precipitosa che si tramutò ben presto in una emigrazione permanente
[6]. In altri casi, tuttavia, la seconda eventualità non si verificò affatto; tuttavia, come scrive Martin Coward,

 

«“Urbicidio” […] fa riferimento sia alla distruzione dell’ambiente costruito che comprende il tessuto urbano, sia alla distruzione dello specifico modo di vivere reso possibile da tali condizioni materiali […] possiamo dire che la distruzione della vita urbana è la distruzione dell’eterogeneità […]. Ciò che è in gioco nell’urbicidio sono quindi le condizioni di possibilità dell’eterogeneità. L’urbicidio, quindi, è la distruzione degli edifici non per ciò che rappresentano individualmente (obiettivo militare, patrimonio culturale, metafora concettuale), ma in quanto condizione di possibilità dell’esistenza eterogenea […]. Quella dell’urbicidio è una logica che condensa una serie di eventi in un modello distinto di distruzione, il cui significato è la distruzione dell’eterogeneità attraverso la distruzione degli edifici»[7].

 

È quindi difficile dubitare del carattere “urbicida” delle politiche di migrazione forzata che ebbero luogo in città dove la rimozione forzata delle popolazioni ritenute estranee ad una comunità politica demarcata su base “etnica” (più precisamente: linguistico-religiosa) mirava (tra l’altro) alla “distruzione dell’eterogeneità”, non soltanto, ma principalmente, proprio nelle città. A questo va aggiunto che il deliberato smantellamento (o il cambio, spesso radicale, di destinazione d’uso) di edifici – un’azione volta, come vedremo, a rimuovere le “condizioni di possibilità” dell’eterogeneità (se non a denegare che vi fosse mai stata eterogeneità) – ebbe luogo in diverse occasioni, durante e dopo la rimozione delle comunità ritenute “estranee”.

1. Città e migrazioni forzate: Vienna

 In Europa, uno dei primi casi di “distruzione dell’eterogeneità” attraverso lo sradicamento forzoso di una parte degli abitanti di una città colpì Vienna e, in particolare, la sua comunità ebraica. Nel marzo 1938, nella capitale austriaca risiedevano circa 182.000 dei 190.000 ebrei residenti in Austria[8]. La persecuzione antiebraica fu quella più immediata e sistematica tra quelle lanciate subito dopo l’Anschluss, e si concretizzò – tra l’altro – in umiliazioni pubbliche e atti di violenza di vario genere, tra cui i tristemente famosi episodi durante i quali ebrei (o presunti tali) vennero costretti a ripulire muri e marciapiedi dagli slogan in favore dell’indipendenza austriaca dipinti durante la campagna elettorale per il plebiscito che aveva sancito l’annessione[9]. Tutto ciò spinse molti ad abbandonare il paese il prima possibile, ed è forse il caso di ricordare come all’epoca l’obiettivo della politica nazista fosse appunto questo, tanto che venne ben presto costituito un Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica (Zentralstelle für Jüdische Auswanderung) incaricato di organizzare la spoliazione e l’emigrazione forzata degli ebrei austriaci[10]. Tuttavia, proprio il fatto che gli ebrei venissero (nella maggior parte dei casi almeno) ridotti in miseria prima di poter emigrare contribuì a rendere più difficile l’emigrazione stessa[11]. Quest’ultima, peraltro, aveva luogo in un momento in cui i potenziali paesi di accoglienza erano spesso riluttanti ad accettare profughi, ed il gran numero di ebrei austriaci in cerca di rifugio finì, talvolta, con l’accrescere questa riluttanza, come mostra, per fare un solo esempio, il fatto che nel giugno 1938 le autorità svizzere informarono l’ambasciata tedesca dell’intenzione di richiedere un visto in entrata ai possessori di passaporti austriaci, «allo scopo di proteggere la Svizzera dall’afflusso di ebrei viennesi»[12]. Tale richiesta portò, da ultimo, alla famigerata decisione di stampigliare una J (che stava per Jude) rossa sui passaporti degli ebrei tedeschi[13], che quindi può, in un certo senso, essere fatta risalire alla crisi migratoria causata dall’esodo degli ebrei viennesi.

Nondimeno, circa 117.000 ebrei riuscirono ad emigrare da Vienna entro la fine del 1939; poche altre migliaia poterono fare lo stesso successivamente, nel 1940-41[14]. In totale circa 126.000 ebrei austriaci riuscirono ad abbandonare il paese; di essi quasi l’80% riuscì ad allontanarsi dall’Europa continentale, raggiungendo le isole britanniche, le Americhe oppure l’Asia[15]. Molti ebrei viennesi si diressero oltreoceano, come fece Raul Hilberg, destinato a divenire uno dei più eminenti storici della Shoah, che nel 1939 emigrò insieme ai genitori attraversando in treno la Germania e poi la Francia fino a La Rochelle per poi imbarcarsi su una nave diretta a Cuba e da lì recarsi negli Stati Uniti. Il primo a entrarvi fu proprio Raul, che arrivò a New York da Miami (viaggiando in autobus attraverso gli stati del Sud che all’epoca praticavano la segregazione razziale) nel settembre 1939. I suoi genitori poterono raggiungerlo soltanto un anno dopo: trovarono lavoro come operai in una fabbrica, e furono costretti ad adattarsi ad un’esistenza ben diversa da quella relativamente confortevole di cui avevano goduto a Vienna[16].

