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Frontiera Adriatica

Sguardo individuale e guerra totale. Un triestino alla Grande guerra

1. Il “Fondo Iernetti”

 Nel 2019 L’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, grazie alla generosità di Carlo Iernetti, ha acquisito un ricco fondo fotografico. Esso consiste di un album fotografico in cartoncino, delle misure di 22,5 cm x 16,5, presumibilmente autocostruito, in cui sono raccolte 78 fotografie di diverso formato, variamente conservate; 63 istantanee, quasi tutte di formato 13×18, e tutte relative al periodo della guerra a differenza di quelle contenute nell’album; un apparecchio fotografico portatile a lastra ICA Niklas 109 con la sua custodia insieme ad una piastra per fotografie concepita per consentire un utilizzo a mano libera della macchina e la realizzazione di “istantanee”. Accanto alla macchina fotografica, nel suo astuccio in tela è conservato anche il treppiedi che, grazie alle 7 sezioni allungabili, permetteva di estenderne l’altezza dai 30 ai 120 centimetri. Più recentemente, in occasione dell’allestimento di una mostra allestita grazie a queste immagini[1], sono state donate altre 20 fotografie, riguardanti anch’esse il conflitto: detto per inciso, lo sviluppo di apparecchi portatili e la loro diffusione ha fatto sì che accanto all’enorme mole prodotta dai reparti fotografici dei diversi eserciti in lizza, esistano numerosi fondi privati che ci consentono di ampliare il nostro sguardo sull’evento.

Le fotografie e l’apparecchio fotografico appartenevano al triestino Ernesto Ierneicich – poi Iernetti – e si riferiscono soprattutto alla sua partecipazione alla Grande guerra, con l’uniforme dell’esercito austroungarico. Le notizie sulla sua vita non sono molte: di famiglia slovena, sappiamo che il padre Francesco (1872-1935) si era trasferito a Trieste da Lubiana; la madre si chiamava Leopolda Ghersina. Ernesto, nato a Trieste nel 1895, svolse la professione di maestro elementare nella scuola popolare di Barcola, dove convivevano sezioni italiane e slovene. Qui conobbe Gemma Iurizza (nata il 15 marzo 1891), anche lei maestra, con la quale si fidanzò. Durante la Grande guerra Ernesto prestò servizio come “volontario per un anno” e fu impiegato nelle Valli Giudicarie, in particolare a Bondo e Tione, raggiungendo il grado di Zugführer, ovvero di sergente.

Fig. 1 Frontespizio dell’Album fotografico di Ernesto Iernetti

Dopo il conflitto, rientrato a Trieste e ripreso il lavoro di insegnante, Ernesto sposò Gemma – a lei sono dedicate o indirizzate diverse fotografie del tempo di guerra – il 5 agosto 1921. In quello stesso anno, approfittando della normativa che concedeva a quanti ne facessero richiesta di “italianizzare” il proprio cognome, Ierneicich fu mutato in Iernetti[2]. Dall’unione nacquero tre figli: Glauco, Gemma – detta Gea per distinguerla dalla madre – e Anna. Curiosamente, Glauco avrebbe sposato Silvia Chersi, il cui zio era il volontario di guerra irredento Arrigo Kers e il cui cognome, in seguito all’emanazione del decreto Ministeriale del 5 agosto 1926 e dunque per imposizione fascista, fu mutato appunto in Chersi. Da parte sua, Ernesto continuò a svolgere la professione di maestro sia nella scuola che, nel secondo dopoguerra, nei ricreatori comunali. Morì nella sua città natale il 4 febbraio 1963.

Le fotografie del tempo di guerra, che come accennato costituiscono la stragrande maggioranza del fondo, ritraggono soprattutto paesaggi alpini, postazioni e infrastrutture realizzate dall’esercito della Duplice monarchia nelle valli Giudicarie[3]. 

Fig. 2 «Cancelleria da Campo Gavardina ottobre 1917». Ritratto di Ernesto Iernetti (Archivio Irsrec FVG, Fondo Iernetti)

In particolare, molte immagini ci mostrano una parte dell’estesa rete di teleferiche che collegavano il fondo valle alle posizioni di alta montagna di un settore cruciale del fronte: sia italiani che austroungarici

designavano infatti come “fronte delle Giudicarie” l’intero terreno di scontri compreso tra l’Adamello e il Garda[4]. Vi erano perciò comprese numerose vette superiori o vicine ai tremila metri di quota dove, qui come sulle montagne dolomitiche, si sviluppò la cosiddetta “guerra bianca”[5]. In quanto al gruppo dell’Adamello, vi si svolsero scontri avvolti dalla leggenda, immortalati dalle riprese di Luca Comerio (1878-1940)[6].

