Introduzione
L’Esodo rappresenta uno dei capitoli più complessi della storia della Frontiera adriatica nel Novecento, una vicenda in cui eventi storici, memorie individuali e narrazioni collettive si sovrappongono e si intrecciano, dando origine a una pluralità di prospettive spesso difficili da conciliare. Katja Hrobat Virloget, professoressa ordinaria e direttrice del Dipartimento di Antropologia e Studi culturali della Facoltà di Studi umanistici dell’Università del Litorale di Capodistria, affronta questo tema da una prospettiva antropologica nel volume Esodo. Il silenzio di chi resta. L’opera, pubblicata in Slovenia nel 2021, è stata tradotta in inglese nel 2024 per i tipi di Berghahn Books con il titolo Silences and Divided Memories: The Exodus and its Legacy in Post-War Istrian Society, nel 2026 è approdata anche in Italia grazie all’editore Bottega Errante. Attraverso un’approfondita ricerca basata su fonti orali, testimonianze e analisi antropologica, l’autrice indaga il ruolo della memoria e del silenzio, mettendo in luce le differenti esperienze vissute dalle comunità dell’Istria e le profonde trasformazioni che hanno segnato il territorio nel secondo dopoguerra, offrendo un contributo originale e innovativo alla comprensione di questa complessa vicenda storica.
Le riflessioni partono dalla ricostruzione dei fatti per approdare all’analisi dei processi che permettono di ricordare il passato, generalmente tramandato ma talvolta rimosso, approfondendo il ruolo dei rimasti, «uomini e donne […] incastrati in una terra di mezzo, colpevoli per entrambi e per questo mai raccontati»[1]. Si tratta di una prospettiva che offre importanti spunti anche sul piano didattico, invitando a considerare la storia della frontiera orientale come un terreno privilegiato per educare gli studenti alla complessità, all’uso critico delle fonti e al confronto tra differenti interpretazioni.
L’intervista
Gentile professoressa Hrobat Virloget, desidero innanzitutto ringraziarla per la disponibilità accordata a questa intervista. Nel Suo libro Esodo. Il silenzio di chi resta ha lavorato sul tema del “silenzio”, richiamato fin dal titolo: perché, secondo lei, la vicenda dell’Esodo in Istria è rimasta così a lungo difficile da raccontare e da elaborare nella memoria collettiva?

Soprattutto a causa delle memorie traumatiche, perché quando i ricordi provocano dolore le persone tendono a evitarli: ricordare fa troppo male; le memorie legate a questa vicenda sono profondamente laceranti, non solo per gli esuli, che hanno lasciato la propria terra ritrovandosi stranieri in quella che veniva considerata la madrepatria, ma anche per i rimasti, che si sono sentiti stranieri nella propria casa, poiché la società era cambiata, era stata introdotta un’altra lingua e la maggior parte dei familiari, degli amici e delle persone che costituivano il loro mondo se ne era andata… Così, anche chi era rimasto finì per sentirsi straniero nella propria terra.
A ciò si aggiunge il conflitto delle memorie, perché quando la memoria individuale non coincide con quella collettiva tende a essere esclusa dalla memoria nazionale: nel caso dell’Esodo, la memoria dei rimasti è stata esclusa da entrambe le parti: nella narrazione slovena, infatti, l’Esodo è stato interpretato come una scelta volontaria, fondata sull’opzione. La memoria dei rimasti è stata a sua volta esclusa dalla narrazione italiana, che interpreta l’Esodo esclusivamente come una migrazione forzata. Tuttavia, il fatto stesso che una parte della popolazione abbia scelto di rimanere oltre il nuovo confine dimostra come la realtà fosse più complessa di quanto questa narrazione lasci intendere. Un’altra differenza fondamentale rispetto alla memoria dei rimasti riguarda il punto di partenza del racconto storico: la narrazione italiana tende infatti a iniziare con l’Esodo, trascurando il ventennio fascista, le violenze perpetrate, i campi di concentramento e le politiche di snazionalizzazione, tra cui la proibizione dell’uso delle lingue slovena e croata. I rimasti, invece, riconoscono un legame diretto tra le politiche del fascismo e l’Esodo, un nesso causale che la narrazione italiana, secondo questa prospettiva, tende a negare.