Degli ebrei rimasti a Vienna, circa 43.000 vennero deportati verso campi di concentramento o centri di sterminio (dai quali meno del 5% fece ritorno); anche quasi 18.000 fra quelli che avevano trovato rifugio in paesi successivamente occupati dalla Germania nazista furono assassinati[17]. Migrazioni forzate ed uccisioni, tuttavia, non furono accompagnate da devastazioni materiali di pari entità, anche solo perché – come si è visto – le prime ebbero luogo in gran parte prima che iniziasse la guerra. Nondimeno, le violenze che ebbero luogo durante il Novemberpogrom del 1938 (anche conosciuto come “Notte dei cristalli”) causarono distruzioni significative, in particolare l’incendio di decine di sinagoghe e sale di preghiera. Furono inoltre molto rilevanti le spoliazioni che precedettero ed accompagnarono la migrazione forzata degli ebrei viennesi, in particolar modo quella dei beni immobili. Quest’ultima in un primo momento si concretizzò in atti di violazione di domicilio ed appropriazione ad opera di singoli persecutori – ad esempio Raul Hilberg e sua madre vennero semplicemente scacciati dal loro appartamento da un uomo armato di pistola, e costretti a riparare in casa di amici – ma ben presto divenne una politica sistematica di confisca degli immobili (oltre che di estromissione degli affittuari ebrei). Tale politica contribuì alla decisione di deportare quanti non erano riusciti ad emigrare e fu accompagnata dalla riassegnazione degli immobili confiscati a beneficio di “cittadini particolarmente meritevoli” per i servizi resi alla causa nazionalsocialista[18]. Tutto ciò contribuì indubbiamente alla “distruzione dell’eterogeneità” – che invece, in molte altre città europee, sarebbe stata propiziata (anche) dalla violenza bellica.

2. Città e migrazioni forzate: Leopoli, Salonicco, Vilnius

 Il destino della Vienna ebraica fu in ultima analisi meno tragico di quello toccato, negli anni successivi, alla maggior parte delle “città ebraiche”, piccole e grandi, situate nell’ampia fascia di territorio europeo che entro il 1942 finì sotto il controllo della Germania nazista o degli alleati di quest’ultima, i cui abitanti vennero nella maggior parte dei casi, com’è noto, uccisi sul posto oppure condotti in centri di sterminio. Fu questa la sorte di Varsavia – nel 1939 la più grande città ebraica d’Europa, i cui circa 350.000 residenti rappresentavano più di un quarto del totale degli abitanti[19] – così come di tante delle città e cittadine, prevalentemente abitate da ebrei, che punteggiavano il territorio di Lituania, Bielorussia e Ucraina[20]. Anche in questi casi, come a Vienna, alla “distruzione dell’eterogeneità” contribuirono la rovina (e/o il successivo abbandono o cambio radicale di destinazione d’uso) dei luoghi di culto e degli edifici pubblici[21] così come l’appropriazione degli immobili rimasti vacanti da parte di persone facenti parte delle nazionalità “maggioritarie” e/o la mancata restituzione degli stessi ai proprietari eventualmente sopravvissuti a guerra finita[22].

Fig. 2, Polonia (da Dizionario enciclopedico moderno, Labor, Milano 1935)

Tuttavia, questa forma peculiare di distruzione delle città – diretta contro gli abitanti più che contro l’abitato – non fu prerogativa delle sole città ebraiche. Nel corso delle numerose migrazioni forzate di massa verificatesi durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale, anche altre città, soprattutto ma non solo polacche e tedesche, subirono un destino analogo, allorché coloro che vi risiedevano vennero deportati, espulsi o costretti altrimenti ad emigrare, il più delle volte dopo essere stati privati della maggior parte dei loro averi, e spesso per essere rimpiazzati da altri (talvolta da vittime di azioni del tutto simili). Tale fenomeno ebbe risultati analoghi a quelli già accennati sopra: molti luoghi di culto ebraici situati nell’Ucraina occidentale, distrutti o danneggiati dagli occupanti nazisti, non vennero ricostruiti oppure vennero convertiti ad altri usi [23]. Analogamente, nella Polonia postbellica molte chiese ortodosse, greco-cattoliche e soprattutto protestanti, abbandonate in seguito all’emigrazione forzata dei residenti di lingua tedesca e ucraina, furono adibite a luoghi del culto cattolico[24].

Nell’impossibilità di ricostruire per esteso una storia vasta e complicata, alcuni nodi fondamentali possono essere illustrati attraverso le vicende di città per certi versi emblematiche come Salonicco, Leopoli e Vilnius[25]. La prima di queste città era stata il centro dell’ebraismo sefardita, e nel 1913 tra i suoi 157.889 abitanti si contavano poco meno di 40.000 greci, 45.867 musulmani e 61.439 ebrei. Nel 1950, dopo che i musulmani erano stati “scambiati” con i greci dell’Asia minore nel 1923 e la maggior parte degli ebrei sterminata ad Auschwitz vent’anni più tardi, essa era diventata una città abitata al 95% da persone di lingua greca e di religione greco-ortodossa[26].

Fig. 3, Trattato di Losanna, situazione di  Turchia-Grecia-Bulgaria, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Turkey-Greece-Bulgaria_on_Treaty_of_Lausanne.png

Nei decenni precedenti, Salonicco era stata al centro della contesa fra più movimenti nazionalisti uniti dall’intento di porre fine al potere imperiale ottomano, ma divisi dalle proprie contrapposte ambizioni territoriali; tale contesa aveva fatto della Macedonia il teatro di una guerra multivettoriale a bassa intensità, e quindi uno dei punti caldi della politica europea, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX[27]. La città fu alla fine annessa alla Grecia (col risultato di moltiplicarne per nove la popolazione ebraica complessiva) dopo le guerre balcaniche del 1912-13, nonostante le proposte di internazionalizzarla, avanzate appunto perché la sua popolazione non era, per la maggior parte, grecofona o greco-ortodossa[28]. I residenti musulmani vennero espulsi un decennio dopo, nell’ambito dello scambio di popolazioni greco-turco concordato con la convenzione di Losanna nel 1923; la città però rimase abitata prevalentemente da ebrei sefarditi fin quando, nel 1943, la maggior parte di essi vennero deportati ad Auschwitz e uccisi nelle camere a gas. Il suolo su cui sorgeva il cimitero ebraico fu espropriato (su di esso sarebbe sorto, dopo la guerra, il campus universitario) ed in molti trassero vantaggio dalla confisca delle proprietà ebraiche – gran parte delle quali non furono mai restituite ai legittimi proprietari, qualora sopravvissuti, o ai loro eredi. In parte, l’inazione dipese dal timore che venisse messo a repentaglio, magari a vantaggio della Bulgaria, il controllo greco sulla città; contò anche il fatto che, così come in altre località della Grecia settentrionale, la scomparsa delle comunità ebraiche poteva essere vista come il completamento della “ellenizzazione” della città: un risultato tutto sommato perfino auspicabile, per quanto conseguito in un modo ritenuto riprovevole[29].

