
«Sono nata in una città segnata dal senso del limite, dalla diffidenza e dal tormento. Trieste è difficile. Elegante come una signora d’altri tempi: un affresco dipinto su una base sbagliata. Le intemperie del Novecento l’anno penetrata e attraversata marchiandone indelebilmente la vita. La Storia qui ha preso carne. Si è fatta pelle, ossa, bocche e occhi. Ha plasmato le menti e i cuori; ha generato risentimenti e alzato barriere» (p. 9).
Attacca così Mastrociani, con un tono intimista che evapora non appena entrano in scena i protagonisti del libro. Attacca conversando di Trieste, evocata e rievocata con prosa sapiente, tocco leggero e pennellate poetiche. Opera letteraria, la sua, che tratta di fatti e di persone reali, e che perciò genera subito dei quesiti pressanti. È in grado la buona narrativa di descrivere il passato al pari e meglio di chi lo studia per professione? Di arrivare dove il ricercatore accademico, l’esploratore di archivi e il collezionista di eventi non arrivano? Chi ha la perizia di ricreare atmosfere svanite, il coraggio di porre i sentimenti al centro della trama e la capacità di attingere con profitto dal baule dei ricordi personali, si limita ad appagare il pubblico desiderio di svago? O aggiunge tasselli inediti al mosaico delle nostre conoscenze? In breve, si può fare Storia, in maiuscolo, raccontando storie? Secondo Mastrociani sì, e anche secondo noi, dopo aver letto Mastrociani. Con Care parole ‒ titolo azzeccatissimo, ché le lingue, i dialetti e i gerghi qui la fanno da padroni ‒ l’autrice, ormai al terzo romanzo dopo Vittoria e Il tempo era adesso, ci regala un delizioso affresco famigliare, una foto di gruppo di mariti, mogli, figli e nipoti che vivono, amano e muoiono nella Trieste del secolo alle spalle, quella della nave Audace, del fascismo, del discorso di Mussolini in piazza dell’Unità, del conflitto mondiale, del Territorio libero e dell’Italia che ritorna.
Trieste luogo mitopoietico, che instancabilmente costruisce tanti e diversi miti di sé stessa, ma anche concretissimo luogo di flussi migratori, approdo di gente dalla Puglia e dalla Toscana che insegue riscatto e prospettive nuove, portando seco timbri, gusti e vernacoli estranei, mischiati e trasformati nel calderone cittadino. Gino di Corato, Concetta di Trani, Carlo di Putignano, Ada di Camaiore. E poi Nenè, Dorina e… ancora Ada e Concetta, e ancora Nené e Dorina, prima una e poi l’altra, perché Mastrociani dà e toglie di volta in volta la parola ai suoi parenti, scandendo il libro in paragrafi dove ciascuno di loro è protagonista, e dove ciascuno si perde in soliloqui. A spezzare il ritmo spuntano dei documenti originali, utili a fornire il quadro generale entro cui si dipanano le singole esistenze: articoli di quotidiani, comunicati politici, stralci di missive spedite, lette e riposte nei cassetti. Quei cassetti, fisici e immateriali, che l’autrice apre e fruga con lo slancio e l’entusiasmo di chi vuole ricostruire un mondo che non c’è più, quel mondo che ha modellato la donna che ora è diventata. La storica, la pedagogista, la scrittrice, la dirigente delle Acli. «Le generazioni si susseguono, passano gli anni e cambiano le parole. La lingua si modifica e genera cambiamenti profondi che rischiano di diventare invalicabili. Per questo il ricordo conta. Serve ad ancorare, a tener saldo il legame che, sottoposto al tempo, rischierebbe di sfilacciarsi per le esperienze diverse che ognuno vive» (p. 10).
Ne esce un caleidoscopio di punti di vista, vagheggiamenti, pensieri. Pezzi di realtà trasfigurata. Ma vera. Come Trieste è frammentata in comunità che un po’ si tollerano e un po’ si guardano in cagnesco, così Mastrociani suddivide il testo in parti dominate a turno dai personaggi. Come Trieste, superate tragedie e dolori, riesce a tenere tutti insieme, a non perdere nessuno, ad armonizzare differenze che tali rimangono, così il libro. Un tuffo all’indietro, dunque, con i piedi piantati nell’oggi, gli occhi rivolti al domani e la Parola, in maiuscolo anch’essa, quale filo della memoria che si srotola. È l’autrice stessa ha rivelarlo nella chiusa: «Le fonti, le parole, le immagini, i profumi, le sensazioni e molto altro ci aiutano a riportare alla luce vicende, piccole e grandi, che compongono i contesti e ne definiscono il senso»; «la conoscenza di ciò che è accaduto è la strada giusta da percorrere. Legare il tempo con le narrazioni ci permette di rileggere il passato, di definire il presente e di orientare il futuro» (p. 108).
Se c’è un libro che può illuminare gli interstizi ombrosi di epoche andate, che sa istruire senza stancare e trasmettere valori senza indulgere nei moralismi, se c’è un libro che vale davvero la pena di leggere, insomma, questo è quel libro.