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Frontiera Adriatica

G. Corni, L’Italia occupata 1917-1918. Friuli e Veneto orientale da Caporetto a Vittorio Veneto, Gaspari, Udine 2024

Il volume di Gustavo Corni, L’Italia occupata 1917-1918. Friuli e Veneto orientale da Caporetto a Vittorio Veneto (Gaspari, Udine 2024) offre ai lettori un’analisi ampia e dettagliata della situazione che si determinò dopo la rotta di Caporetto – vero punto di svolta della guerra austro-italiana – nelle aree occupate dalle truppe austro-tedesche, aree che già erano state soggette all’amministrazione italiana (Veneto orientale e Friuli occidentale). Bene fa tra l’altro l’autore a ricordarci che si trattava di regioni appartenute – anche se per pochi decenni – alla Duplice monarchia, per non dire che si trattava di territori in larga misura caratterizzati da un’endemica povertà, e ricordo, a questo proposito, gli studi davvero fondamentali di Marino Berengo per il Veneto e di Furio Bianco per il Friuli.

Altrettanto correttamente l’autore ci ricorda che su quelle regioni e su quelle popolazioni si abbatterono non una ma due ondate devastanti di truppe: la prima fu quella dei numerosi reparti italiani in ritirata, non di rado ormai indifferenti a ogni disciplina e freno morale. Un’abbondante memorialistica su Caporetto rievoca molte scene di saccheggio, di ubriachezza, di atti di indisciplina da parte dei soldati in grigioverde. Del resto, tali comportamenti non erano mancati nemmeno nella prima fase della guerra durante l’occupazione di territori ex austroungarici: penso alle amarissime considerazioni di Giani Stuparich su atteggiamenti mantenuti da soldati italiani nella Monfalcone occupata o – sul piano della durezza di quelle occupazioni – a provvedimenti che talora si spinsero fino alla fucilazione, come accadde a Villesse o a Podnanos. Va da sé che in entrambe le casistiche a far le spese del conflitto furono le popolazioni civili rimaste sul territorio.

La seconda ondata, oggetto di questo bel libro, è appunto quella delle truppe austro-tedesche in avanzata in buona misura caratterizzate dal piglio dell’occupante predatore, tanto più che ben presto la distanza dai centro logistici, le difficoltà terribili in cui si dibatteva – soprattutto – l’economia austriaca acuirono tali comportamenti. Va da sé che nell’uno e nell’altro caso, Gustavo Corni ci mostra con amara lucidità uno degli aspetti più odiosi della prima guerra totale della storia, anche se talora verrebbe spontaneo il confronto con la Guerra dei trent’anni, più di ogni altra fino ad allora impattante sulle popolazioni civili. E viene da pensare alle guerre in corso, a quanto riusciamo a comprenderne oltre il velo della propaganda che, come ammoniva ormai diversi anni or sono Mario Isnenghi, in tempo di conflitti armati infonde di sé il giornalismo di ogni genere. Un tema sul quale peraltro anche pagine di questo libro si soffermano.

Dietro alla sua realizzazione c’è una paziente e straordinaria opera di setaccio di numerosissime fonti di natura e di provenienza diversa, incluse quelle in lingua tedesca che l’autore – autorevole studioso di storia della Germania contemporanea[1] – padroneggia perfettamente. Ciò gli consente di ricomporre un panorama a tutto tondo di una realtà e di un momento particolarmente delicato della storia italiana o, per meglio dire, della storia europea.

C’è un altro aspetto di questo volume che mi ha molto interrogato: dalla lettura di molte pagine emergono diverse suggestioni sulla possibilità di confrontare l’occupazione austro-tedesca del 1917-18 e quella che sarebbe seguita di lì a 26 anni con l’istituzione delle Zone d’operazioni Prealpi e Litorale adriatico. Certo, i presupposti – ideologici innanzitutto – e anche le logiche militari erano radicalmente diverse, ma alcuni elementi suggeriscono l’utilità di una lettura in chiave comparativa dei due momenti. Senza dubbio una cosa in comune quelle due occupazioni l’hanno avuta: la scarsa considerazione del popolo e dello stato italiano, alimentata dal voltafaccia diplomatico della primavera del 1915 così come, anni dopo, lo sarebbe stata dal nuovo ribaltone dell’8 settembre. Ma sono soltanto suggestioni.

Quali sono dunque i principali nuclei tematici nei quali si imbatte il lettore di queste pagine? Detto del contesto geografico – sostanzialmente le aree ex italiane occupate dagli austro-tedeschi nell’autunno 1917 – vanno precisati anche gli estremi cronologici della ricerca. Si va dalla ritirata di Caporetto al novembre 1918, con qualche escursione nel problematico “dopo vittoria”, a partire dai processi o dalle indagini intentate nei confronti di quanti – al di là del ruolo che erano stati chiamati a rivestire: ma l’autore mette a fuoco il problema di come testimoni e contemporanei in genere abbiano “percepito” fatti e comportamenti – apparivano talora come dei veri e propri “collaborazionisti”.