Fig. 4, Trattato di Losanna, 1912, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Treaty_of_Lausanne_1912.jpg

In qualche modo paragonabile a quella di Salonicco è la vicenda della città oggi conosciuta come Vilnius, prima del 1914 dominata dai polacchi – che la chiamavano Wilno – nonché capitale culturale dell’ebraismo ashkenazita di lingua yiddish col nome di Vilne, ed agognata come capitale anche dai nazionalisti lituani (col nome di Vilnius) e bielorussi (per i quali era Vil’nia)[30]. Tuttavia, solo pochissimi degli abitanti della città si consideravano lituani o bielorussi: un censimento condotto dall’amministrazione occupante tedesca nel 1916 riscontrò che si identificavano come polacchi o ebrei più del 90% dei residenti, mentre quelli che si ritenevano lituani o bielorussi non raggiungevano, combinati insieme, il 4%[31]. Contesa tra Lituania e Polonia (nonché brevemente occupata dai bolscevichi) dopo la Prima guerra mondiale, la città fece parte della Polonia fino al 1939, pur essendo stata rivendicata come capitale dalla Lituania indipendente fin dal 1920, per poi essere occupata dalle truppe sovietiche entrate in Polonia da est nel settembre 1939. Ben presto venne ceduta alla Lituania allora ancora indipendente, nell’ambito degli accordi che portarono allo stabilimento di guarnigioni sovietiche negli Stati baltici (e successivamente all’occupazione di questi ultimi da parte dell’URSS nel 1940)[32]. Lo sforzo di “lituanizzare” Wilno – perseguito, tra l’altro, rendendo di fatto apolidi quanti vi si erano stabiliti tra le due guerre nonché i molti rifugiati, non solo ebrei, affluiti in città a seguito dell’invasione tedesca (e poi anche sovietica) della Polonia – caratterizzò gli ultimi mesi di indipendenza lituana nel 1939-40[33] e continuò ad opera della Lituania sovietica nel 1944, in una situazione notevolmente cambiata a seguito dello sterminio della locale comunità ebraica. Quest’ultima venne annientata con esecuzioni di massa condotte nei dintorni della città stessa (principalmente nella vicina località di Ponary/Panierai), principalmente operate dalle SS e da ausiliari reclutati sul posto. Il parallelo tentativo di distruggere il patrimonio culturale ebraico della città fu, fortunatamente, in buona parte sventato, ma può essere considerato parte integrante di uno sforzo di “distruzione dell’eterogeneità” che, nell’insieme, purtroppo in buona parte ottenne lo scopo prefissato[34].

Nel dopoguerra, la Wilno polacca conobbe una fine quasi altrettanto repentina, anche se assai meno cruenta, della Vilne ebraica: tra il 1944 e il 1946, infatti, i suoi circa 100.000 abitanti polacchi vennero “ricollocati” sul territorio del ricostituito stato polacco (formalmente nell’ambito di uno scambio di popolazioni polacco-sovietico che, però, nel caso della Lituania e della Bielorussia si risolse in un esodo pressoché unilaterale verso ovest). È interessante notare come lo sradicamento dei contadini di lingua polacca residenti nei dintorni fu assai meno sistematico, e che quindi ad essere “scambiati” furono soprattutto gli abitanti di Wilno. Questa misura costituì la precondizione per la nascita della Vilnius lituana, una città quindi assai diversa da quella dei secoli precedenti, che era stata abitata prevalentemente da persone di lingua polacca e yiddish.

