Pier Antonio Quarantotti Gambini e Fulvio Tomizza sono ritenuti, pur con sensibili differenze, i più autorevoli cantori dell’Istria, la loro terra d’origine. Sfalsati di una generazione, le loro esistenze si sono in qualche modo incrociate, anche se molto fuggevolmente.
Il saggio analizza i percorsi biografici e tematici dei due scrittori, mettendone in evidenza sintonie e diversità, soffermandosi, tra l’altro, sulle posizioni che entrambi hanno assunto su una questione cruciale per la storia della Venezia Giulia, quello del rapporto con il mondo slavo. Tomizza si è distinto per la prospettiva, indicata con forza, di una convivenza, pacifica e solidale, tra le diverse nazionalità e culture che vivono nelle terre di confine. Quarantotti Gambini, invece, pur essendosi espresso, anche con asprezza, contro la violenza rappresentata dalla volontà degli jugoslavi di annettersi dei territori italiani, ha affrontato con parole più complesse il rapporto tra civiltà e culture diverse su uno stesso territorio, non escludendo un’armoniosa familiarità con il mondo slavo.
Parole chiave: Quarantotti Gambini, Tomizza, Istria, esodo, mondo slavo
1. Il legame con la terra d’origine
Situata tra il golfo di Trieste e quello del Quarnaro, crocevia di culture, lingue e popoli, l’Istria è stata, nel corso dei secoli, una terra dalla storia tormentata, caratterizzata da dominazioni incrociate, conflitti etnici, e vicende anche tragiche. Il suo periodo più buio lo ha segnato il Novecento, quando le tensioni tra le nazionalità si sono inasprite con il Fascismo e le sue politiche di italianizzazione forzata di sloveni e croati; durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale tali tensioni sono esplose con gli eccidi delle foibe, compiuti dai partigiani di Tito nei confronti, in larga prevalenza, della popolazione italiana, cui è seguito il massiccio esodo di quest’ultima, soprattutto dopo il passaggio della piccola penisola alla Iugoslavia. Oggi, il clima in Istria è, per fortuna, mutato.
Questa terra, attualmente divisa tra Slovenia, Croazia e, per una piccola porzione, Italia, è riuscita a elaborare, in larga parte, il suo passato, divenendo, nonostante le profonde cicatrici storiche, un luogo di dialogo e convivenza.
Pier Antonio Quarantotti Gambini e Fulvio Tomizza, nati entrambi in Istria, delle sue vicende travagliate sono stati, ciascuno a suo modo, ma l’uno e l’altro con grande intensità, profondamente partecipi, pur in periodi solo in parte coincidenti, emergendo come due voci, nel campo letterario, tra le più alte di questa terra, anche se ne hanno interpretato anime, per molti aspetti, diverse.
Sebbene siano piuttosto limitate le caratteristiche e le esperienze comuni, e molto differenti i rispettivi orientamenti ideali, non mancano punti di contatto tra i loro percorsi biografici e artistici. Per questo porremo a confronto i due scrittori, al fine di coglierne meglio sintonie e divergenze.
Sul nascere degli anni Sessanta, Pier Antonio Quarantotti Gambini è al culmine della carriera letteraria, con molte opere pubblicate anche in diversi paesi europei e i suoi due romanzi più importanti divenuti oggetto di trasposizioni cinematografiche da parte di registi famosi[1]. Fulvio Tomizza, invece, sulla scena letteraria si è affacciato da poco, già dimostrando, però, di possedere grande talento. Separati temporalmente da una generazione, sono ambedue, come si è detto, nati in Istria.
Il primo è venuto al mondo nel 1910 a Pisino, dove il padre aveva ottenuto un posto di insegnante, per vivere, subito dopo, tra Trieste e Capodistria, e stabilirsi, infine, a partire dal 1945, a Venezia, ritrovando, in qualche modo, tra le sue calli e i suoi canali, i colori e le atmosfere della sua terra d’origine.