Nonostante negli ultimi anni l’attenzione verso il tema sia cresciuta, quali aspetti dell’Esodo ritiene continuino a essere trascurati o fraintesi?
Direi che il problema delle narrazioni, sia da parte della Slovenia e della Croazia sia da parte dell’Italia, è che presentano tutto in bianco e nero, mentre le cose sono molto, molto più complicate e complesse. Questa complessità viene spesso trascurata, così come le diverse ragioni dell’Esodo: certamente la paura, ma anche le condizioni economiche, i cambiamenti della società, la percezione degli italiani come fascisti a causa del ventennio fascista, la propaganda italiana contro i titini, il socialismo con le sue riforme rivolte soprattutto alle classi più benestanti, la chiusura della frontiera e il fatto che Trieste, che rappresentava il centro economico della regione, ma anche il punto di riferimento per i legami familiari e sociali, divenne improvvisamente irraggiungibile.
Sono quindi molti gli elementi che vengono trascurati e che continuano a essere presentati in modo semplicistico: da una parte l’Esodo viene descritto come una migrazione esclusivamente forzata, dall’altra come una migrazione volontaria, mentre la realtà si colloca nel mezzo di queste due interpretazioni.
Un altro aspetto che viene costantemente trascurato è il carattere multietnico dell’Esodo: si continua infatti a presentare gli esuli come se fossero soltanto italiani, ma questo non corrisponde alla realtà. Le ricerche mostrano che almeno il 30% degli esuli era costituito anche da sloveni e croati.

Fig. 1 Katja Hrobat Virloget (destra) e Barbara Sturmar (sinistra) in occasione della presentazione del libro a èStoria, Gorizia, 30 maggio 2026
Bisogna ricordare che la maggior parte di queste persone era bilingue o multilingue e parlava almeno sloveno e italiano. Durante il fascismo le scuole slovene e croate furono chiuse, la lingua slovena e quella croata furono represse e, di conseguenza, molti sloveni e croati frequentarono le scuole italiane, venendo poi identificati come italiani nel secondo dopoguerra.
Anche nelle ricerche che sto conducendo oggi su Zara ritrovo questa stessa realtà: tra coloro che lasciarono la città vi erano anche appartenenti alla comunità albanese, che si identificavano anche come italiani; quindi parlare soltanto di una realtà monoetnica significa trascurare il carattere complesso di questi territori, che sono sempre stati bilingui e multilingui e che hanno conosciuto continui cambiamenti di confine e di appartenenza statale.
Penso, ad esempio, a mia nonna che, pur essendo sempre rimasta in Istria, nel corso del Novecento ha vissuto sotto cinque Stati diversi: dall’Impero austro-ungarico all’Italia, poi nel Territorio libero di Trieste, nella Jugoslavia e infine in Slovenia. Credo che questo esempio renda bene l’idea della complessità di queste terre, che viene ancora troppo spesso trascurata dalle narrazioni politiche e nazionali.
Nel corso della sua ricerca c’è stata una testimonianza o un incontro che, più di altri, ha modificato il suo modo di guardare a queste vicende del confine orientale?
Per me tutto è stato una sorpresa: come slovena non sapevo praticamente nulla dell’Esodo, se non ciò che raccontava la narrazione slovena, che lo interpreta come una scelta volontaria, basata sull’opzione. In Slovenia e in Croazia l’attenzione si concentra soprattutto sull’essere stati vittime del fascismo, mentre in Italia la narrazione è incentrata quasi esclusivamente sull’Esodo e sulla condizione di vittime di quella che viene definita una migrazione forzata, dimenticando però le grandi violenze perpetrate nei confronti delle popolazioni slovena e croata durante il ventennio fascista: in questo modo, ognuno di noi conosce molto poco della memoria dell’altro.
