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Frontiera Adriatica

Rondine e Pernice, un’amicizia di frontiera

Il libro Rondine e Pernice di Ivana Suhadolc è uscito in settembre 2025 presso la VAN, Vita Activa Nuova Editrice di Trieste. L’autrice sta per donare il fondo Krasulja (Graziella) Simoniti e il fondo Margherita Pasiani al comune di Grado (Gorizia), che dovrebbe destinarli alla biblioteca «Falco Marin» dove saranno liberamente consultabili.

Quando parlano di confini, gli storici piantano bandierine, raccontano di guerre e battaglie, citano capi di Stato e di governo. Quelli che sui confini ci vivono e la storia la subiscono, a volte ci raccontano la loro verità, la loro versione degli eventi. Ma su un confine i punti di vista soggettivi sono sempre almeno due, ed è raro che essi si confrontino. I punti di contatto in una situazione conflittuale sono spesso inesistenti. Sia durante il fascismo sia poi durante la Seconda guerra mondiale e il dopoguerra, anche i rapporti tra sloveni e italiani sul conteso confine orientale d’Italia sono stati piuttosto di contrapposizione che di dialogo. L’amicizia sincera e duratura tra la mia mamma slovena, la sua amica del cuore italiana e il poeta gradese Biagio Marin è stata un’eccezione felice seppur travagliata.

A raccontarmela non è stata mia mamma ammalata di Alzheimer, ma la sua amica Rita. Durante le mie numerose visite a Ronchi, nel corso di lunghe e appassionanti giornate passate insieme, la maestra in pensione ha rivissuto esperienze e ricordi, ripercorrendo per me una vita intessuta di emozioni. Lei le emozioni sapeva suscitarle anche con una manciata di ciottoli di fiume o conchiglie di barena, gógugi e scusse in dialetto gradese, il vernacolo in cui Biagio Marin – anche grazie a lei – ricreava piccoli gioielli di cristallina perfezione:

Me, amo i lissi gógugi de fiume
un poco colorai comò confeti…
Robe de ninte, perse ne la vita
piccole zogie che fa melodia
e un la scolta e ’l se la porta via
‘na richessa inaudita.

(Io amo i lisci ciottoli di fiume/ un poco colorati come confetti…/ Cose da niente, perse nella vita,/ piccole gioie che fan melodia/ e uno le ascolta e se le porta via,/ una ricchezza inaudita).

In Rita il poeta vedeva il volo saettante di una rondine dai lucidi capelli neri e il sorriso bianchissimo.

Una testimonianza preziosa sono state pure le 180 lettere che Marin scrisse a mia mamma, gelosamente custodite in una scatola fiorita. Molto più tardi Rita mi ha affidato anche il suo archivio di lettere del prolifico poeta gradese, con cui aveva vissuto una relazione durata 26 anni: una valigia e tre scatole zeppe di manoscritti, documenti e fotografie ingialliti dal tempo. Questo patrimonio prezioso ci racconta di tre personaggi speciali che si sono incontrati in una miracolosa primavera fiorita nel 1942, mentre intorno a loro infuriava la guerra. Ma descrive anche l’epoca in cui sono vissuti. Sono passati solo ottant’anni, eppure il loro è un sentire molto diverso dal nostro. La prima cosa a saltare agli occhi è il pathos magniloquente con cui gli amici italiani vivono la fine del conflitto e la disfatta italiana, e la loro amara sorpresa nello scoprire la slovenità della loro amica del cuore, Graziella.

All’inizio del rapporto a tre la lingua era stata una sola: nell’Italia fascista “si parla solo italiano”. Mia mamma – piccola fascista il cui nome sloveno Krasulja era stato mutato in Graziella – frequentava scuole ovviamente italiane e marciava «alta la testa, le spalle quadrate, la punta del naso rivolta all’insù». Ma nel ’45, all’arrivo dei partigiani a Ronchi scese in strada indossando una berretta con la stella rossa. Lei a casa con la mamma parlava sloveno.

La vista dell’amica con la stella rossa in testa inquietò Rita, che nel suo diario descrisse le truppe vittoriose attraverso il prisma del disprezzo e della paura: «ragazzi dai visi barbari, brutti visi senza espressione, se non quella della vigliaccheria fatta prepotenza». Il diario ridonda dell’epica romana e contrappone “loro”, giovani e barbari, a “noi”, eredi di una grande tradizione di civiltà: «Io sono italiana e le ragioni di questa civiltà latina le sento vive anche se il mio popolo oggi non ha la forza di portarle sulla punta della baionetta». La civiltà latina da portare in punta di baionetta! Da Graziella Rita pretende una scelta di campo, ma Graziella non sceglie. Sa per esperienza che nessuna cultura esclude le altre, sa che nessuna ti può chiedere di negare l’altra. Ma non si difende, non spiega. La sua o le sue identità non le sceglie, le vive. Marin l’ha soprannominata Pernice: la timida, la schiva, la nidiace.

