Nel primo numero di «Frontiera Adriatica» abbiamo presentato il diario di una maestra di Grado che raccontava le vicende legate allo scoppio della Grande guerra nel suo paese. Con riferimento al medesimo periodo storico continuiamo ad utilizzare gli scritti privati di testimoni dell’epoca, che possono rappresentare un utile strumento didattico da affiancare ai manuali scolastici.
Come è già stato evidenziato, i limiti delle testimonianze orali e degli scritti privati sono ben noti agli studiosi; tali fonti risentono quasi sempre delle scelte personali, spesso non tengono conto del contesto storico e quindi non sono completamente oggettive. Va anche aggiunto che i testi scritti a posteriori e le testimonianze raccolte a distanza di molti anni dai fatti raccontati risentono dello scorrere del tempo, dei meccanismi psicologici di rimozione o amplificazione e, soprattutto, degli inevitabili condizionamenti apportati dagli avvenimenti successivi.
Tali fonti possono peraltro rappresentare, soprattutto laddove manchi una documentazione esaustiva, uno strumento utile per comprendere meglio i sentimenti e le emozioni che le persone provarono durante i grandi eventi storici che coinvolsero e sconvolsero la frontiera adriatica nel corso del Novecento.
Lo scritto qui presentato è un estratto da uno degli scritti di una goriziana, Maria Hofer (1905-1988), che è stata testimone di buona parte degli eventi storici del Novecento della sua città. Ha lasciato numerosi diari e quaderni che descrivono, con tono vivace e leggero, la vita cittadina di Gorizia prima, durante e dopo i due conflitti mondiali. I diari sono stati scritti in epoche diverse ed il testo è stato più volte rimaneggiato con aggiunte e limature, spesso eseguite su fogli sciolti. La versione da cui sono state estratte queste pagine risale ai primi anni Ottanta del secolo scorso quando l’autrice, sollecitata dal nipote, ricopiò gran parte dei fogli e appunti scritti ed accumulati in una vita. Il testo è suddiviso in brevissimi paragrafi, con una titolazione che qui riportiamo in grassetto. Si è provveduto a correggere solo alcuni errori di scrittura e di punteggiatura, lasciando invece inalterati gli errori grammaticali che sono soprattutto dovuti alla mancanza di talune consonanti doppie e agli errori di genere di alcuni pronomi (“le” al posto di “gli” o viceversa). Si è invece normalizzata la grafia utilizzando le virgolette nei casi in cui l’autrice passava al discorso diretto senza porvi alcun segno.
Fig. 1 Görz am Isonzo, cartolina illustrata (Archivio Mastrociani-Todero)
Con riferimento al contesto storico, va evidenziato che dopo lo scoppio delle ostilità con il Regno d’Italia, nel maggio 1915, le autorità austriache decisero di sfollare buona parte della popolazione civile dell’Isontino (e anche di parte del Trentino e della costa occidentale istriana) in numerosi campi di internamento (Barackenlager) ben distanti dalle zone di guerra, con lo scopo sia di diminuire il numero di persone da sfamare ed assistere in prossimità delle prime linee del fronte, che di allontanare coloro che potessero in qualche modo svolgere attività di spionaggio o sabotaggio a favore del nemico. Mentre i trentini furono concentrati nei campi di Mitterndorf an der Fischa e Braunau am Inn, gli isontini e gli istriani furono concentrati nei campi di Wagna, Leibnitz e Pottendorf-Landegg. Un campo di internamento, sorvegliato direttamente dalla polizia, per le persone considerate particolarmente sospette dal punto di vista politico, fu allestito a Katzenau vicino a Linz ed un altro nel castello di Göllesdorf. Altri campi minori furono allestiti nelle località di Bruck an der Leitha, Gmund, Gutendorf, Innendorf, Kamensdorf, Napensdorf, Nulendorf, Oberhollabrunn, Oberstinhenbrunn, Retz, Steinklamm. In Ungheria: Bonjihadi, Grand, Kisvejka, Mocva, Paks, Salka e Tapiosuly dove furono internati molti fiumani. Altri campi furono allestiti in Cecoslovacchia (in Moravia e Boemia). In generale i campi profughi vennero ubicati ad una adeguata distanza dai centri abitati per isolare gli internati dalla popolazione dei paesi limitrofi sia per motivi sanitari che di ordine pubblico. Le dimensioni dei campi variavano da località a località: a Wagna, località situata presso Leibnitz (città della Stiria meridionale vicina a Graz) si costruirono dapprima 25 grandi baracche in legno per 400 persone e poi numerose altre baracche più piccole, sempre in legno, che ospitavano dalle 160 alle 200 persone. Ogni baracca aveva delle stufe a legna per il riscaldamento, che potevano servire anche per cucinare. Il campo di Wagna era predisposto per accogliere circa 20.000 profughi. All’interno del campo c’erano diverse cucine e sale da pranzo, la Chiesa e la canonica, due asili, diverse scuole sia per i bambini sia per gli adulti (scuole di cucito e laboratori di vario tipo), officine, un ricreatorio, l’orfanotrofio, un collegio militarizzato, i lavatoi ed i bagni, la lavanderia, numerosi ambulatori ed ospedali (differenziati in base alle diverse tipologie di pazienti, tra cui quello femminile, quello infantile, quello per i prigionieri russi), il tubercolosario, la casa di riposo per gli anziani e gli invalidi (chiamata “la beneficienza”), la farmacia, il panificio, numerosi magazzini e cantine (con anche una ghiacciaia), le stalle ed il macello, i bazar, il chiosco, la sala per il cinema e teatro (usata pure per le prove dei cori e dell’orchestra), i