Fig. 1 Pierantonio Quarantotti Gambini
(https://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Antonio_Quarantotti_Gambini#/media/File:Quarantotti_Gambini.jpg)
A lasciare Trieste l’aveva indotto il procedimento cui era stato sottoposto, lo stesso anno, dalla commissione di epurazione istituita dagli Alleati (ma composta tutta da triestini), che si era concluso con l’ordine di licenziamento dall’incarico di direttore provvisorio della Biblioteca civica, in quanto accusato di averlo ottenuto per favoritismo del ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai (il riferimento era a un biglietto scritto da Bottai al podestà di Trieste). Già durante i giorni dell’occupazione iugoslava di Trieste, una commissione di epurazione lo aveva sospeso dall’incarico. In questa vicenda, non avevano avuto alcun peso gli elementi attestanti il suo anti-fascismo; tra questi, il fatto che, durante l’occupazione tedesca, correndo non pochi rischi, avesse destinato una stanza della Biblioteca agli incontri segreti del Cln giuliano. Lo schiaffo ricevuto lo aveva spinto a definirsi «un antifascista epurato»[2].
Tomizza, invece, è nato nel 1935 a Giurizzani, villaggio della frazione di Materada del comune di Umago, in un territorio non lontano dal mare, ma con tutti i caratteri dell’Istria interna, contadina e mistilingue, nel quale avevano vissuto per secoli i suoi avi, provenienti dalla Dalmazia.

Fig. 2 Fulvio Tomizza
(https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/09/Fulvio_Tomizza.jpg)
Pure lui si è poi trasferito, ventenne, nella città di San Giusto. «Mi piace Trieste», scriverà diversi anni dopo, «proprio per i suoi contrasti: per la sua aria compassata e disinibita, il suo cosmopolitismo inconsapevole e trepidamente familiare, la sapienza congenita e insicura della sua gente, la mutabilità del suo cielo e dei venti che la premono da ogni lato»[3]. In seguito, però, ritornerà spesso nella sua Istria, a vivere e, soprattutto, a scrivere. «Quel cantuccio di terra rossa, cinto da siepi e da un boschetto di roveri», confesserà, «sta diventando il solo ambiente in cui mi riesce di sentirmi vivo, integro, relativamente sereno»[4].
2. L’Istria costiera e l’Istria rurale
Quando, nell’ottobre del 1960, esce, per Mondadori, Materada, l’opera prima di Tomizza, Quarantotti Gambini la legge con curiosità e interesse, e capisce subito di trovarsi di fronte a un narratore di grande talento. Si mette, quindi, alla macchina da scrivere e fissa alcune considerazioni in una lettera che gli indirizza. Coglie, nel romanzo, «qualcosa che non è facile definire: qualcosa, rispetto ai narratori d’oggi, come un più tenero, e più largo, fondo umano». «Questa», aggiunge, «è, per me, la sua novità; ed è, grazie a Dio, una novità dovuta a un temperamento». Conclude, affermando di ammirare molto anche «il suo modo di esprimersi, che accoglie con spontaneità così felice parole e frasi della nostra gente»[5]. Pronto, il ringraziamento di Tomizza che, in una lettera vergata a penna con la sua scrittura minuta e precisa, così gli risponde: «Le sue parole di elogio mi giungono come il premio più ambito che potessi desiderare, perché formulate da uno scrittore che per tutta una serie di motivi ritengo il più competente a giudicare il mio “Materada”. Mi ha fatto particolare piacere che lei vi abbia colto ciò che benevolmente definisce la mia “novità”. E mi ha anche rallegrato il fatto che abbia ritrovato nel libro il linguaggio immediato della nostra gente»[6].

Fig. 3 F. Tomizza, Materada, Mondadori, Milano 1960
Gran parte dei passi della lettera di Quarantotti Gambini saranno riportati da Tomizza nei Cenni autobiografici che inserirà in una successiva edizione del romanzo, quella del 1972.