Ciò detto, il libro di Gustavo Corni si sofferma su: le due ondate di saccheggi conseguenti la ritirata italiana, prima, l’occupazione austro-tedesca poi; il problema delle evacuazioni, della difficile convivenza tra profughi provenienti da altre zone d’operazione; la dialettica complicata tra esuli e rimasti imperniata spesso sul tema del patriottismo o meno dei primi e dei secondi, sulle responsabilità di saccheggi, ruberie e mancanze. In questo senso, un altro nodo tematico affrontato dal testo è quello del ruolo e della posizione assunte dalle autorità laiche ed ecclesiastiche. Il confronto tra l’atteggiamento mantenuto da queste due categorie risulta decisamente sbilanciato. Se i “signori” che avevano ricoperto ruoli di primo piano nell’amministrazione del territorio in buona parte se ne andarono – alimentando ulteriormente la spaccatura e le tensioni tra realtà contadina e la classe agiata: sono diverse le testimonianze riportate da Corni, frutto non di rado anche di pregiudizio – la maggior parte dei presuli delle zone interessate (tre su quattro) rimase sul posto e con loro il clero che il vescovo di Concordia-Portogruaro monsignor Francesco Isola – peraltro sospetto di “austriacantismo” – aveva esplicitamente invitato a rimanere. Furono infatti i sacerdoti ad apparire assai più attenti alle sorti dei loro parrocchiani di quanto si fossero dimostrati sindaci, imprenditori agrari e industriali. La realtà, alla fine, risulta infatti sempre più mossa e articolata di qualsiasi tentativo di schematizzazione, anche se la differenza tra il comportamento di clero e classe dirigente laica emerge con una certa evidenza: «Nella grande maggioranza dei casi i sacerdoti in cura d’anime rimasero ai loro posti, i sindaci no» si legge nel testo (p. 21). Il caso di Udine risulta in questo senso emblematico: «Su 642 sacerdoti in cura d’anime appena 31 parroci,12 economi e vicari e 36 altri sacerdoti della diocesi non sarebbero rimasti al loro posto. Va peraltro precisato che non pochi sacerdoti erano stati arruolati nell’esercito» (Ibid.).

Un altro problema affrontato dall’autore – tema quanto mai interessante proprio nella chiave delle suggestioni in chiave comparativa suggerita poco sopra – è quello delle politiche di occupazione supportate da una quantità debordante di norme, imposte sia a livello di intero territorio occupato che al livello più piccolo dei singoli comuni o distretti. Ne emerge la desolante contraddizione tra norma e realtà, al punto che taluna di esse risuona come drammaticamente ironica: non per niente un paragrafo del capitolo si intitola proprio Tra finzione e realtà: penso ad esempio alla disposizione relativa all’organizzazione di mercati cittadini, idea che cozzava inesorabilmente con l’estrema penuria di risorse, la maggior parte delle quali erano destinate al sostentamento di un esercito – dopo l’allontanamento delle truppe tedesche – che era lo specchio di un Impero afflitto da una situazione davvero drammatica, acuita dall’atteggiamento dalle scelte poco solidali dell’Ungheria.

Quella portata avanti dalle autorità militari era infatti una politica che si basava su requisizioni e sfruttamento che, a differenza di quanto auspicato dalla normativa, ben poco spazio lasciava alle attenzioni per la popolazione civile, la qualità delle cui condizioni era del tutto subordinata a quella dei combattenti. Chi abbia letto le pagine di Das Ende einer Armee (ovvero Tappe della disfatta, un titolo non del tutto adeguato) in cui Fritz Weber descrive lo stato delle truppe austriache, sa di che cosa sto scrivendo: un esercito, alla vigilia del tracollo, ridotto veramente alla fame. Se ne era ben accorta anche la propaganda italiana, come dimostrano ad esempio le vignette della «Tradotta», il giornale di trincea destinato ai soldati della Terza armata.

Sfruttamento di risorse significava anche lavoro forzato – altro tema affrontato dal saggio – e anche in questo senso sorgono domande e interrogativi su quanto sarebbe accaduto nella Seconda guerra mondiale e con sempre maggior virulenza, man mano che le operazioni militari volgevano alla fine. A regnare su tutto era lo spettro della fame, problema su cui il libro si sofferma, fame che accomunava invasi e invasori, mentre di non minore rilievo è il tema della violenza esercitata dagli occupatori, una significativa porzione della quale ebbe purtroppo per bersaglio le donne: c’è da chiedersi, non senza indignazione, se nel frattempo qualcosa sia cambiato!

Infine, non senza aver parlato di propaganda e di malattie, l’autore affronta il tema dell’instabilità sociale e politica generata dalle conseguenze del conflitto.
Un libro a tutto tondo, dunque, che arricchisce non solo le nostre conoscenze sulla Grande guerra austro-italiana ma che offre spunti di riflessione sulla guerra in genere e sul nostro destino di uomini e donne in tempi così difficili come quelli che stiamo attraversando.


NOTE

[1] Ricordiamo almeno, tra i lavori più recenti: Storia della Germania. Da Bismarck a Merkel, Il Saggiatore, Milano 2017; Weimar: la Germania dal 1918 al 1933, Carocci, Roma 2020; Guglielmo II, Salerno editrice, 2022.

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