Quando ho iniziato questo lavoro di ricerca sono rimasta particolarmente colpita dagli italiani rimasti, che spesso piangevano durante le interviste: per me è stata una grande sorpresa comprendere che, mentre noi sloveni ci percepiamo soprattutto come vittime delle violenze del fascismo, esiste anche una responsabilità della nostra narrazione nazionale rispetto a una parte della storia che è stata trascurata. Le prime interviste con i rimasti mi hanno fatto capire quanto profondamente si sentissero stranieri nella propria casa e quanto fossero stati stigmatizzati come fascisti, cioè proprio nel modo in cui gli italiani sono stati spesso percepiti da noi. Questo dipende anche dal fatto che l’identità slovena si fonda sull’antifascismo e sulla lotta di liberazione contro un fascismo che in questi territori è stato particolarmente violento, con incendi di villaggi, persecuzioni e molte altre forme di violenza.
È stato allora che ho dovuto cambiare il mio punto di vista come ricercatrice e ho capito che una ricerca di questo tipo può essere condotta solo cercando di comprendere tutti i gruppi coinvolti nell’Esodo. Non soltanto i rimasti, ma anche gli esuli, sui quali era già stato scritto molto e soprattutto quei gruppi che sono rimasti completamente ai margini delle narrazioni nazionali. I rimasti, ad esempio, sono quasi assenti nella narrazione italiana, così come nella narrazione slovena sono quasi assenti le persone che arrivarono successivamente nelle città svuotate dall’Esodo: dapprima gli sloveni del Litorale, che parlavano anche italiano, poi quelli provenienti dall’interno della Slovenia e infine gli abitanti delle altre repubbliche della Jugoslavia, che giunsero in questi territori senza averlo realmente scelto, trovandosi a vivere in una realtà profondamente complessa, quasi un “Far West”.
Entrando nel merito del suo metodo di ricerca, quali sono state le principali difficoltà e le maggiori responsabilità nel raccogliere le testimonianze di chi ha vissuto o ereditato la memoria dell’Esodo, una vicenda ancora oggi così delicata e carica di implicazioni emotive?
Come slovena avevo molta paura di scrivere questo libro, perché nella nostra società, che ha sofferto moltissimo sotto il fascismo, la percezione degli italiani è ancora fortemente legata alla figura del fascista; avevo quindi timore di come il libro sarebbe stato accolto dalla maggioranza degli sloveni, dal momento che mostro come gli esuli non siano partiti in modo volontario, come invece la narrazione slovena e croata tende a sostenere.
Il problema, però, quando si affronta una vicenda come questa, è che esistono sempre un prima e un dopo. Per questo ho dovuto almeno richiamare il periodo fascista, che ha avuto un effetto così profondo e brutale sull’identità slovena. È difficile, infatti, concentrarsi soltanto su una parte della storia senza introdurre anche l’altra, che, pur non costituendo l’oggetto principale della mia ricerca, è strettamente collegata ad essa.
Come ricercatrice e antropologa sentivo soprattutto la responsabilità di restituire la complessità di questa vicenda, perché troppo spesso ci vengono proposte interpretazioni in bianco e nero; con questa ricerca ho cercato invece di comprendere le memorie dei diversi gruppi coinvolti: i rimasti, i nuovi arrivati, in parte anche gli esuli – sebbene molti di loro non abbiano voluto partecipare alla ricerca –, gli istriani sloveni che sono rimasti e hanno vissuto direttamente l’Esodo.
Come antropologa, infatti, non mi interessa soltanto ricostruire ciò che è accaduto, ma capire come le persone percepiscono e vivono quel passato, perché queste esperienze sono sempre diverse; volevo anche dare voce agli italiani che oggi costituiscono una minoranza riconosciuta, con scuole, mezzi di comunicazione in lingua italiana, diritti garantiti nelle aree bilingui, un rappresentante in Parlamento e persino vicesindaci italiani nei municipi bilingui, ma che, nonostante questo, come minoranza rimangono in larga misura silenziosi. Sentivo quindi l’esigenza di dare spazio anche alla loro visione del passato.