Lo scrittore di Giurizzani, dal canto suo, ha letto alcuni libri di Quarantotti Gambini. Li apprezza, ma si considera molto diverso dal loro autore. Lui (Tomizza) ha dato voce all’Istria interna, più «anonima e umile», «meno condizionata dalla storia, più resistente alle innovazioni economiche e ai rivolgimenti politici che altrove hanno finito per imporsi fino a contraffarla»[7]. «È l’Istria […] la cui vita non accusa vuoti, regolata com’è dalle urgenze nei campi e nella stalla, e perciò appare di più certa durata»[8]. A Quarantotti Gambini riconosce, invece, il ruolo di cantore di «un’Istria marcatamente e forse pomposamente veneta, che in un certo senso mi esclude e che sento appartenere di diritto a lui, ma anche al Giani Stuparich di Racconti istriani»[9]. L’Istria dell’autore de La calda vita è, in effetti, a differenza di quella di Tomizza, prevalentemente marittima. A testimoniare l’importanza del mare nell’Istria di Quarantotti Gambini, anche alcune righe da lui scritte nei primi anni Sessanta: «L’Istria ha questo di caratteristico in quasi tutta la sua campagna: l’ininterrotta presenza o la continua vicinanza del mare. Anche a chilometri dalla costa, sulla terra istriana – corsa dalle brezze dell’Adriatico – si percepisce, specie di notte, il respiro del mare»[10].
3. L’esodo e l’atteggiamento verso il mondo slavo
Anche per quanto riguarda l’Esodo, i due scrittori rappresentano anime e sensibilità diverse.
L’autore de L’Onda, costretto nel 1945 ad abbandonare la sua terra natale, dove di lì a poco le forze di Tito avrebbero confiscato tutti i beni dei Gambini, non prova certo simpatia nei confronti dei nuovi arrivati. Ricercato dagli iugoslavi durante i quaranta drammatici giorni della loro occupazione di Trieste (non si può escludere che volessero deportarlo, se non addirittura eliminarlo fisicamente), ed essendo fortunosamente riuscito ad allontanarsi dalla città, in seguito considererà rischioso ritornare in Istria. Lo farà, a quanto si sa, una sola volta, e molto fugacemente, nell’estate del 1961, trasferendo, poi, tale amara esperienza in un racconto, intitolato Tre bandiere.
Tomizza, invece, ha lasciato la terra natale nel 1955 e verso il nuovo regime, che ha più volte incarcerato suo padre ed espropriato i beni della sua famiglia, nutre sentimenti fortemente contrastanti. «Io», racconterà in un’intervista, «covavo un senso di rivolta e di segreta adesione per questo regime, che si abbandonava a eccessi vergognosi, pur avendo portato riconoscimento e dignità a una terra calpestata»[11]. Sente anche incerta e problematica la sua identità: «Ero italiano e slavo», confesserà in seguito, «in definitiva né italiano né slavo, ma “altro”: un ibrido, nato libero e benestante in un angolo di campagna rigoglioso ma umilissimo»[12].
Diversi anni dopo, grazie all’appoggio della nonna materna, rimasta cittadina iugoslava, Tomizza nella sua terra riuscirà ad acquistare una casetta, non lontano da Giurizzani, che diventerà il suo «rifugio», punto di riferimento esistenziale e luogo privilegiato per la scrittura dei suoi romanzi. Considerato lo «scrittore di frontiera» per eccellenza (anche se confessava che tale termine non gli piaceva molto, pur riconoscendosi in esso), verrà, successivamente, distinguendosi per la prospettiva, che indicherà con forza, di una convivenza pacifica e solidale tra le diverse nazionalità e culture che vivono in Istria, ma più in generale nelle terre di confine. «Una regione autonoma istriana», scriverà nel 1992, «estesa magari a una parte del circondario triestino, nel rispetto della sovranità territoriale dei tre Stati governanti, costituirebbe una palestra di cooperazione e di convivenza, di approccio inventivo, di scambio di esperienze, di mutuo ricorso ad altre culture, di scoperte e di rivisitazioni»[13]. Tale prospettiva, che auspicherà per il futuro dell’intera Europa (e oggi, nella sua Istria, in gran parte realizzata), sarà da lui stesso definita la sua «utopia». «Le vere utopie», aggiungerà, «travalicano il destino del singolo, associandolo a quello degli altri che gli vivono intorno»[14].
