Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

Frontiera Adriatica

Romano Radivo, Memorie de un pomigador. Il 1915-1918 di un irredentista in uniforme asburgica, a cura di Giuliano Adler, introduzione di Roberto Todero, Gaspari, Udine 2025

«La storia vera di un poco volonteroso soldato austriaco, un “pomigador”, per l’appunto: le persone che, pur senza trovare la determinazione o l’occasione per disertare e passare al nemico, tiravano in qualche modo la giornata cercando, se possibile, di fare piccoli atti di rivolta. Una vicenda con uno humour da soldato Sc’Vèik che si svolge tra Trieste, la Carniola, Pola, la Stiria, il Tirolo e il Garda. Un libro indispensabile per capire gli stati d’animo degli “irredenti”».

Così la quarta di copertina del libro proposto da Giuliano Adler e curato da Roberto Todero per i tipi della Gaspari. Il volume propone le memorie di Romano Radivo scritte in due faldoni, battuti ovviamente con una macchina da scrivere in parte sotto agli occhi del nipote stesso, quel Giuliano Adler al quale la lettura della memoria ha dato modo di entrare nella vita del nonno e nei suoi trascorsi negli anni lontani della Prima guerra mondiale. Una memoria appunto, un testo scritto a grande distanza dai fatti narrati senza perdere per questo spontaneità o freschezza. Radivo ci tiene a farci sapere come lui fosse italiano di fatto e di sentimenti e che gli anni trascorsi come soldato della Duplice monarchia fossero una inaspettata e sgradita parentesi in quella che sarebbe stata la sua vita, professionalmente molto ricca di successi. Ci tiene a raccontare come fosse iscritto alla Ginnastica triestina e alla Lega nazionale, frequentatore quindi di ambienti dove l’irredentismo era prepotentemente di casa e di conseguenza motivo, secondo il racconto, per marchiarlo come politicamente inaffidabile. Fatto “rivedibile” alla prima visita di leva nel 1911, venne rivisto nel 1914 sempre con esito negativo, cosa che in qualche modo lo infastidì al punto che scrisse: «non ero un atleta ma nemmeno un rottame… facevo dello sport ero canottiere alla società Ginnastica Triestina e d’inverno frequentavo la palestra». Leggendo queste righe è impossibile non pensare ad un altro triestino scartato alla visita di leva: Julius Kugy, il quale se ne tornò a casa avvilito e per vie secondarie, vergognandosi dell’accaduto, cosa che non gli impedirà di farsi volontario nel 1915 a 52 anni compiuti, partecipando alla guerra come consulente alpino della 59a Gebirgsbrigade sulle sue care Alpi Giulie.

Ci sono molte domande che emergono dalle ricerche fatte per dare alla memoria un contorno che possa aiutare a inserirla in un contesto preciso. La prima domanda che possiamo porci balza agli occhi consultando i documenti militari di Radivo, depositati all’Archivio di Stato di Trieste, nei quali non c’è traccia di questo suo essere un P.U. (Politisch Unverlässich – politicamente inaffidabile). Sin dall’inizio della memoria, Radivo parla di sé come di un Infanterist del reggimento 97, ma ancora una volta i documenti lasciano dubbi su questa sua appartenenza, segnandolo come soldato della leva di massa consegnato al Kader (deposito) del reggimento 97 a Radkersburg nella Stiria. Le successive note parlano di un periodo di istruzione condito da piccoli episodi di personale ribellione, come il fingere di non conoscere la lingua tedesca. Assieme a soldati più anziani, Radivo, allora ventunenne, venne assegnato a una compagnia di lavoratori militari del reggimento 97 (di questi passaggi non c’è purtroppo traccia nei documenti conservati) compagnia nella quale rimase fino al gennaio del 1916. Di questo periodo l’autore racconta molte cose, alcune delle quali sembrano ispirate dalle letture di Quarantotti Gambini con il suo Pomiga e Pomigadori ma anche di un libro edito nel 1968: Il ribaltone dell’Austria Asburgica di Gianni Pinguentini, un testo marcatamente antiasburgico. È impossibile affermare che Radivo conoscesse i testi citati, ma è altrettanto impossibile asserire che così non sia. La memoria ci accompagna nei luoghi che videro il suo servizio militare e lo fa con così tanta precisione che sarebbe possibile ripercorrere i suoi itinerari e addirittura soffermarsi sul basamento di una baracca costruita da lui e dai suoi compagni presso Sella Nevea. Un itinerario che in realtà lo stesso autore ripercorse nel 1954 assieme alla moglie, visitando e facendole visitare i luoghi della sua guerra. Curiosamente Radivo racconta di come lasciò con dispiacere le mostrine color rosa del 97° reggimento per venir aggregato al Landsturm Infanterieregiment n. 5, dalle mostrine di colore verde.

Il tempo a Pola trascorse in fretta fino al successivo trasferimento a Landek, in Tirolo, da dove raggiunse la zona del lago di Garda e le località di Riva, Torbole, il Passo San Giovanni, il monte Baldo, la Rocchetta e la Tagliata del Ponale. Ed è proprio di questo suo periodo che la narrazione si fa più intensa: sarà qui infatti che penserà ancora alla diserzione, progettando una impossibile fuga verso le linee italiane attraverso le acque del lago di Garda. Ma non solo. Nonostante la sua antipatia per i “tedeschi” si troverà a frequentare la “villa della baronessa”, una non meglio identificata signora triestina che riceveva ufficiali del presidio nella sua casa, tuttora esistente a Torbole: la casina rossa. In un episodio tra il serio e il faceto, per aver tenuto i nervi saldi durante un bombardamento, italiano, Radivo riceve la medaglia di bronzo “der Tapferkeit” (al valore), medaglia che farà in modo di indossare solo se obbligato e che racconta di aver consegnato alla fidanzata per farla buttare a mare. Oggi la tagliata del Ponale è meta per i turisti sulle tracce della Grande guerra e i racconti del “pomigador” vengono citati dalle guide che dispongono ora di un racconto di prima mano, con tanto di pianta della Tagliata con la descrizione d’uso dei vari ambienti.

Radivo, irredento poco fortunato, venne catturato con altri suoi camerati nei convulsi giorni di novembre del 1918, conoscendo anche la delusione nell’incontro con i soldati italiani: «il sottufficiale ci faceva intendere che noi eravamo soldati dell’esercito austro-ungarico e di conseguenza prigionieri di guerra al pari degli altri». Rinchiuso nel campo per prigionieri di Lugagnano, dopo un periodo difficile ebbe modo di farsi conoscere lavorando in fureria con molta soddisfazione dei sorveglianti, ottenendo anche la tanto sospirata uniforme italiana priva ovviamente delle stellette. La storia finisce qui? No, c’è un epilogo incredibile, come ha scritto Radivo stesso. Ma questo lo conoscerà solo chi leggerà la memoria del “pomigador”.

L'autore