Analogamente, Leopoli era stata l’epicentro di un conflitto armato tra nazionalisti ucraini e polacchi dopo la conclusione della Prima guerra mondiale[35], durante il quale, tra l’altro, decine di residenti ebrei della città erano stati assassinati in un pogrom perpetrato da militari e civili polacchi nel novembre 1918[36]. Questo evento, per inciso, ebbe una notevole risonanza e contribuì a propiziare l’adozione dei trattati volti a tutelare le minoranze nazionali approvati dal 1919 in poi[37]. Anche qui fu la Seconda guerra mondiale a mettere fine alla diversità nazionale e religiosa che aveva caratterizzato la città nei secoli precedenti: insomma a distruggere la Leopoli polacca e quella ebraica, lasciando al loro posto quella che è stata a lungo la città simbolo del nazionalismo ucraino. La prima sovietizzazione del 1939-41 coincise infatti con una prima ondata di ucrainizzazione[38] in seguito alla quale, per fare un solo esempio, l’Università Jan Kazimierz (in epoca asburgica Università Francesco Giuseppe) venne ribattezzata Università Ivan Franko, con un docente proveniente dall’Ucraina sovietica come rettore[39]. A fine giugno 1941 l’esercito tedesco entrò in città mentre la polizia politica sovietica procedeva alla “liquidazione” dei prigionieri politici rinchiusi nelle prigioni cittadine. Il massacro, ampiamente propagandato come prova della barbarie bolscevica, fu preso a pretesto per un orribile pogrom antiebraico, perpetrato in larga misura da ultranazionalisti ucraini che speravano di creare un proprio Stato sul modello della Slovacchia di Tiso o della Croazia ustascia[40]. Tali speranze rimasero deluse, ma le violenze antiebraiche continuarono nel corso dell’occupazione nazista della città, durante la quale la popolazione ebraica venne massacrata dagli occupanti, anche qui assistiti da ausiliari reclutati sul posto. Nel frattempo, ucraini e polacchi si preparavano a una rivincita del 1918-19, nella convinzione che la guerra in corso sarebbe finita, come quella precedente, con la sconfitta di entrambi i contendenti e che questo avrebbe permesso la ricostituzione di stati indipendenti come quelli sorti nel 1918-19. Entrambe le parti, ormai dominate dagli estremisti dopo che le politiche sovietiche e naziste avevano liquidato completamente le leadership prebelliche, pensavano a pulizie etniche e scambi di popolazione; nel 1943 una organizzazione paramilitare conosciuta come “esercito insurrezionale ucraino”, dominata dai più estremisti fra i nazionalisti ucraini (alcuni dei quali avevano cooperato con i nazisti partecipando alle atrocità compiute da questi ultimi a danno di ebrei e presunti “resistenti”) passò all’azione attaccando la popolazione civile polacca dell’Ucraina occidentale[41]. Questo tentativo di rimuovere i residenti di lingua polacca dell’Ucraina occidentale ebbe successo in Volinia ma non in Galizia, dove esso fu attivamente contrastato dal cosiddetto “esercito interno”, l’organizzazione paramilitare clandestina polacca fedele al governo in esilio a Londra[42]. A Leopoli (così come in altre città) quest’ultima era abbastanza forte da poter mettere in atto una insurrezione che ebbe luogo subito prima dell’ingresso in città dell’esercito sovietico, ed era anche volta a far sì che i nazionalisti ucraini non potessero prendere il controllo della città[43]. Quest’ultima era, nel 1944, se possibile più “polacca” di quanto non fosse mai stata in precedenza, dato che la minoranza ebraica era stata sterminata in maniera pressoché completa nel triennio precedente. Tuttavia, in ultima analisi questo fu irrilevante, in quanto tra il 1944 e il 1946 i polacchi rimasti in città vennero espulsi nell’ambito di uno scambio di popolazione che portò anche alla rimozione forzata della maggior parte dei residenti di lingua ucraina dei territori ricompresi nei confini postbellici del ricostituito stato polacco[44]. Per molti ucraini almeno, ciò significò che le autorità sovietiche stavano soddisfacendo le loro aspirazioni nazionali, riunendo l’Ucraina occidentale a quella orientale e “ripulendo” la prima dai suoi abitanti polacchi.

In tutti questi casi, la rimozione forzata di intere comunità di abitanti urbani non implicò necessariamente la distruzione fisica dell’ambiente edificato in cui essi risiedevano. Tuttavia, sembra difficile dubitare del fatto che diversi elementi delle politiche di migrazione forzata condotte in città come Salonicco, Leopoli e Vilnius ebbero, stando alla definizione di Coward, caratteri “urbicidi” – innanzitutto e soprattutto perché la deportazione di popolazioni ritenute estranee ad una comunità politica demarcata su base linguistico-religiosa mirava (tra l’altro) alla “distruzione dell’eterogeneità”, non soltanto, ma principalmente, proprio nelle città.

Ad esempio, a Salonicco, il suolo su cui sorgeva il cimitero ebraico venne espropriato ancor prima che i residenti ebrei della città venissero deportati – e dopo che, nei decenni precedenti, anche il cimitero musulmano (subito dopo la guerra greco-turca conclusasi nel 1923) e quello bulgaro (già nel 1912) erano stati anch’essi demoliti. Allo stesso modo, a Vilnius il principale e più antico cimitero ebraico fu demolito dopo la fine della guerra, precisamente nel 1950, nell’ambito dei lavori di costruzione di uno stadio. Appare difficile non considerare tali atti come volti a rimuovere le condizioni di “possibilità dell’eterogeneità” e, dunque, come atti di urbicidio. In entrambi i casi la demolizione del cimitero ebraico portò alla scomparsa di importanti vestigia delle città preesistenti, ormai “sovrascritte” dalle nuove città rese parte integrante (e nel secondo caso anche capitale) dello stato greco in un caso e della repubblica sovietica lituana nell’altro: due entità molto diverse tra loro (anche solo per il fatto che la seconda non era indipendente) ma nondimeno accomunate dalla pretesa di rappresentare comunità politiche “omogenee” o, più precisamente, esattamente coincidenti con le popolazioni culturalmente identificate (su base religiosa e linguistica) che esse proclamavano di rappresentare.

Fig. 5 Grecia (Da Dizionario Enciclopedico Moderno, Labor, Milano 1935)

Si potrebbero fare altri esempi analoghi: per esempio, nel 1947 i monumenti polacchi ancora esistenti a Leopoli vennero rimossi in quanto ritenuti un “insulto alla cultura ucraina”, intollerabile in una città che doveva apparire come indiscutibilmente appartenente ad un’entità politica rappresentativa di una comunità politica “omogenea” dal punto di vista culturale – vale a dire la repubblica sovietica ucraina.

 3. Città e migrazioni forzate fuori dall’Europa

 La rimozione di intere popolazioni urbane, con la conseguenza (se non allo scopo) di rimuovere le condizioni di “possibilità dell’eterogeneità” non è stato un fenomeno unicamente europeo, in particolar modo in quello scorcio cronologico nel quale si colloca la “catastrofe dell’italianità adriatica”. Il 1947 infatti, fu anche l’anno della Partition del subcontinente indiano – accompagnata tra l’altro dall’emigrazione forzata degli indù residenti a Karachi e degli abitanti musulmani di Delhi, oltre che da quella dei residenti musulmani delle città del Punjab orientale e di quelli indù e sikh delle città del Punjab occidentale – e dell’inizio della Nakba, l’esodo forzato di centinaia di migliaia di arabi palestinesi, tra cui la gran parte degli abitanti delle città di Giaffa (molti dei quali si sarebbero stabiliti nel campo profughi di Jabalia, nel nord della striscia di Gaza, che prese il nome da un quartiere di Giaffa) e Haifa, avvenuto in concomitanza con la costituzione dello Stato d’Israele[45].

