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Frontiera Adriatica

Giovanni Spinelli, Dopo l’esodo: da profughi a cittadini. Il processo di integrazione di giuliani e dalmati nell’Italia del secondo Novecento attraverso le vicende di Brescia, prefazione di Raoul Pupo, sestante edizioni, Bergamo 2024

«Siamo sempre in campo senza lavoro. Abbiamo tentato di qua e di là con ben scarso risultato. Qualcuno ci ha assunti per pochi giorni o per poche ore, sfruttandoci in maniera vergognosa. Non ce la siamo sentiti di continuare ed eccoci qua, ancora. Quasi tutti così, a dirci le stesse cose»( p. 361)… Queste parole costituiscono un’efficace testimonianza del travagliato percorso affrontato dagli esuli giuliano-dalmati nel secondo dopoguerra, alla ricerca di una nuova collocazione nel desolante scenario dell’Italia da poco uscita dalla guerra. Un Paese caratterizzato dalla devastazione di infrastrutture e alloggi, dalla disoccupazione, dalla fame e le malattie che infierivano su corpi già provati dai tempi e profughi, un numero enorme di persone disperse dal conflitto, sfollati, prigionieri in transito, uomini e donne la cui vita era stata travolta dalla guerra. Tra loro i profughi giuliano-dalmati per i quali, come l’ampio volume di Giovanni Spinelli ci mostra con efficacia, il forzato abbandono della propria terra d’origine non costituì che il primo – e tutt’altro che agevole – passo verso un futuro di incertezza, di precarietà, di privazioni.

Come suggerisce Raoul Pupo nella sua prefazione, se la «storiografia sull’Esodo dei giuliano-dalmati è entrata nella piena maturità»( p. XV ), questo volume costituisce la prova provata di tale traguardo. Si tratta infatti di un contributo fondamentale per chi voglia conoscere le complesse dinamiche che si avviarono con l’arrivo – in più tempi – degli esuli dalla Dalmazia, dall’Istria, da Fiume.

Se è vero che la situazione della città e della provincia di Brescia – dove si ebbe una notevole concentrazione di esuli – è al centro del lavoro di Spinelli, è altrettanto vero che si tratta di un efficace ed autentico “studio di caso”: l’analisi delle vicende dipanatesi nella città lombarda, con la continua e puntuale serie di rimandi al contesto nazionale, rende infatti possibile comprendere i processi che si svilupparono nell’intero Paese, quali fossero le difficoltà in cui si imbatterono i profughi e quali i dispositivi e le soluzioni elaborate di volta in volta per far fronte alle loro necessità. Soluzioni, va aggiunto, che talora sortirono l’effetto di rendere ancor più precario il loro destino. Del resto, con la selva di norme elaborate dall’inesorabile burocrazia italiana si scontrarono non di rado autorità e quanti si davano da fare per renderne meno amara la condizione.

Nel testo viene così analizzato il ruolo sostenuto dalle molteplici e diverse istituzioni e realtà preposte all’assistenza di profughi e persone in stato di necessità, appartenenti alle più diverse categorie. Si ricorda inoltre il ruolo svolto dalle organizzazioni nate in seno al mondo dell’esodo e quello degli organismi costituiti per intervenire sulla situazione come, ad esempio, l’Ufficio zone di confine. Ma l’autore segue anche le vicende dei destinatari di quei provvedimenti, i profughi giuliano-dalmati, incrociando così altre fonti a quelle numerosissime utilizzate per ricostruire un quadro di grande complessità.

Spinelli – partendo dal caso di Brescia – descrive in modo assai efficace la dinamica che si innestò tra autorità, enti ed organismi preposti all’assistenza e i profughi giuliano-dalmati le cui vicende erano intrecciate a quella di altre categorie di persone, senza ovviamente nulla togliere alla specificità del caso ed anzi sottolineandone le peculiarità. Un dato che «molto semplicemente non era avvertito da gran parte dei responsabili delle istituzioni e delle forze in campo come dotato di specifiche peculiarità» anche perché, continua l’autore, inizialmente gli adriatici costituivano «una minoranza davvero esigua della moltitudine di senzatetto e indigenti che impegnava la macchina assistenziale» (p. 42). Allo stesso tempo non sempre l’incontro con le popolazioni locali fu semplice, anche se non mancarono certamente comportamenti di segno del tutto opposto.

A rendere meno amaro e difficile il cammino fu la preziosa opera svolta dalle diverse associazioni giuliano-dalmate, da quelle centrali a quelle periferiche, oltre al ruolo fondamentale svolto da realtà del mondo cattolico, assai presente in particolare, ma non esclusivamente, nel caso di Brescia. Per non dire dell’opera appassionata svolta dagli stessi esuli, un’opera che nel caso della città lombarda si spinse fino a progettare insediamenti abitativi di concerto con imprenditori locali, per far fronte alle molte problematiche legate alla vita nei Campi raccolta profughi. Al problema della casa e a quello dell’occupazione l’autore dedica pagine davvero molto importanti.

Di questo, delle condizioni di vita nei campi, di una normativa talora al limite del persecutorio e di molto altro ancora il libro dà conto, partendo dal fatto che il caso in questione fu parte non minore del fenomeno degli spostamenti forzati di popolazione e del problema delle displaced persons che caratterizzò l’Europa del dopoguerra[1]. Del resto, è l’autore stesso ad avvertirci che «a un’interpretazione solida, convincente e di largo respiro dell’esodo giuliano-dalmata […] non si può approdare se non contestualizzandolo e indagandone le dinamiche entro ambiti spazio-temporali ben più ampi di quelli all’interno dei quali si era mantenuta confinata a lungo l’indagine storica» (p. 137).

Il volume, che come accennato si avvale di una prefazione di Raoul Pupo, è articolato in dodici capitoli arricchiti da una nota introduttiva dell’autore e di un “epilogo” dedicato ad Antonio Cepich, protagonista delle lotte dei profughi giuliano-dalmati a Brescia. Oltre ai temi di cui si è già detto, non mancano pagine dedicate a malversazioni e conflittualità, allo sguardo d’insieme sui Centri raccolta profughi in Italia e nel Bresciano, sul problema dell’istruzione e su categorie particolarmente fragili di profughi come i minori, gli anziani e gli inabili. Assai interessanti risultano anche le pagine dell’ultimo capitolo che affronta il tema della cultura e delle idealità coltivate e nutrite nel mondo dell’esodo.

Per l’accuratezza e la precisione della ricostruzione, la ricchezza delle fonti utilizzate, le capacità analitiche dell’autore, il lavoro di Giovanni Spinelli è destinato a diventare un riferimento ineludibile per chiunque voglia studiare o più semplicemente comprendere il fenomeno dell’Esodo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Un evento che ha segnato la nostra storia e che, a partire dall’istituzione del Giorno del ricordo, si è fatto spazio nell’immaginario collettivo del nostro Paese anche, va detto, grazie al lavoro storiografico che se da tempo era vivace soprattutto in area giuliana ha finalmente trovato una giusta collocazione nel panorama nazionale.

 


NOTE

[1] Su questo vedi soprattutto S. Salvatici, Senza casa e senza paese. Profughi europei nel secondo dopoguerra, il Mulino, Bologna 2008.

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