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Frontiera Adriatica

Atlante dei Centri di raccolta dei profughi istriano-giuliani-dalmati. Risultati e prospettive di ricerca

Introduzione

Atlante dei centri di raccolta dei profughi istriano-giuliani-dalmati (https://www.reteparri.it/esodiprofuganzeww2/), è un progetto di ricerca sui centri di raccolta dei profughi giuliani e dalmati promosso dall’ Istituto nazionale Ferruccio Parri e dal Consiglio nazionale delle ricerche – Dipartimento di Scienze umane e sociali, patrimonio culturale (Cnr-Dsu).

L’Atlante si pone principalmente come strumento di divulgazione. Un progetto di public history che utilizzando una chiave d’accesso agile come la rete, ha come obiettivo quello di avvicinare insegnanti, studenti, ricercatori e cittadinanza alla comprensione di un tema complesso, fornendo loro strumenti e fonti per approfondire un tassello di storia nazionale che, a ben vedere, ci parla, non solo dell’esodo ma di una storia più ampia, che è quella di una guerra dichiarata e persa, della lunga e difficile ricostruzione e, infine, della grande trasformazione del nostro paese. In questo senso l’Atlante contribuisce a colmare una lacuna significativa, offrendo per la prima volta una rappresentazione sistematica e accessibile di un fenomeno che coinvolse alcune centinaia di migliaia di persone tra il 1945 e la fine degli anni Cinquanta.

Si tratta, sul piano storiografico di un segmento importante di ricerca, poiché mai fino a ora vi era stato il tentativo di mappare, studiare e descrivere nello specifico i diversi campi. Un’operazione che permette quindi di consolidare un quadro nazionale unitario, superando la precedente frammentarietà di studi locali e fornendo un repertorio verificabile dei centri che strutturarono l’accoglienza della diaspora giuliano dalmata.

1. La ricerca

La ricerca, durata un biennio, ha consentito di censire, geolocalizzare e tracciare la storia di strutture nelle quali trovarono ricovero i profughi provenienti Venezia Giulia e dalla Dalmazia. Si tratta non soltanto di centri di raccolta ma anche di altre realtà che, seppure non abbiano propriamente assolto alla funzione di campi, si sono rivelate di interesse e rilevanza, rappresentando luoghi simbolo e simbolici dell’esodo giuliano – dalmata (Fertilia nei pressi di Alghero, il Villaggio giuliano-dalmata di Roma, i centri di smistamento di Venezia e Ancona, ecc.).

Fig. 1 Home page del sito Atlante dei centri di raccolta dei profughi istriano-giuliani-dalmati

Tale approccio consente di osservare la geografia dell’esodo non come fenomeno confinato alle regioni di confine, ma come evento realmente nazionale, con strutture attive dal Friuli Venezia Giulia alla Sicilia.

Sul piano della quantificazione l’Atlante ha schedato 106 strutture scegliendo di prendere in considerazione, relativamente ai CRP, esclusivamente quelli gestiti direttamente dal Ministero dell’Interno il cui numero, come rivela più di una tra le fonti consultate, ammontava nel 1947 a 109 distribuiti sull’intero territorio nazionale.

Utilizzando un ampio ventaglio di documentazione che ha intrecciato documentazione archivistica proveniente da archivi nazionali e locali unitamente ad altre tipologie di fonti, con particolare rilevanza a quelle emerografiche, l’Atlante restituisce la capillarità di un fenomeno che coinvolse, in maniera diretta, l’intera penisola. Ogni scheda è stata costruita utilizzando un impianto ben definito, che prevede la ricostruzione della singola struttura della storia del centro sia prima del suo utilizzo come campo di raccolta per i giuliano-dalmati (i cui numeri sono stati, laddove possibile, censiti), sia dopo la dismissione, che in molti casi coincise con una rifunzionalizzazione. Sono stati inoltre segnalati eventuali interventi di valorizzazione dei luoghi, come l’apposizione di targhe o segni di memoria relativi alla presenza dei profughi. L’utilizzo di questo metodo comparativo offre una base preziosa per future ricerche su memoria pubblica, politiche abitative e trasformazioni urbane legate ai luoghi dell’esodo.