In questi casi, la “distruzione dell’eterogeneità” preesistente fu – in parte almeno – ottenuta insediando, nei quartieri e nelle abitazioni “svuotate” dalle popolazioni (identificate su base religiosa e linguistica) rimosse forzosamente, gruppi di rifugiati percepiti come “omogenei” agli abitanti rimasti. Nel caso israeliano, questi rifugiati furono, in non pochi casi, persone che avevano abbandonato le città e i quartieri ebraici dell’Europa negli anni precedenti, alcuni dei quali rifiutarono di trarre vantaggio dalla spoliazione dei palestinesi che avevano a loro volta abbandonato le proprie case[46]. Molti altri – come i sopravvissuti alla Shoah che vennero riallocati a Lydda e Ramle[47] successivamente all’espulsione dei residenti palestinesi di queste città – non lo fecero. In generale, la pratica di destinare ad ebrei appena immigrati in Israele le case abbandonate dai palestinesi espulsi o fuggiti in località urbane fu messa in atto ad Haifa, Giaffa, Acri ed altrove già nel 1948. Va aggiunto che, per effetto degli scontri armati ma ancor più della demolizione di parte delle abitazioni abbandonate dai palestinesi espulsi o fuggiti, non mancarono le devastazioni materiali: parti di Giaffa ed Haifa furono semplicemente distrutte, come pure la città vecchia di Tiberiade[48]. In quest’ultimo caso, distruzioni ed espropriazioni colpirono anche abitazioni e proprietà degli ebrei che risiedevano nella città vecchia, nell’ambito di un tentativo di cambiare l’“aspetto orientale” di Tiberiade e, in ultima analisi, renderla più simile ad una città europea[49]. In altri casi le distruzioni materiali ebbero luogo in concomitanza con la rimozione degli abitanti, come accadde nella cittadina di al-Majdal, i cui ultimi abitanti palestinesi furono espulsi poco dopo la demolizione del santuario musulmano noto come Mashhad Husayn[50].

Nel 1947, la fine del potere imperiale britannico nel subcontinente indiano portò alla divisione di quest’ultimo in due Stati, vale a dire l’India e il Pakistan. L’attribuzione a quest’ultimo delle aree abitate in maggioranza da musulmani comportò la concomitante suddivisione delle province del Punjab e del Bengala; nella prima in particolar modo, essa venne accompagnata da violenze su larga scala a partire già dal marzo 1947[51]. Inizialmente volte ad intimidire quanti si opponevano a che il Punjab divenisse parte del Pakistan, tali violenze finirono col causare un esodo in massa di rifugiati indù e sikh verso i distretti orientali in cui le loro comunità religiose rappresentavano la maggioranza della popolazione. Alcuni di questi rifugiati, a loro volta, presero parte alle violenze orchestrate nel tentativo di costituire uno stato sikh nel Punjab orientale, se possibile includendo anche territori poi assegnati al Pakistan, ma in ogni caso teso ad escludere i residenti musulmani dei territori sotto il suo controllo (la cui cacciata era anche funzionale a reinsediare i numerosi rifugiati sikh in arrivo da ovest)[52]. Questa concatenazione di violenze causò centinaia di migliaia di morti e milioni di migranti forzati, ed ebbe esiti “urbicidi” in diverse città in cui ebbero luogo devastazioni materiali, l’emigrazione della popolazione appartenente al gruppo religioso minoritario, o entrambe le cose. A Sialkot, per esempio, un terzo della città fu distrutta dagli incendi e quattro quinti delle imprese industriali che vi si trovavano furono abbandonate dopo l’emigrazione di indù e sikh – fatti oggetto di violenza sin dall’agosto 1947 – e successivamente rimpiazzati da un afflusso di rifugiati musulmani provenienti dal Jammu[53]. Per fare due soli esempi – forse estremi ma proprio per questo rivelatori – l’esodo dei musulmani da Amritsar comportò l’emigrazione di quasi la metà di tutti gli abitanti della città, e d’altro canto il 40% delle abitazioni furono danneggiate o distrutte nelle violenze che precedettero ed accompagnarono l’esodo. Lahore perse invece i suoi abitanti non musulmani, pari ad un terzo della popolazione complessiva, mentre accolse quasi un milione di rifugiati musulmani – il tutto dopo che quasi seimila abitazioni erano state danneggiate[54].

Pur non essendo parte del Punjab, la città di Delhi andò incontro ad un destino per certi versi analogo, a seguito dell’emigrazione della maggior parte dei suoi residenti musulmani: fatti oggetto di violenze di ogni genere, forse 350.000 di essi abbandonarono le proprie case per fuggire verso il Pakistan[55]. Pari ad un terzo del totale nel 1941, la popolazione musulmana di Delhi si ridusse così a poco più di un ventesimo degli abitanti della città nel 1951, venendo al tempo stesso marginalizzata dal punto di vista politico e culturale oltre che da quello spaziale[56]. Tutto ciò avvenne nel quadro di una crescita molto significativa della popolazione cittadina, che di fatto raddoppiò in dieci anni – passando da 917.000 abitanti nel 1941 a 1,74 milioni nel 1951 – anche per effetto dell’arrivo di quasi mezzo milione di rifugiati provenienti perlopiù dal Punjab[57].