Nelle lettere a Pernice il poeta è ancora più aspro di Rita. Biagio Marin aveva trent’anni più delle sue amiche. Con Rita, la Rondine, avrebbe intrecciato una lunga relazione amorosa, testimoniata da 2500 lettere e centinaia di poesie, molte ancora inedite. Quando invece viene a sapere che Graziella, la Pernice, si sente slovena, tuona rabbioso. La giovane amica è tacciata di complicità col nemico, accusata di preferire uomini grossolani, seminatori di equivoci, portatori di menzogne e mezze verità. Perché questo sono gli slavi per lui: grossolani, equivoci, bugiardi e infidi. E poi la stilettata finale: «Anche tu sei responsabile del male, che per il piatto di lenticchie hai rinunciato alla primogenitura della superiore cultura». Bella cultura, in nome della quale il giustiziere Marin stila classifiche di civiltà superiori. E bella memoria, se di colpo riesce a dimenticare le nefandezze e persecuzioni dell’italianissimo regime fascista. Proprio lui, che nei diari nel 1941 aveva professato un’infinita ammirazione per Hitler e i tedeschi: «l’unico popolo veramente eroico d’Europa … I deboli, i delicati soffriranno certamente. Ma sono i rimasugli di un mondo in isfacello». I tedeschi li vedeva diritti e violenti «come si addice a popoli giovani che sentono nella pienezza della propria forza, il proprio diritto». Neanche nella Venezia Giulia del dopoguerra, dilaniata dall’odio nazionalista e dalla lotta per la supremazia, non trova posto per le sfumature. Graziella, che nel 1947 avrebbe sposato un ragazzo sloveno, merita l’anatema.

Ma col tempo l’antica amicizia avrà il sopravvento. Graziella la Pernice non si offende, dolce e perseverante rimane fedele a sé stessa e ai suoi amici del cuore. E Marin si accorgerà del dramma del suo Vinko, esule sloveno apolide nella Trieste definitivamente tornata all’Italia. Cercherà in tutti i modi di aiutarlo, anche se Vinko nella sua irreprensibile onestà non gli sarà d’aiuto: scrivendo la domanda ufficiale di cittadinanza, assicura sì la piena adesione alla Costituzione e alle leggi italiane, ma specifica che, essendo di nazionalità slovena, è in questa lingua che educherà i figli, noi figli che a Trieste frequenteremo ovviamente asili e scuole slovene. Marin, scrivendo a un Monsignore per perorare la causa della cittadinanza, tenta di minimizzare la pericolosa coscienza nazionale del suo protetto affiancandole discretamente il pari attaccamento alla fede cattolica: «Certo egli è uno slavo non disposto a farsi assimilare. È orgoglioso del suo piccolo popolo e della sua religione».

Alla fine gli sforzi indefessi conseguiranno l’agognato risultato. Dopo trent’anni di vita da paria, mio padre otterrà la cittadinanza italiana. A Marin tutta la mia famiglia sarà immensamente grata per sempre.

Le vicende storiche, le incomprensioni e le male parole si inseriscono naturalmente in un contesto fatto anche di amori e sentimenti, sincerità e manipolazioni, morte e poesia, la storia del rapporto tra un professore anziano e la sua giovane allieva, il vissuto di una madre malata di Alzheimer e la figlia che avrebbe tante domande da farle, la ricerca di un linguaggio che sappia vivere ed esprimere le emozioni.

I meccanismi psicologici dell’appartenenza e del rifiuto sono sottili. Imparare a decifrare il proprio vissuto e le proprie reazioni ci aiuta a capire meglio anche quelle degli altri. Non basta leggere lettere ingiallite e intervistare personaggi: bisogna imparare a percepire anche i vuoti e i silenzi. Decifrare la propria storia e la storia della propria famiglia apre il cuore alle storie degli altri. Senza conoscere innanzitutto noi stessi, senza imparare i linguaggi dell’anima, non sapremo mai ascoltare e rispettare chi vive dall’altra parte del confine, in questa terra eterogenea e complessa, ricca e colorata che è la terra di frontiera.

È anche per questo che ho deciso di raccontare le vicende di Rondine e Pernice, nei loro momenti di armonia e in quelli di contrasto a volte aspro e cattivo. La mia speranza, ahimé vana, sarebbe che il loro mondo fosse tramontato, e che le guerre scatenate per il possesso della terra fossero cosa del passato. Purtroppo non è così. Capire che cosa è successo nel Novecento non ci aiuta necessariamente a vivere meglio oggi. Forse però ci aiuta a vivere con maggiore consapevolezza e maggiore attenzione per gli altri.

L'autrice