Quarantotti Gambini, invece, non ha posto tra i temi al centro delle sue opere quello dei rapporti tra italiani e mondo slavo, anche se non ha mancato di affrontarlo. Aiutano a comprenderne la ragione le considerazioni che esprime Claudio Magris in uno scritto comparso qualche anno fa in una riedizione di Primavera a Trieste, il libro di Quarantotti Gambini che rievoca, in forma di diario, i drammatici giorni della primavera del 1945, quando si verificarono la sollevazione antinazista di Trieste e la successiva occupazione titina.

Fig. 4 P.A. Quarantotti Gambini, Primavera a Trieste, Milano 1951
Afferma Magris:
«L’Istria di Quarantotti Gambini è marina, costiera; veneta e, attraverso la venezianità, italiana. Il mondo slavo è mondo di terra, fisicamente vicinissimo ma socialmente e culturalmente lontano e perciò poco presente nell’immaginario di Quarantotti Gambini […] Sarà Tomizza, uomo e scrittore di terra, a dare nei suoi romanzi una forte voce poetica al mondo slavo […] La concezione di Quarantotti Gambini non esclude affatto un’armoniosa familiarità col mondo slavo, un sentimento di reciproca vicinanza, fonte di tanti singoli atteggiamenti umani profondamente autentici ma storicamente discriminatori e destinati a perire, con tutto l’umanissimo dolore – da entrambe le parti – che comporta la fine di un mondo, anche ingiusto sotto molti aspetti ma pure distrutto con ingiustizia»[15].
La questione dei rapporti tra «civiltà diverse» in Quarantotti Gambini viene analizzata anche da Elvio Guagnini nell’introduzione alla stessa edizione di Primavera a Trieste.
Lo studioso osserva come lo scrittore, «mentre, con tono aspro, si esprime contro la violenza rappresentata dalla volontà degli iugoslavi di annettersi dei territori italiani, affronta, con parole più complesse, il rapporto tra civiltà e culture diverse su uno stesso territorio»[16]. Guagnini cita, tra l’altro, un episodio raccontato dallo scrittore proprio in Primavera a Trieste. Studente universitario a Milano, nel 1930 Quarantotti Gambini aveva sentito, a bordo di un tram, i commenti di approvazione, da parte di alcuni passeggeri chini su un giornale, della sentenza di condanna del Tribunale speciale contro un «gruppo di agitatori slavi della Venezia Giulia», che, per qualcuno degli imputati, era una condanna a morte. Questi, i pensieri che avevano attraversato la sua mente in quella circostanza:
«[…] anche se deploravo l’errore politico commesso dall’Italia con quel processo, non potevo in alcun modo solidarizzare con la violenza slava che l’aveva provocato. Tuttavia, pensando in quel momento agli slavi dell’Istria, li sentii, come non mi era mai avvenuto, gente della mia terra, istriani come me, anche se d’altra stirpe. L’essere nati e cresciuti in uno stesso paese, sotto lo stesso sole, davanti allo stesso mare, non imprime un certo carattere comune? E dunque potevo sentirmi vicino agli slavi della mia terra; ed essi – propaggine straniera sviluppatasi sul nostro suolo, entro la cerchia delle Alpi – potevano in qualche modo sentirsi più vicini e simili a noi italiani dell’Istria che non ai propri connazionali d’oltralpe. Quel mattino, lì in tram, nell’orgasmo che mi aveva preso, non sentii più alcuna differenza tra noi e gli slavi; essi erano come noi, e noi come loro: istriani; e sentii in quegli istanti, con strazio e con ribellione, che la condanna pesava su noi tutti»[17].
A testimonianza che il suo non fosse un modo di sentire isolato, Quarantotti Gambini, nello stesso libro, cita un altro episodio.