Ad orchestrare le violenze furono gli estremisti indù del RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh – il movimento paramilitare il cui braccio politico sarebbe poi divenuto il predecessore del partito Bharatiya Janata, attualmente al potere in India), anche se a perpetrarle furono in molti casi rifugiati indù e sikh arrivati da non molto dal Punjab, alcuni dei quali si erano arruolati nella polizia locale in sostituzione di agenti e funzionari musulmani che avevano optato per il Pakistan[58]. Vi furono non meno di 20.000 vittime[59], per la maggior parte nei quartieri “misti”, i cui residenti musulmani non potevano barricarsi (diversamente che in quelli dove essi costituivano la maggioranza della popolazione); per sfuggire alle violenze, in molti fuggirono rifugiandosi in altri quartieri o nei campi profughi che vennero creati fuori città e dove, a metà settembre, si trovavano più di 160.000 persone. Al tempo stesso, decine di migliaia di rifugiati punjabi occupavano le case rimaste vuote: le autorità indiane, sia locali che centrali, si rassegnarono ben presto all’impossibilità di ripristinare la situazione preesistente e di fatto legalizzarono ex post le occupazioni avvenute nel mese di settembre ad opera di rifugiati. Lo sforzo di raggruppare i residenti musulmani in zone in cui essi costituissero la maggioranza della popolazione non arrestò il fenomeno dell’appropriazione ed occupazione di case da parte dei rifugiati; questi ultimi continuarono ad affluire anche nei mesi successivi, occupando case rimaste vuote e, in alcuni casi, anche appropriandosi di quelle ancora abitate dopo averne scacciato i residenti[60]. Spesso regolarizzate ex post, queste appropriazioni contribuirono non poco al rimpicciolirsi dello spazio urbano abitato da musulmani, di fatto sottraendo ad esso interi quartieri. La “distruzione dell’eterogeneità”, ancorché non completa, risultò quindi dalla combinazione tra l’afflusso di un gran numero di rifugiati, l’attività di gruppi politici estremisti ideologicamente favorevoli a che Delhi divenisse il più possibile priva di abitanti musulmani, e la scelta da parte delle autorità locali (a tutti i livelli) di accettare come un fatto compiuto la riallocazione dei rifugiati punjabi nelle case e nei quartieri abitati da musulmani dopo l’estromissione forzata di questi ultimi.

Conclusioni

 Nel corso degli anni Quaranta del Novecento, il verificarsi di migrazioni forzate su vastissima scala portò – come si è visto – alla “distruzione dell’eterogeneità” in molte città dell’Europa, del Medio Oriente e del subcontinente indiano. Si trattò di un fenomeno non privo di antecedenti, che si era verificato già a seguito delle migrazioni forzate che avevano coinvolto i musulmani dell’Europa sudorientale e poi i cristiani dell’Anatolia e sarebbe continuato ancora nei decenni successivi. Per esempio, nel 1950-1 l’esodo degli ebrei iracheni, fatti oggetto di politiche discriminatorie e repressive (formalmente a carattere antisionista), portò alla scomparsa della Baghdad ebraica; in questo caso la (parziale) “distruzione dell’eterogeneità” mise fine alla storia plurisecolare di una comunità religiosa che, all’inizio del XX secolo, era la più numerosa della città[61]. Quattro decenni dopo, il conflitto che contrappose Armenia e Azerbaigian negli anni della dissoluzione dell’Unione Sovietica avrebbe portato, tra l’altro, all’esodo quasi totale degli armeni residenti a Baku (eccezion fatta per qualche migliaio di persone, perlopiù mogli armene di uomini azeri), conseguenza di un vero e proprio pogrom nel gennaio 1990[62].

In molti casi, come si è visto, la “distruzione dell’eterogeneità” fu assai meno cruenta di quella fisica inflitta ad altri centri urbani a seguito di bombardamenti aerei o di combattimenti nelle strade. Paradossalmente, però, i danni apportati dall’emigrazione forzata oppure dallo sterminio di una parte degli abitanti di una città si sono rivelati a volte ben più duraturi di quelli, a prima vista più evidenti, causati dalle distruzioni materiali. Città come Caen, Dresda, Hiroshima e Stalingrado – per citare solo alcuni centri urbani pressoché totalmente distrutti nello stesso arco temporale di cui si occupa questo scritto, e per effetto degli stessi eventi bellici che hanno fatto da cornice alle migrazioni forzate menzionate in precedenza – sono state successivamente ricostruite. Non così le città ebraiche svanite, i cui abitanti sopravvissuti hanno continuato le loro esistenze altrove, spesso in altri continenti. Lo stesso si può dire per Lwów e Wilno, così come per la Delhi precedente il 1947. L’urbicidio identitario, in ultima analisi, si è spesso rivelato più duraturo di quello rivolto contro le strutture materiali.


NOTE

[1] Questo scritto rielabora un intervento ad un convegno tenutosi a Rimini nel febbraio 2024; desidero ringraziare gli organizzatori e i partecipanti a quest’ultimo, in particolare Raoul Pupo per avermi invitato a preparare il mio contributo per la pubblicazione. Desidero inoltre ringraziare Mariangela Palmieri, Niccolò Pianciola e Fabio Todero per aver riletto e commentato versioni precedenti dello scritto; imprecisioni, oscurità, errori ed interpretazioni restano ovviamente interamente mie.

[2] Sui musulmani caucasici v. ora V. Hamed-Troyansky, Empire of Refugees: North Caucasian Muslims and the Late Ottoman State, Stanford University Press, Stanford 2024.

[3] Per una ricostruzione di questa storia mi permetto di rinviare ad A. Ferrara-N. Pianciola, L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa, Il Mulino, Bologna 2012.

[4] Vedi S. Paichadze, P.A. Seaton, Voices from the Shifting Russo-Japanese Border: Karafuto/Sakhalin, Routledge, London 2015, pp. 67-8.

