
Il tempo dei semplici di Luigi Nacci, edizioni Einaudi, non è un romanzo e men che meno un saggio. È un viaggio nella fine del nostro tempo, la fine del mondo che ci appartiene, dei luoghi e delle persone che ci hanno accompagnato all’età adulta, che hanno fatto in modo che comprendessimo l’importanza dell’amore e dell’onestà. È la scoperta di tutto ciò che da bambini e anche dopo più grandi non avevamo capito, non potevamo capire, perché non era ancora giunto il momento di conoscere il vero senso della vita. I semplici sono coloro che vivono ai margini di quel mondo brulicante di affari, di vita consumata dagli interessi e dalle relazioni importanti, in una periferia urbana vicina al centro della città, che in questo caso è Trieste, ma potrebbe essere la periferia probabilmente di molte altre realtà. Nacci racconta del rione senza nome dov’è nato, Santa Maria Maddalena Inferiore o Poggi Sant’Anna che dir si voglia, la terra di nessuno la definisce e scrive, «tutti morti di fame, …figli di meridionali, slavi, istriani e rom. Gli scarti di una Trieste asburgica delle banche e delle assicurazioni, dei musei, dei caffè letterari, delle regate».
«Molti dei bambini con cui giocavo sono finiti male o sono finiti in carcere, qualcuno più fortunato fa l’operaio, radici umili ci accomunavano. Nello scrivere mi sono ispirato ai miei genitori, alle nostre radici, al luogo in cui sono cresciuto; nessuno aveva studiato nella mia famiglia. Fuori da questo contesto mi sento a disagio, un impostore, buffo. Questo è un libro complicato perché affonda nella mia vita».
Così si presenta e così descrive la difficoltà di sopportare la solitudine di quando si resta soli con i genitori molto anziani, mentre attorno tutti gli altri nel frattempo sono morti; la difficoltà di restituire loro l’amore ricevuto, “incommensurabile”. «Chi ti insegna – afferma- come comportarti, cosa fare, con chi condividere tutta questa solitudine».
In realtà racconta un mondo di giganti: mamma e papà, così li chiama, ma anche una moltitudine di parenti, vicini di casa, amici che condividono con loro la vita e soprattutto l’approssimarsi della morte. Mamma e papà hanno affrontato il tempo con la forza delle regole autoimposte per vivere con decoro, per accompagnarsi con la religione a sopportare il dolore delle avversità. Sanno di essere vecchi, sanno che ormai si è compiuta la loro ora e si preparano a quell’arduo passaggio che probabilmente ogni figlio non sa affrontare, ma lo fa accettando il cibo sempre proposto come modo per dimostrare l’amore e l’affetto genitoriale, perché si comprende che quello è il loro modo di dire “sei la cosa più importante per noi”. Lo fa accorrendo a ogni loro chiamata, con la paura di non arrivare in tempo. Il libro di Nacci è un omaggio alla vita di quelle coppie che nella semplicità hanno trovato il modo di vivere con un amore talmente grande da farli diventare nella vecchiaia una persona sola, facendo cadere anche i ruoli distinti che si erano dati nella vita “attiva”. Papà avrebbe potuto alzare con le braccia e far girare tutto il soggiorno, oggi si alza dal divano a fatica. Mamma va a tutti i funerali e aiuta gli altri che hanno bisogno. Fanno tutto assieme, vivono una simbiosi affettiva e reale. Ma sono persone che sono state rese libere dalla povertà, che ti consente di non chiudere la porta a chiave di casa, perché nessun ladro troverà qualcosa da rubare. Attorno a loro Individui di un mondo antico, quasi scomparso, nonne, zie e zii, alcuni emigrati a cercar fortuna dall’altra parte del mondo. Comunque semplici, anche se originali, mai banali.
E poi c’è il Sud, il luogo delle origini, delle radici, giù nel gergo comune: giù perché si monta in macchina e si scende lungo lo stivale italico e si raggiungono i luoghi natii a cui tornare. Questo fanno mamma e papà ogni estate, fino a che il responso del medico sulle condizioni di lui lo impediranno. E allora comincia il cammino verso la morte, l’abbandono delle cose senza volerne altre, anzi diventa importante liberarsi da tutto ciò che ormai è superfluo. Nasce il timore di chi se ne andrà per primo, lasciando l’altro solo. E un figlio non può far altro che assistere a tutto questo dolore per una vecchiaia allungata con la domanda irrisolta di come affronterà i momenti più difficili.
Il libro di Nacci è un insieme di racconti che regalano al lettore emozioni continue, se solo si è capaci di entrare nel mondo che descrive, di una Trieste che crebbe nel dopoguerra a causa di immigrazioni ed esodo, di gente che rimase ai margini della città, popolando aree verdi divenute in poco tempo periferia disordinata e brutta, a metà strada tra residenziale e industriale, anche polveriera di situazioni difficili. Un mondo in cui i nostri protagonisti sono rimasti fortemente ancorati alla loro ingenua semplicità, ai loro valori forti e al coraggio di vivere con molto poco, ma con tanto amore. Un’umanità che va scomparendo.