Racconta, infatti, che una medaglia d’oro giuliana della Prima guerra mondiale, partecipando ad un banchetto con un gruppo di alti ufficiali, essendo caduto il discorso sugli slavi e «avendo qualcuno creduto di poterne parlare con scherno, con un pugno aveva fatto sobbalzare la tavola. Pallido dallo sdegno aveva poi sferzato i presenti ammutoliti con parole che nessuno si sarebbe atteso».
Ritornando alle riflessioni di Guagnini, lo studioso, in sostanza, ribadisce che il sentimento di Quarantotti Gambini nei confronti degli slavi è piuttosto «complesso», al di là, aggiunge, di alcuni «giudizi sommari e anche di pregiudizi», che si ritrovano in qualche suo scritto, «nel generare i quali hanno avuto certo un ruolo, oltre alle sue inclinazioni personali, anche il risentimento per le proprie vicende private», vissute in momenti oltremodo drammatici.
Le considerazioni espresse da Guagnini nelle righe appena riportate fanno riferimento ad alcuni aspetti, che potremmo definire “discutibili”, del sentire di Quarantotti Gambini nei confronti del mondo slavo. Questi aspetti, che non vanno certo ignorati, al fine di comprendere in modo adeguato la sua visione, vanno comunque valutati, come lascia intendere lo stesso Guagnini, tenendo conto, oltre che degli eventi drammatici, che hanno caratterizzato quel particolare periodo della sua vita, anche delle riflessioni di tenore diverso su queste tematiche (da qui la «complessità» del suo sentimento) che si ritrovano in altre sue pagine, alcune delle quali abbiamo poc’anzi richiamato.
Per quanto riguarda, poi, il tema della frontiera, riferendosi a Quarantotti Gambini, il critico Carlo Bo parla di scrittore «non di frontiera, ma di frontiere», con allusione a delle «frontiere psicologiche, quali il tempo, la memoria, il senso del dolore [che] sanno fissare nella parte più segreta di noi». «Dall’Onda dell’incrociatore in poi», aggiunge il critico, «Quarantotti Gambini non ha fatto che mettere a fuoco queste segrete frontiere dell’anima»[18]. Lo studioso Vittorio Frosini, invece, lo definisce «uomo e scrittore di confine […] in senso piuttosto metaforico che territoriale», «perché interprete di stati d’animo, differenziati da regimi politici, da costumi civili e da rapporti umani fra loro profondamente diversi»[19].

Fig. 5 P.A. Quarantotti Gambini, I nostri simili, Edizioni di Solaria, Firenze 1932
4. Affinità e sintonie
Significative diversità, dunque, tra i due scrittori, indubbiamente, esistono, ma alcuni aspetti, e non di poco conto, tuttavia, li uniscono, anche non considerando il profondo legame che l’uno e l’altro sentono per la terra natale (con i rispettivi baricentri, che sono, per Quarantotti Gambini, la frazione capodistriana di Semedella, dove domina la “villa” dei Gambini; per Tomizza, la località di Materada, con il villaggio natìo di Giurizzani).
Tormentati e schivi entrambi, li accomuna il non far riferimento a maestri o modelli ispiratori, e una scrittura chiara e nitida, pur se più controllata sul piano formale quella di Quarantotti Gambini, e più aperta all’apporto dialettale, sia nel lessico sia nella sintassi, quella di Tomizza, il quale ricorre anche a termini e locuzioni croate o di derivazione croata. Condividono tutti e due, inoltre, la caratteristica di inserire, spesso, le loro narrazioni all’interno di ben delineate cornici storiche: l’autore de La calda vita collocandole, principalmente, ma non solo, nel periodo della Prima guerra mondiale e negli anni che immediatamente la precedono e la seguono; lo scrittore di Giurizzani, invece, rivolgendo la sua attenzione all’epoca del Secondo conflitto mondiale e, soprattutto, del dopoguerra, con l’occupazione iugoslava dell’Istria e l’Esodo che ne è seguito. Tomizza si inoltrerà pure in territori della storia più lontani. È il caso, per esempio, del romanzo Il male viene dal Nord, incentrato sulla figura del vescovo di Capodistria Pier Paolo Vergerio, passato dalla più ligia ortodossia a un’accanita azione antipapale. Le sue ricerche su questo personaggio, come ci aveva raccontato lo scrittore, anni dopo, in uno dei nostri incontri nella sua casa triestina, gli erano state suggerite dalla lettura di alcuni brani di un romanzo rimasto inedito, proprio di Quarantotti Gambini, intitolato L’inferno è qui, pubblicati nel 1975 sulla rivista «Trieste».