[5] A. Ferrara, Microcosmi cittadini: città e nazionalismi nel Medio Oriente europeo, in «Storica», n. 37, 2007, pp. 141-163.

[6] V. Prott, Destroying the Paris Order: The Fire of Smyrna as a Global Turning Point in The War for Anatolia and the Remaking of International Order: Greece, Turkey and the End of WWI, eds. G. Giannakopoulos, J. A. Maiolo, G. Van Steen, Bloomsbury, London 2026, pp. 11-30.

[7] M. Coward, Urbicide. The politics of urban destruction, Routledge, London 2009, pp. 38-9, 53.

[8] Cifre da I. F. Offenberger, The Jews of Nazi Vienna, 1938-1945: rescue and destruction. Springer, 2017, pp. 197 e 2 rispettivamente.

[9] A. Lichtblau, Austria in W. Gruner, J. Osterloh (eds.),The Greater German Reich and the Jews: Nazi Persecution Policies in the Annexed Territories 1935-1945. Berghahn Books, New York-Oxford 2015, pp. 39-67, p. 47; H. Rosenkranz, The Anschluss and the tragedy of Austrian Jewry 1938-1945 in The Jews of Austria: essays on their life, history and destruction, ed. J. Fraenkel, V. Mitchell, London 1967, pp. 479-547, p. 483.

[10] D. Cesarani, Becoming Eichmann: rethinking the life, crimes, and trial of a “desk murderer”, Da Capo Press, Cambridge (MA) 2006, 62-8.

[11] G. Botz, The Jews of Vienna from the Anschluss to the Holocaust in Hostages of modernization: studies on modern antisemitism, 1870-1933/39, H. A. Strauss, ed. Walter de Gruyter, New York 1993, pp. 836-856, p. 845-846.

[12] Documents on German Foreign Policy, 1918-1945. Series D (1937-1945), Vol. V, United States Government Printing Office, Washington 1953, pp. 895-896, nota 2.

[13] H. Rosenkranz, The Anschluss, cit., p. 494.

[14] I. F. Offenberger, The Jews, cit., pp. 156, 195.

[15] A. Lichtblau, Austria, cit., pp. 53, tabella 2.2; Rosenkranz, The Anschluss, cit., p. 514.

[16]  R. Hilberg, The Politics of Memory : The Journey of a Holocaust Historian, Ivan R. Dee, Chicago, 1996, pp. 33, 42-8.

[17] H. Rosenkranz, The Anschluss, cit., p. 526.

[18] G. Botz, The Dynamics of Persecution in Austria, 1938-45 in Austrians and Jews in the twentieth century: from Franz Joseph to Waldheim, R.S. Wistrich, ed., St. Martin’s Press, New York 1992, pp. 199-219, p. 208.

[19] https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/warsaw, ultimo accesso 26 ottobre 2025.

[20] Y. Bauer, The death of the shtetl. Yale University Press, Yale 2009.

[21] Y. Weizman, Unsettled heritage: living next to Poland’s material Jewish traces after the Holocaust. Cornell University Press, Ithaca 2022.

[22] L. Krzyzanowski, M.G. Levine, Ghost Citizens: Jewish Return to a Postwar City, Harvard University Press, Cambridge 2020; L. Krzyzanowski, Holocaust Survivors and the Restitution of Jewish Private Property in Two Polish Cities, 1945-1948, in «Holocaust and Genocide Studies», n, 3, 2021, pp. 359-375.

[23] O. Bartov, Erased: Vanishing Traces of Jewish Galicia in Present-day Ukraine. Princeton University Press, Princeton 2007.

[24] Y. Weizman, Unsettled heritage, 27; J. Bjork, Reconquest, Reconstruction, Resumption: Churching Poland after the Second World War, in «German History», n. 2, 2024, pp. 231-247 (in particolare 231-3, 235).

[25] A. Ferrara, Microcosmi cittadini: città e nazionalismi nel Medio Oriente europeo, in «Storica», n. 37, 2007, 141-64.

[26] Per queste cifre v. M. Mazower, Salonicco, città di fantasmi: cristiani, musulmani ed ebrei tra il 1430 e il 1950. Garzanti, Milano 2005, rispettivamente pp. 346 e 21.

[27] I. Yosmaoğlu, Blood Ties Religion, Violence, and the Politics of Nationhood in Ottoman Macedonia, 1878-1908, Cornell University Press, Ithaca 2013 (https://library.oapen.org/handle/20.500.12657/30804).

[28] N.M. Gelber, An attempt to internationalize Salonika, 1912-1913, in «Jewish Social Studies», n. 17, 1955, pp.105-120; D.E. Naar, Jewish Salonica: Between the Ottoman Empire and Modern Greece, Stanford University Press, Stanford 2016, 1-3.

[29] A. Apostolou, Greek Collaboration in the Holocaust and the Course of the War in The Holocaust in Greece G. Antoniou, A. Dirk Moses, (eds.), Cambridge University Press, Cambridge 2018, pp.89-112 (soprattutto pp. 91-2, 95, 97-8, 111-2).

[30] T. Snyder, The Reconstruction of Nations: Poland, Ukraine, Lithuania, Belarus, 1569-1999, Yale University Press, Yale 2002, pp. 31-57.

[31] L. Kasmach, Belarusian Nation-Building: in Times of War and Revolution, Central European University Press, Budapest-Vienna-New York 2023, p. 53.

[32] T. Snyder, The Reconstruction of Nations, cit., pp. 57-83; T.R. Weeks, Vilnius between nations, 1795-2000, Northern Illinois University Press, DeKalb 2015, pp. 111-166.

[33] T. Balkelis, War, Ethnic Conflict and the Refugee Crisis in Lithuania, 1939-1940, in «Contemporary European History», n. 4, 2007, pp. 461-477.