Nell’insieme, il fondo Iernetti non sfugge a quanto osservato da Lucio Fabi: «ogni raccolta, ogni album, costituisce infatti una delle fonti principali, se non l’unica, per rappresentare la storia del militare che la produce. Nello stesso tempo, da tali materiali emergono importanti indizi per lo studio di momenti e situazioni collettive al fronte, nelle retrovie, nei momenti del servizio e del riposo, nel rapporto con i civili dei territori amici o nemici occupati»[7].

Fig. 3 «Tione 1917» (Archivio Irsrec FVG, Fondo Iernetti)

Le immagini del fondo Iernetti costituiscono dunque una testimonianza preziosa e unica, così come unica è stata l’esperienza di ogni singolo uomo preso nella bufera della Grande guerra: lo sguardo individuale su un evento che rappresentò la prima guerra di massa e totale della storia dell’umanità.

2. La guerra nelle valli Giudicarie

Le autorità militari asburgiche, dopo aver provveduto all’evacuazione della popolazione delle valli del Chiese e di Ledro, suddivisero il fronte del Trentino meridionale, compreso tra l’Adamello e il Garda, in due sottosettori denominati rispettivamente Judicarien e Abschnitt Riva. L’avanzata italiana – che giunse sino allo sbarramento di Lardaro – si arrestò davanti alla resistenza della linea austriaca che aveva i suoi cardini nel nodo Nozzolo-Cadria e nel Dosso dei Morti.

Sede del comando di brigata asburgico, affidato al colonnello di artiglieria Theodor von Spiegel, «di Innsbruck, di carattere autoritario, assai temuto dalla truppa», era il paese di Bondo[8].

A Tione – il centro più importante delle Giudicarie – si trovava invece il comando divisionale agli ordini del generale Können von Horack. Vi fu stabilita anche la sede della Seilbhahn Compagnie Judicarien – alla quale viene assegnato Ierneicih – di cui era comandante il primo tenente ing. Reiner. Fu proprio la complessa ed estesa rete di teleferiche a garantire il sostegno alle posizioni in alta quota, la cui stessa esistenza fu messa a dura prova dalle condizioni atmosferiche particolarmente avverse nell’inverno 1916-1917. I lavori per la realizzazione di quelle che sostenevano l’esercito austroungarico erano stati intrapresi nel 1915. Alle dipendenze dell’ing. Reiner furono posti tecnici militari, squadre di operai e manovali locali, uomini e donne delle valli utilizzati come manovalanza a sostegno dell’impegno bellico. In particolare le donne, spinte dalla necessità, si impegnarono anche nei lavori più duri: tra questi, il trasporto di carichi – che toccavano i 50 kg di peso – fino alla linea del fronte. In taluni casi, furono impiegati anche prigionieri di guerra. Addetti al funzionamento di ciascun impianto erano invece un telefonista e due operai, oltre a un operaio motorista che doveva garantire il funzionamento dei motori alimentati a benzina. Il trasporto di armi, munizioni, vettovaglie e vestiario imponevano infine la presenza alla stazione di partenza e di arrivo di un caporale del presidio[9].

Gli impianti ritratti dalle fotografie effettuate da Iernetti sono soprattutto quelli che, partendo dalla valle di Breguzzo, raggiungevano cime poste a quasi 3000 metri come il Cop di Breguzzo o Cima Danerba.

3. Grande guerra, sguardo privato e sguardo ufficiale

Se le fotografie, considerate come documenti a supporto dello storico, devono essere collocate nel contesto in cui sono nate[10], le immagini del fondo Iernetti ci offrono una preziosa testimonianza di luoghi, situazioni e perfino momenti nei quali sono stati effettuati alcuni scatti. È ad esempio il caso delle fotografie che ritraggono lo stesso Iernetti insieme all’imperatore Carlo, in visita a Tione nel giugno 1918 (v. fig. 4). 

Fig. 4 «Tione Giugno 1918 Carlo l’Ultimo». Ernesto è di fronte all’imperatore (Archivio Irsrec FVG, Fondo Iernetti)

In quanto ai luoghi, la preziosa collaborazione con i responsabili del Museo della Grande guerra nella valle del Chiese ha consentito l’identificazione di luoghi e paesaggi fotografati, che nella maggioranza dei casi l’autore non si è premurato di annotare. Iernetti ha invece indicato in una fotografia i nominativi di alcuni compagni e superiori come lui addetti alle teleferiche, i cui volti ricorrono in diverse immagini. In una di queste egli è ritratto mentre gioca a carte in una postazione di montagna (vedi fig. 5). Per quanto la fotografia rechi la data in cui venne scattata e Iernetti (il primo a sinistra) appaia intento al gioco, sul retro della stessa è possibile leggere questa frase: «Come pare sono molto attento al giuoco, ma invece i miei pensieri in quel momento erano lontani, oltre le Alpi, cioè vicino la mia adoratissima Gemma». L’annotazione, evidentemente destinata alla fidanzata, segna così uno scarto tra la realtà ritratta dall’immagine e lo stato d’animo del mittente. 