«Da quella lettura», ci aveva spiegato Tomizza, «sono stato stimolato a fare delle ricerche sul luteranesimo in Istria, che poi sono state la fonte dei miei scritti per vent’anni», aggiungendo che «in Istria sono avvenuti processi per eresia in numero rilevantissimo, quasi, si fa per dire, come in tutto il resto d’Italia».
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Fig. 6 F. Tomizza, La miglior vita, Rizzoli, Milano 1977
5. Qualche incomprensione
Non ci è dato di sapere se Quarantotti Gambini e Tomizza si siano mai incontrati di persona. È, però, molto probabile che ciò sia avvenuto, forse in occasione delle riunioni dell’Associazione degli scrittori veneti, alla quale entrambi aderivano, e di cui Quarantotti Gambini era stato anche presidente, per un breve periodo, poco prima della sua scomparsa. Resta il fatto che tra loro non si è mai instaurata una vera amicizia, neppure epistolare. Le differenze, probabilmente, sono prevalse sugli aspetti che avevano in comune. Tra i due non sono mancate piccole “incomprensioni”. Era rimasto molto male Tomizza, nel 1964, quando, al Premio Campiello, con il suo romanzo La ragazza di Petrovia non era riuscito a entrare nella cinquina dei finalisti, da sottoporre, poi, alla Giuria dei Lettori per la scelta del vincitore assoluto. Tra coloro che non gli avevano accordato il voto, c’era anche Quarantotti Gambini, componente della Giuria dei Letterati. Questa era almeno la convinzione di Tomizza, come ci aveva confessato lui stesso, sulla base di quanto gli aveva riferito un altro giurato, suo amico. Lo scrittore riuscirà, invece, a essere inserito nella rosa dei finalisti al Campiello, l’anno successivo, con il romanzo La quinta stagione. Non sappiamo come avrebbe votato, questa volta, Quarantotti Gambini, il quale, nella Giuria dei Letterati, in quella edizione del Premio, non c’era. Poche settimane prima, infatti, un infarto aveva stroncato, improvvisamente e prematuramente, la sua esistenza.
NOTE
[1] I romanzi sono L’onda dell’Incrociatore e La calda vita, dai quali trassero film, rispettivamente, i registi Claude Autan-Lara (Les Régates de San Francisco, 1960) e Florestano Vancini (La calda vita, 1964). Dopo la morte dello scrittore, nel 1973, Franco Giraldi firmerà la trasposizione cinematografica del romanzo La rosa rossa, con lo stesso titolo del libro.
[2] Nell’opuscolo intitolato Un antifascista epurato e pubblicato a sue spese nel 1946, Quarantotti Gambini evidenziò come, a suo avviso, a dettare quel biglietto a Bottai (una «blanda e apolitica segnalazione») fosse stato il suo «valore letterario», tanto è vero che in esso Bottai si era riferito a lui come allo «scrittore Quarantotti Gambini», non al «camerata o al fascista». Aggiunse che Bottai «ricordava meglio d’ogni altro quale era sempre stato il mio atteggiamento verso la dittatura mussoliniana, se non altro per il fatto che, tra le accuse violentemente lanciatemi nel ‘33 dalla stampa del cessato regime [quando era uscito il libro I nostri simili], c’era pure quella della rivista Critica fascista da lui diretta».
[3] F. Tomizza, Trieste città di contrasti, in id. Alle spalle di Trieste, Bompiani, Milano 1995, pp. 37-38.