Fig. 2 Terza di copertina del volume Esodo. Il silenzio di chi resta
Allo stesso tempo l’antropologo non può limitarsi a dare voce alle persone: deve anche mantenere uno sguardo critico nei confronti di tutti; per questo ho cercato di conservare una distanza scientifica, mostrando, ad esempio, quando alcuni italiani esprimono un senso di superiorità nei confronti degli sloveni o dei nuovi arrivati dalla Jugoslavia, ma anche quando gli sloveni continuano a descrivere gli italiani attraverso lo stereotipo del fascista. Credo che questa sia la vera responsabilità del ricercatore e dell’antropologo: dare voce alle diverse memorie, mantenendo sempre una distanza critica da ciascuna di esse.
Nel corso della raccolta delle testimonianze le è accaduto di trovarsi di fronte a un rifiuto o a un silenzio? Come ha scelto di interpretare e rispettare queste forme di reticenza?
Come ho già accennato rispondendo alla domanda precedente, il tema del silenzio è stato centrale nella mia ricerca: direi che circa il 70-80% degli italiani rimasti ha rifiutato di parlare con me e di concedermi un’intervista. Già nell’edizione slovena avevo scelto di intitolare il libro facendo riferimento al silenzio, proprio perché sentivo la necessità di interrogarmi sulle sue origini, che, come ho spiegato, risiedono soprattutto nel conflitto della memoria e nei traumi emotivi.
Anche molti sloveni che hanno vissuto l’Esodo hanno incontrato difficoltà nel parlarne, soprattutto quando il racconto riguardava forme di violenza non tanto fisica quanto psicologica, legate in particolare alla stigmatizzazione come fascisti. Alla base di questa reticenza vi è ancora una volta il conflitto tra la memoria individuale di chi ha vissuto direttamente quegli eventi e la memoria nazionale, che spesso non riconosce o non accoglie esperienze e narrazioni differenti.
In che misura le testimonianze orali e l’indagine antropologica contribuiscono a integrare la documentazione storica e rendere più efficace l’insegnamento della storia contemporanea rispetto a un approccio esclusivamente manualistico?
L’antropologia rende la storia più vicina alla dimensione emotiva, perché attraverso i percorsi di vita e le memorie delle persone gli eventi storici diventano più toccanti e comprensibili; si riesce infatti a cogliere tutta la complessità e le difficoltà vissute dalla gente comune, che si trova a fare i conti con le grandi vicende della storia. Credo che il successo del mio libro, che è stato molto venduto in Slovenia e che ora è in ristampa anche in Italia, dipenda proprio da questo approccio, perché non dà voce a un solo gruppo di persone, ma raccoglie le memorie di gruppi diversi, raccontandone le difficoltà, i problemi e le esperienze.
Attraverso questa dimensione emotiva il lettore può sviluppare una comprensione più empatica della storia, cogliendo come essa non sia fatta soltanto di grandi eventi politici o militari, ma anche del modo in cui questi incidono sulla vita quotidiana delle persone, influenzandone le decisioni, i dilemmi e le scelte. Per questo ritengo che l’approccio antropologico sia fondamentale per comprendere la storia e rappresenti un’integrazione preziosa alla documentazione storica, perché permette di restituire la complessità dell’esperienza umana che spesso un approccio esclusivamente manualistico non riesce a trasmettere.
Per quanto riguarda il valore didattico della sua opera, ritiene che Esodo. Il silenzio di chi resta possa rappresentare uno strumento efficace per avvicinare gli studenti a queste tematiche? Considerando anche il successo del libro, che è stato ristampato in Slovenia e a breve anche in Italia, in che modo potrebbe contribuire a favorirne la conoscenza e la comprensione?
Credo sia proprio attraverso l’approccio alle storie individuali e alla dimensione emotiva delle persone che si possa comprendere davvero la storia, perché ogni vicenda storica dovrebbe essere letta attraverso le esperienze dei diversi gruppi che l’hanno vissuta.
Il problema è che la storia viene ancora troppo spesso raccontata da una prospettiva nazionalistica, mentre nel libro ho cercato di adottare un approccio diverso, non incentrato sulle nazioni ma sulle persone comuni, considerate prima di tutto come esseri umani. Si tratta di uno sguardo che supera le interpretazioni nazionalistiche, quelle che generalmente apprendiamo anche a scuola e che permette di cogliere la complessità dell’Esodo, mostrando come sia impossibile fornire una risposta univoca a questa vicenda, perché le ragioni che hanno portato all’Esodo sono molteplici e altrettanto complesso è il modo in cui esso è stato vissuto.