Fig. 5 «17 aprile 1917» (Archivio Irsrec FVG, Fondo Iernetti)

Se da una parte essa costituisce il documento, la testimonianza di un momento della vita di guerra suo e di quanti erano con lui impegnati in un determinato settore del fronte alpino, allo stesso tempo emergono altri significatiche se sfuggono inevitabilmente allo sguardo del ritrattista – in questo caso evidentemente un compagno dell’autore – vengono invece veicolati dalle parole di Iernetti. L’immagine documenta dunque un luogo e un momento, ma lascia irrisolto il problema dello stato d’animo dei soggetti – la cui identità in questo caso è possibile desumere dalla fotografia di cui si è detto poco sopra – che vi sono ritratti e che, nel caso di Iernetti, viene descritto dalle sue parole. Ciò non di meno, sul piano dell’utilizzo della fotografia come documento, da essa possiamo ricavare diverse considerazioni e formulare una serie di osservazioni relative al contesto: il grado del militare al centro dell’immagine, la fascia al braccio del soggetto a destra, che ne indica la condizione di lutto, dettagli come gli occhiali da ghiacciaio utilizzati dai soldati impiegati in alta quota. Altre osservazioni possono invece essere frutto di un processo deduttivo: il tempo “libero” lasciato dalla guerra e il modo in cui era impiegato (in questo caso il gioco delle carte); la condizione psicologica del soldato in lutto.

Un’immagine che, infine, riconduce il contesto bellico ad uno di normalità, un momento di svago non dissimile da quello che gli uomini erano soliti trascorrere al tavolo di un’osteria in tempo di pace. In questo senso, come accadeva molto di frequente per le fotografie vernacolari scattate da uomini in guerra, esse tendevano a restituire ad un contesto straordinario come quello bellico una patina di quotidianità e di normalità. Un artificio utilizzato anche dal desiderio di tranquillizzare i familiari o le persone care alle quali esse potevano essere destinate. In questo senso, va rimarcata la differenza sostanziale sussistente tra le fotografie ufficiali frutto dei reparti fotocinematografici di cui si dotarono tutti gli eserciti in lizza durante la Grande guerra e quelle scattate da altrettanti singoli militari. Le prime rispondevano da una parte a esigenze strettamente belliche – la fotografia aerea ad esempio, utile a conoscere la disposizione delle postazioni e delle forze nemiche, a dirigere il tiro delle artiglierie – di documentazione e, naturalmente, di propaganda. Le seconde, più libere dalle esigenze proprie di immagini parte delle quali erano destinate al vasto pubblico, restituiscono le modalità in cui le immagini potevano supportare l’elaborazione della memoria della propria partecipazione individuale a un grande evento. Come nel caso di Iernetti, la diffusione – relativa – di apparecchi portatili consentì a diversi combattenti di documentare la propria partecipazione alla guerra, liberi com’erano dalle maglie della censura almeno per quanto riguardava le immagini non utilizzate per corrispondere con i propri cari. Ha osservato Luigi Tommassini, lo sguardo privato era soprattutto quello «dei sentimenti e della memoria», così come il ritratto garantiva ai propri cari la «presenza virtuale» del combattente al fronte: «lo sguardo privato è lo sguardo dei sentimenti e della memoria: serve a mantenere un legame d’amore o d’affetto fra persone lontane, attraverso un’immagine dotata di un valore che supera la mera rappresentazione figurativa e pare in certi casi oggettivare una presenza virtuale grazie alla particolare referenzialità garantita dalla procedura meccanico-ottica della riproduzione»[11].

 Anche in questo senso, come abbiamo visto, gli scatti presi da Iernetti con il suo apparecchio non fanno eccezione. Tuttavia, l’aver rivestito un ruolo di supporto logistico e di retrovia, più che di combattente di prima linea, e soprattutto essere stato impiegato in montagna, conferisce a questo fondo dei tratti particolari: stiamo infatti parlando di guerra in montagna, dove lo spazio ed il paesaggio – l’attenzione al quale costituisce un elemento tipico della fotografia di guerra[12] – erano diversi da quelli angusti e opprimenti della guerra di trincea sul fronte isontino. Lo sguardo dell’autore può così spaziare sulla vastità dell’ambiente alpino nel quale irrompono reticolati, baracche realizzate su rocce che precipitano nel vuoto, teleferiche che attraversano valli e risalgono le pendici di vette innevate. Le sue fotografie costituiscono così un documento prezioso a supporto della comprensione di aspetti precisi del conflitto sulle Alpi, e in particolare nel settore in cui egli fu impegnato: la logistica, il posto esatto in cui vennero realizzate delle postazioni.