2. Le schede

A completamento del lavoro è stata realizzata una scheda tipo, la cui lunghezza varia in funzione delle informazioni reperite, che presenta nel dettaglio la ricostruzione storica di ciascun centro di raccolta, presentando una standardizzazione che consente confronti sistematici tra diversi contesti regionali e offre una piattaforma omogenea per ulteriori implementazioni del progetto.

Parola chiave nella diaspora giuliano-dalmata, il campo diventa una sorta di lemma, che indica non solo la perdita della terra lasciata, ma anche l’inizio di una condizione nuova e sconosciuta e cioè quella di profugo. Un passaggio lungo e complesso, anche sul piano temporale, se è vero che gli ultimi centri, ridottisi a 9, chiuderanno i battenti soltanto nel 1970, evidenziando così i caratteri di un’emergenza che, ritenuta temporanea dalle autorità governative, si era in realtà trasformata in continuativa superando così, e non di poco, le tempistiche prospettate. La durata delle strutture, spesso superiore ai venti anni, mostra come esse divennero laboratori sociali nei quali si sperimentarono forme di assistenza, controllo amministrativo e integrazione comunitaria.

Fig. 2 La mappa dei siti censiti nell’Atlante

La gestione delle strutture fu affidata al ministero dell’Interno, che ereditò tali competenze dal soppresso ministero dell’Assistenza Post-Bellica. Le prefetture esercitavano il controllo sulle attività interne dei campi. La presenza stabile della polizia e la regolamentazione degli ingressi e delle uscite dimostrano come i campi avessero una natura ambivalente, tra sostegno sociale e controllo della mobilità.

Oltre al dato numerico e alla localizzazione geografica, l’Atlante restituisce uno sguardo sulla molteplicità dei differenti complessi utilizzati, ricavati da edifici in disuso, riadattati e risistemati per la loro nuova attività. Troviamo così fabbriche dismesse, scuole (Milano), ospedali, conventi (Lucca), caserme, convitti (Venezia), ex colonie marine (Chiavari, Marina di Massa e Marina di Carrara), residenze reali (è il caso di Villa Reale  a Monza, di proprietà dei Savoia), ma anche campi di concentramento, internamento e prigionia: è il caso della Risiera di San Sabba a Trieste che nella prima metà degli anni Cinquanta ospitò esuli della Zona B e poi profughi dell’Europa orientale, di Laterina ad Arezzo, di Servigliano in provincia di Ascoli o di Fossoli a Modena. La qualità dello spazio abitato influenzava direttamente le condizioni di vita dei profughi e i percorsi di integrazione. Alcuni complessi si trasformarono nel tempo in realtà attrezzate con scuole, infermerie, spacci e spazi ricreativi. Altri, invece, conservarono caratteristiche più restrittive e precarie.

Le diverse schede dell’Atlante ci consegnano anche, tra le righe, la quotidianità vissuta dai profughi nei box e nei cameroni costretti a sopportare un’esistenza precaria durata anni.

Un ultimo ma non meno importante elemento che emerge dalla storia dei campi è il richiamo alle politiche assistenziali intraprese dal governo italiano in favore dei profughi che, sul lungo periodo, porteranno alla progressiva dismissione delle strutture in concomitanza con la costruzione, a partire dalla prima metà degli anni Cinquanta, delle abitazioni di edilizia popolare da assegnare ai giuliano-dalmati. Un punto di svolta si avrà con la Legge n. 137 del 4 marzo 1952, meglio nota come Legge Scelba che porterà alla costruzione, in svariate città del nostro paese a veri e propri quartieri giuliano-dalmati che rappresentano un capitolo fondamentale dell’integrazione, poiché trasformarono una condizione di provvisorietà prolungata in una residenza stabile, ridisegnando urbanisticamente interi territori cittadini.

Le schede richiamano inoltre, per restare nell’ambito assistenziale, le politiche migratorie intraprese per favorire, mediante programmi di resettlement (ricollocamento lavorativi) l’emigrazione in altri paesi di profughi e rifugiati. Il riferimento va all’Unrra (United Nations Relief and Rehabilitations Administration) e all’Iro (International Refugees Organization), agenzie legate a filo doppio con le Nazioni Unite, che diventano una presenza piuttosto costante in alcuni campi, evidenziando così le funzioni ricoperte da alcune delle strutture censite nei progetti di emigrazione assistita.