[34] S. Sužiedėlis, Crisis, War, and the Holocaust in Lithuania. In Crisis, War, and the Holocaust in Lithuania. Academic Studies Press, Boston 2025, in particolare pp. 306-13, 329-41, 376-9.

[35] C. Mick, Lemberg, Lwów, and Lviv 1914-1947: Violence and Ethnicity in a Contested City. Purdue University Press, West Lafayette (IN), 2016, cap. 3.

[36] W. W. Hagen, The moral economy of ethnic violence: The pogrom in Lwów, November 1918, in «Geschichte und Gesellschaft», n. 2, 2005, pp. 203-226.

[37] C. Fink, Defending the rights of others: the great powers, the Jews, and international minority protection, 1878-1938. Cambridge University Press, Cambridge 2006, capp. 4-8.

[38] C. Mick, Lemberg, Lwów, and Lviv 1914-1947, cit., pp. 259-287.

[39] T.C. Amar, The paradox of Ukrainian Lviv: A borderland city between Stalinists, Nazis, and Nationalists, Cornell University Press, Ithaca 2015, p. 68.

[40] G. Rossolinski-Liebe, Stepan bandera: The life and afterlife of a ukrainian nationalist: Fascism, genocide, and cult, Ibidem-Verlag, Stuttgart 2014, pp. 167-240; J.P. Himka, Ukrainian Nationalists and the Holocaust, Ibidem-Verlag, Stuttgart 2021, pp. 199-359.

[41] T. Snyder, The causes of Ukrainian-Polish ethnic cleansing 1943, in «Past & Present», n. 179, 2003, pp. 197-234.

[42] G. Motyka, From the Volhynian Massacre to Operation Vistula, The Polish-Ukrainian Conflict 1943-1947, Brill, Schöningh, 2022.

[43] C. Mick, Lemberg, Lwów, and Lviv 1914-1947 cit., pp. 321-325.

[44] C. Gousseff, Échanger les peuples. Les déplacement des minorités aux confins polono-soviétiques, Fayard, Paris 2015; D. Halavach, A Soviet ethnic cleansing? The Polish-Soviet population exchange and the making of modern Ukraine, 1944-1947, «The Soviet and Post-Soviet Review» n. 1, 2020, pp. 85-115; D. Halavach, The Resettlement from Poland to the Soviet Union, 1944–47: Nation, Class, and Propaganda in Soviet Governance, «Kritika: Explorations in Russian and Eurasian History», n. 4, 2024, pp. 727-756.

[45] B. Morris, The birth of the Palestinian refugee problem revisited, Cambridge University Press, Cambridge 2004, pp. 99-116 e 186-221; su Jabalia v. A. Marzano, Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti, Il Mulino, Bologna 2025, p. 118.

[46] A. Confino, When Genya and Henryk Kowalski Challenged History-Giaffa, 1949: Between the Holocaust and the Nakba, in B. Bashir and A. Goldberg, eds., 2018. The Holocaust and the Nakba: A new grammar of trauma and history, Columbia University Press, New York 2018, pp. 135-153.

[47] D. Ofer, Holocaust survivors as immigrants: The case of Israel and the Cyprus detainees in «Modern Judaism», n. 1, 1996, pp. 1-23, in particolare pp. 11-12.

[48] B. Morris, The birth of the Palestinian refugee problem revisited, cit., pp. 383-5, 389-93, 424-434.

[49] M. Abbasi, The War on the Mixed Cities: The Depopulation of Arab Tiberias and the Destruction of its Old,’Sacred’City (1948-9), «Holy Land Studies: A Multidisciplinary Journal», n. 1, 2008, pp. 45-80.

[50] D. Talmon-Heller, B. Z. Kedar, Y. Reiter, Vicissitudes of a Holy Place: Construction, Destruction and Commemoration of Mashhad Ḥusayn in Ascalon «Der Islam», n. 1 (2016), pp. 182-215 (in particolare 205-207).

[51] I. Chattha, Partition and Locality: Violence, Migration, and Development in Gujranwala and Sialkot, 1947-1961, Oxford University Press, Karachi 2011, pp. 81-3.

[52] P.R. Brass, The partition of India and retributive genocide in the Punjab, 1946-47: Means, methods, and purposes in «Journal of Genocide Research», n. 1, 2003, pp. 71-101; C. Chatterjee, The Sikh minority and the partition of the Punjab 1920-1947, Routledge, London 2018.

[53] I. Chattha, Partition and Locality, pp. 146, 151-3, 161-5.

[54] I. Talbot, A tale of two cities: The aftermath of partition for Lahore and Amritsar 1947-1957 in «Modern Asian Studies», n. 1, 2007, pp. 151-185 (in particolare pp. 151-152).

[55] R. Geva, Delhi Reborn: Partition and nation building in India’s capital, Stanford University Press, Stanford 2022, pp. 84-6, 90.

[56] R. Geva, The Scramble for Houses: Violence, a factionalized state, and informal economy in post-partition Delhi, «Modern Asian Studies», n. 3, 2017, pp. 769-824, in particolare p. 770.

[57] S. Ahmad, Muslim pasts and presents: Displacement and city-making in a Delhi neighbourhood, «Modern Asian Studies», n. 6, 2022, pp.1872-1900, in particolare p. 1881.

[58] R. Geva, Delhi Reborn, cit., pp. 115-6, 121-2.

[59] V.F.Y. Zamindar, The long partition and the making of modern South Asia: Refugees, boundaries, histories. Columbia University Press, New York 2007, p. 21.

[60] R. Geva, The Scramble for Houses cit., pp. 772-6, 783-5.

[61] S.G. Haim, Aspects of Jewish life in Baghdad under the monarchy, in «Middle Eastern Studies», n. 2, 1976, pp.188-208, in particolare p. 188.

[62] T. De Waal, Black garden: Armenia and Azerbaijan through peace and war. NYU press, New York 2013.