Fig. 6 Bocchetta dei Cacciatori. Sullo sfondo il Carè Alto (Archivio Irsrec FVG Fondo Iernetti)

Anche altri eventi o situazioni sono registrati dal suo sguardo: la presenza di manodopera femminile documentata da uno scatto, la visita dell’imperatore Carlo di cui già si è detto e, in un altro caso, la sepoltura di un aviatore italiano abbattuto sul Monte Cadria nel Cimitero militare di Tione, la struttura di questo all’epoca in cui era stato realizzato. Documenti preziosi che, come la memoria scritta di quanti hanno lasciato testimonianza della propria esperienza o quella che si esprime attraverso la realizzazione di schizzi o dipinti, contribuiscono a ricostruire il mosaico composito e complesso dell’esperienza di guerra di milioni di uomini e donne.


NOTE

[1] Si tratta di «Oltre le Alpi»: un triestino alla Grande guerra, a c. di F. Todero, Biblioteca Statale Stelio Crise, Trieste, 16 maggio-29 agosto 2025.

[2] Si veda A. Pizzagalli, Per l’italianità dei cognomi nella provincia di Trieste, Zanichelli, Bologna 1929. Sul problema si veda tra l’altro: M. Kacin-Wohinz, Milica, J. Pirjevec, Storia degli sloveni in Italia 1866-1998, Marsilio, Venezia 1998; S. Troilo, Il diritto al nome degli appartenenti alle minoranze linguistiche nell’ottica della sovranità dei valori (4 settembre 2015), in https://www.forumcostituzionale.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/07/troilo.pdf.

[3] Le valli Giudicarie si estendono lungo l’alto corso del Sarca dalla sua sorgente, in Val Rendena, fino al suo sbocco nel lago d’Idro, a poca distanza da Ponte Caffaro, noto per il successo italiano e garibaldino nella guerra del 1866.

[4] Vedi H. von Lichem, La guerra in montagna 1915-1918, v. 1, Ortles Adamello Giudicarie Garda Ovest, Athesia, Bolzano 1994, p. 30.

[5] Sulla guerra in montagna e le sue caratteristiche vedi D. Leoni, La guerra verticale. Uomini, animali e macchine sul fronte di montagna 1915-1918, Einaudi, Torino 2015. Sul settore in questione v. V. Martinelli, Guerra alpina sull’Adamello 1915-1917, La Grafica, Bolzano 1996; id., Guerra alpina sull’Adamello 1917-1918, La Grafica, Bolzano 1998. Per una prospettiva transnazionale sul conflitto italo-austriaco v. La guerra italo-austriaca (1915-1918), a c. di N. Labanca, O. Überegger, il Mulino, Bologna 2014. Sulla memorialistica alpina v. F. Todero, Pagine della Grande guerra. Scrittori in grigioverde, Mursia, Milano 1999.

[6] Su Comerio, v. Luca Comerio fotografo e cineasta, a c. di C. Manenti, N. Monti, G. Nicodemi, Electa, Milano 1979.

[7] L. Fabi, La prima guerra mondiale 1915-1918, Editori Riuniti, Roma 1998, p. 14.

[8] G. Poletti, La Grande Guerra In Valle del Chiese, in M. Pellizzari, G. Poletti, Cent’anni dopo la Grande Guerra. Il censimento delle opere campali nelle Giudicarie, Collana “Judicaria Summa Laganensis”, n. 30, Dicembre 2012, p. 3.

[9] Su questo vedi: P. Pizzini, Le teleferiche militari nei comuni di Bondo, Breguzzo e di Roncone durante la guerra 1915-1918, in «Studi trentini di scienze storiche», n. 47/3, 1968, pp. 342-351; G. Poletti, La Grande Guerra In Valle del Chiese, cit. Sul lavoro femminile, si veda P. Antolini et al., Donne in guerra 1915-1918, Bim delle Chiese, Ecomuseo della Valle del Chiese-Porta del Trentino-Centro studi Judicaria Tione-Museo Storico Italiano della Guerra Rovereto, Rovereto 2007.

[10] Vedi su questo P. Burke, Testimoni oculari. Il significato storico delle immagini, Carocci, Roma 2022.

[11] L. Tommassini, Immagini della grande guerra. Tra pubblico e privato, in «AFT Rivista di Storia e Fotografia», a. XI, n. 22, Dicembre 1995, p. 42.

[12] Ivi, p. 41.

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