[4] Id., Perché amo vivere e scrivere ritirato nella mia Istria, in id. Alle spalle di Trieste, cit., p. 175.
[5] Lettera di P.A. Quarantotti Gambini a F. Tomizza, Venezia, 16 dicembre 1960 (Archivio Prezzolini-Biblioteca cantonale di Lugano, Fondo F. Tomizza).
[6] Lettera di F. Tomizza a P. A. Quarantotti Gambini, Trieste. 19 dicembre 1960 (Irci- Fondo P.A.Q.G.).
[7] F. Tomizza, Perché amo vivere e scrivere ritirato nella mia Istria, cit., p. 176.
[8] Id., Destino di frontiera: Dialogo con Riccardo Ferrante, Marietti, Genova 1992, p. 22
[9] Id., Perché amo vivere e scrivere ritirato nella mia Istria, cit., pp. 175-176.
[10] Id., L’Istria, in id., Luce di Trieste, Eri, Torino 1964, p. 27.
[11] Id. Destino di frontiera, cit., pp. 51- 52.
[12] Id., Simposio Est-Ovest alla Stazione Marittima, in id., Alle spalle di Trieste, cit., p.65.
[13] Id., Una lontana utopia, in id., Alle spalle di Trieste, cit., p. 215.
[14] Ivi, p. 211.
[15] C. Magris, Terra e mare, in P.A. Quarantotti Gambini, Primavera a Trieste, Mondadori, Milano 2018, p. XIII.
[16] E. Guagnini, «Un libro oltremodo rispettabile». Su Primavera a Trieste, in P.A. Quarantotti Gambini, Primavera a Trieste, cit., pp. XXX-XXXI.
[17] P.A. Quarantotti Gambini, Primavera a Trieste, Mondadori, Milano 1951, pp. 306-307.
[18] C. Bo, Celebrazione di P.A. Quarantotti Gambini, Circolo della Cultura e delle Arti, Trieste 1968, p. 30.
[19] V. Frosini, Un uomo di confine, in id., La famiglia Stuparich. Saggi critici, Del Bianco, Udine 1991, pp. 110, 112.
SCHEDE BIOGRAFICHE
Pier Antonio Quarantotti Gambini
Pier Antonio Quarantotti Gambini nasce il 23 febbraio 1910 a Pisino, in Istria (allora sotto l’Impero austro-ungarico), dove il padre Giovanni, originario di Rovigno, nella stessa penisoletta, ha ottenuto un incarico di insegnante di Lettere. Si trasferisce quasi subito con la famiglia a Trieste, vivendo poi, per molti anni, tra questa città e Capodistria, la città della madre, Fides Histriae Gambini, e del nonno, Pier Antonio. Capodistria (passata nel 1920 all’Italia, come tutta la Venezia Giulia), in particolare la sua frazione di Semedella, costituirà l’ambientazione di molti suoi romanzi. Esordisce come scrittore con un libro di racconti lunghi, I nostri simili, pubblicato per le edizioni di Solaria nel 1932. L’opera viene accolta con favore dalla critica, a cominciare da Eugenio Montale, che pur non gli risparmia alcuni rilievi. Contemporaneamente, però, si lanciano contro di lui il regime e una parte della stampa, secondo i quali l’opera rappresenta un mondo morale in antitesi con quello fascista. Si giunge persino a biasimarne il contenuto nel corso di una seduta del Gran consiglio del Fascismo. Nel frattempo, lo scrittore si è legato di una solida e duratura amicizia con Umberto Saba.