Ritengo sia nostro dovere superare quelle letture nazionalistiche che tendono a concentrarsi esclusivamente sulla propria condizione di vittima e a rappresentare chi vive oltre il confine come un nemico, mentre la realtà storica è molto più articolata. Se vogliamo davvero comprendere una parte del passato, dobbiamo inserirla nel contesto più ampio degli eventi che l’hanno preceduta e seguita, evitando di isolare un singolo episodio e cercando invece di coglierne tutte le connessioni; solo adottando una prospettiva più ampia, complessa e, potremmo dire, olistica possiamo avvicinarci a una comprensione autentica della storia.
Se dovesse affidare ai giovani un’eredità attraverso questo suo libro, quale messaggio vorrebbe che continuasse ad accompagnarli anche dopo aver terminato la lettura?
Il messaggio più importante che vorrei trasmettere attraverso questo libro è l’importanza di ascoltare l’altro con empatia. Dovremmo tutti rinunciare all’idea di essere la vittima più grande e smettere di competere su chi abbia sofferto di più, assumendoci invece la responsabilità di comprendere le esperienze altrui, perché il primo passo è proprio imparare ad ascoltare l’altro con empatia.
Probabilmente non riusciremo mai a costruire un’unica memoria condivisa, ma possiamo almeno creare le condizioni perché le diverse memorie si ascoltino reciprocamente con rispetto ed empatia, sviluppando allo stesso tempo uno spirito autocritico. Ogni nazione dovrebbe infatti interrogarsi criticamente sulla propria memoria nazionale, affrontando anche i lati più oscuri della propria storia con senso di responsabilità: nel caso italiano questo significa confrontarsi con il fascismo e con le violenze perpetrate nei confronti delle popolazioni slave, mentre nel caso sloveno significa riconoscere e riflettere sull’Esodo, a lungo rimasto ai margini della narrazione nazionale.
Ognuno dovrebbe quindi essere disposto a riflettere sulle pagine più difficili della propria storia, a conoscerle e a confrontarsi con quelle dell’altro attraverso l’empatia, perché credo che solo questa possa essere la strada verso una reale riconciliazione, capace di superare le interpretazioni esclusivamente nazionalistiche del passato.
Conclusioni
Dalle riflessioni della professoressa Katja Hrobat Virloget emerge con forza la necessità di superare le letture semplificate e contrapposte che ancora oggi – purtroppo – caratterizzano la memoria dell’Esodo istriano. Attraverso un approccio antropologico fondato sull’ascolto delle testimonianze e sull’empatia verso le esperienze individuali, la ricerca restituisce la complessità di una vicenda storica che non può essere interpretata esclusivamente attraverso categorie nazionali o ideologiche. Le memorie dei rimasti, degli esuli e delle comunità che hanno abitato questi territori dopo l’Esodo mostrano infatti una pluralità di prospettive che invitano a ripensare criticamente le narrazioni consolidate.
L’autrice approfondisce il rapporto tra ricerca, memoria e insegnamento, riflettendo sulle opportunità e sulle sfide che questa pagina di storia pone oggi al mondo della scuola. Il suo lavoro specifico sull’Esodo in Istria non rappresenta soltanto un’importante opera di ricostruzione storica, ma si configura anche come uno strumento di dialogo, di educazione e di confronto tra memorie differenti. Trasmettere questa storia alle nuove generazioni significa contribuire alla formazione di una cittadinanza più consapevole, capace di comprendere la complessità del passato, di sviluppare uno sguardo critico nei confronti delle narrazioni nazionali e di riconoscere il valore del dialogo tra memorie diverse. In questa prospettiva, la ricerca storica e antropologica assume anche una funzione civile, offrendo strumenti per educare alla responsabilità e a una memoria condivisa, intesa non come memoria unica, ma come spazio di ascolto reciproco e di comprensione dell’altro.
NOTE
[1] Katja Hrobat Virloget, Esodo. Il silenzio di chi resta, Bottega Errante, Udine 2025.