Alcuni anni dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza all’Università di Torino, ottiene, nel 1942, la nomina a direttore provvisorio della Biblioteca civica di Trieste. Da tale incarico, nel 1945, viene, prima sospeso dagli iugoslavi durante la loro occupazione di Trieste, poi, subito dopo, licenziato da una commissione istituita dagli Alleati, con l’accusa di averlo ottenuto per «favoritismo fascista». In seguito a questa amara vicenda, lascia definitivamente Trieste per trasferirsi a Venezia, dove dirige, dal 1945 al 1949, l’emittente Radio Venezia Giulia. Si tratta di una radio allestita per iniziativa del ministero degli Esteri italiano, al fine di fornire una controinformazione, principalmente, ai connazionali residenti nelle terre passate sotto il controllo di Tito, ma anche a quelli residenti nelle zone controllate dagli Alleati; una radio clandestina, cioè non autorizzata, vigendo allora il regime armistiziale, che prevede il controllo degli Alleati sugli atti del Governo italiano. Compie anche molti viaggi, che lo portano negli Stati Uniti, in Russia e in diversi paesi europei. Si spegne a Venezia, a soli 55 anni, il 22 aprile 1965.
Tra le sue opere più importanti, oltre a I nostri simili (1932), vanno segnalate La rosa rossa (1937), L’onda dell’incrociatore (1947), considerato da molti il suo capolavoro, Primavera a Trieste (1951), La calda vita (1958), Sotto il cielo di Russia (1963), I giochi di Norma (1964). Ha vinto diversi premi, da quello dell’Accademia d’Italia (1935) al Bagutta (1948), dal Ceppo (1963) al Puccini-Senigallia (1964).
Fulvio Tomizza
Fulvio Tomizza nasce il 26 gennaio 1935 in Istria, allora parte dell’Italia. Vede la luce nel villaggio di Giurizzani, nella frazione di Materada del comune di Umago. Il padre, Ferdinando, di sentimenti italiani, è un piccolo proprietario terriero e commerciante; la madre, Margherita Franck, ha origini slovene e si dedica anche lei all’attività commerciale della famiglia. Nel 1953 consegue la maturità classica al liceo Combi di Capodistria.
Lo stesso anno muore il padre, nei confronti del quale si sentirà colpevole, per essersene distaccato e, in qualche modo, per averlo tradito. Frequenta poi, per breve tempo, l’Accademia di Arte drammatica di Belgrado e, poco dopo, a Lubiana partecipa, come aiuto regista, alla lavorazione di un film diretto dal cecoslovacco František Čáp. Nel 1955, dopo che l’anno prima il Memorandum di Londra ha sancito, di fatto, il passaggio anche dell’ultima porzione dell’Istria alla Iugoslavia, si trasferisce a Trieste.
Il suo esordio letterario avviene nel 1957, quando, con tre racconti, giunge secondo al premio Cinque Bettole di Bordighera. Subito dopo comincia a collaborare con Radio Trieste. Nel 1960 esce il suo primo romanzo, Materada, passato attraverso una riscrittura consigliatagli da Elio Vittorini e salutato da giudizi molto positivi della critica. Nel 1961 viene assunto come giornalista alla sede Rai di Trieste. Lo stesso anno sposa la triestina Laura Levi, figlia del musicologo e compositore Vito Levi. Agli inizi degli anni Settanta, grazie alla nonna materna, rimasta cittadina iugoslava, riesce ad acquistare una casa nel villaggio di Momichìa, non lontano da Giurizzani, che diviene il suo «rifugio». Dopo la pubblicazione di diversi altri romanzi e testi teatrali, nel 1977 compare nelle librerie La miglior vita, ritenuto il suo capolavoro. Nel 1981 si dimette dalla Rai e si dedica esclusivamente alla scrittura. Vive con dolore le guerre che, negli anni Novanta, portano alla dissoluzione della Iugoslavia, esprimendo una forte condanna morale verso i nazionalismi che le hanno originate. Si spegne a Trieste, a soli 64 anni, il 21 maggio 1999.
Tra le sue numerose opere, figurano, oltre a quelle già citate, La quinta stagione (1965), L’albero dei sogni (1969), La città di Miriam (1972), L’amicizia (1980), Franziska (1997), Nel chiaro della notte (1999); tra quelle di carattere storico, Il male viene dal Nord (1984) e Gli sposi di via Rossetti (1986). Ha vinto numerosi premi, dal Viareggio (1969) allo Strega (1977), dal Selezione Campiello (più edizioni) al Premio dello Stato austriaco per la Letteratura europea (1979).