pompieri, la prigione, i vari uffici di amministrazione e l’ufficio postale. Il campo di Wagna era una vera città di medie dimensioni, definita “la città di legno”, dato che questo era stato il materiale utilizzato per la costruzione di gran parte degli edifici. A Wagna usciva un quotidiano bilingue, in tedesco ed in italiano, dal titolo «Lagerzeitung fur Wagna – Gazzetta d’accampamento di Wagna» con una tiratura di alcune centinaia di copie. Le restrizioni alla libertà di movimento erano notevoli, dato che il campo era circondato da reticolati e sorvegliato da pattuglie di gendarmi e da sentinelle armate. C’erano due ingressi e le uscite erano consentite solo in orari ben determinati e con il rilascio di un permesso scritto dalla direzione del campo stesso. Questi permessi erano contingentati e tale pratica diede luogo ad un elevato numero di trasgressioni da parte di chi si sentiva oppresso da tali limitazioni. La vita del campo si svolgeva peraltro come in altre analoghe strutture di accoglienza dei profughi sfollati dalle zone di guerra. A Wagna giunsero, in varie ondate, dapprima i profughi dei territori austriaci occupati dall’esercito russo durante la prima offensiva del 1914 e cioè dalla Galizia, dalla Rutenia e dalla Bucovina e poi, dopo il maggio 1915, gli sfollati dalla costa istriana e dal territorio isontino. Il 12 ottobre 1915 erano presenti a Wagna 17.500 profughi e, tra loro, anche molti goriziani. Presentiamo qui la prima parte del diario di Maria Hofer relativo alla partenza da Gorizia della sua famiglia, avvenuta alla fine dell’estate del 1915 dalla stazione ferroviaria di Valvociana (oggi Volćja Draga, in Slovenia), ed alla lunga permanenza nel campo d’internamento di Wagna, di cui la Hofer tratteggia diversi aspetti, denotando una notevole capacità d’osservazione. All’epoca aveva dieci anni ma si era già assunta la responsabilità di aiutare la madre nella gestione dei fratellini più piccoli (Federico, Vincenzo, Leopoldo e Guido) ed una sorella (Anna). La madre Matilde Nobile, operaia, era infatti spesso malata, mentre il padre Vincenz Hofer, di nazionalità austriaca, era dipendente della Dogana e, come tale, non era tenuto né a sfollare né ad essere internato a Wagna. Quando gli fu proposto di alloggiare, lui solo, in una casa fuori del campo di internamento di Wagna, in virtù sia del proprio lavoro che della propria appartenenza etnica, Vincenz Hofer rifiutò sdegnosamente tale possibilità e volle varcare per primo il cancello del campo, dicendo che l’amore per la sua famiglia era superiore ad altre considerazioni. Quando, verso la fine della guerra, anche il campo di Wagna venne colpito dall’epidemia di “spagnola” (che mieté milioni di vittime in Europa), diversi componenti della famiglia Hofer si ammalarono, ma l’unico a morire fu proprio il padre Vincenz. La figlia Maria ne ha sempre venerato la memoria e lui, pur essendo di madrelingua austriaca, si era imposto in casa di parlare il dialetto veneto di Gorizia (il “gorissian”), che era quello parlato dalla moglie e dai sei figli. A Gorizia in realtà prima della guerra si parlavano, oltre al dialetto veneto, pure il friulano, lo sloveno ed il tedesco, mentre i militari della locale guarnigione ed i funzionari e dipendenti della pubblica amministrazione appartenevano ai diversi gruppi etnici dell’Impero asburgico. Questa coesistenza di tante lingue e dialetti faceva sì che gran parte della popolazione goriziana dell’epoca parlasse o capisse, almeno in parte, i vari idiomi presenti in città, spesso alternandoli o frammischiandoli fra loro. Maria Hofer, che conosceva bene lo sloveno ed il tedesco (imparato a scuola) e sapeva districarsi pure con il croato, è sempre stata orgogliosa dell’unicità della sua città, sentimento che traspare in molte delle sue pagine, che presenteremo ancora in altri numeri di questa rivista.
Fig. 2 Vicenzo Hofer e Matilde Nobile, 1900
Ricordi di Wagna di Maria Hofer
Scoppio della guerra tra Italia e Austria Ungheria a Gorizia.
Nell’anno 1913 era apparsa la stella cometa. La gente del rione andava a vederla in piazza Catterini, perché essendo a quei tempi una gran distesa di campi si vedeva bene. Io sono corsa dietro a mia mamma ed ho visto diverse donne che piangevano perché dicevano che la cometa porta disgrazia. Si dà il caso che nel 1914 è scoppiata la prima guerra mondiale. […] La mularia girava libera per la strada, Non era il pericolo delle automobili. C’era solo qualcuna in centro città. Se la guardava con curiosità. C’erano carrozze e cavalli. Noi si stava in periferia, in Via Vaccano. Le famiglie avevano molti figli, non potevano badare a tutti. Le compagnie erano chiamate la “Clape”. Ogni clapa si divertiva a modo suo. Che divertimento nelle strade. Quando passava qualche carrozza si andava ad arrampicarsi dietro su la sbarra di ferro. Si giocava a corda, a cerchio di ferro, preso da qualche botte e caduto a terra, a girotondo e tanti altri giochi. Si studiava il meno possibile, gli insegnanti avevano tutti i ragazzi del circondario, anche se fossero stati cento. Nella mia classe c’erano compagne nate nel 1900 e io sono del 1905. A poche mamme interessava che i figli studiassero. Dicevano “mia figlia non farà certo la maestra”, che allora era il massimo degli studi per una ragazza. Delle mie compagne solo due lo sono diventate. Il 25 maggio (1915), alle cinque di sera si udiva il rombo del cannone. Austriaci, ungheresi, bosgnacchi, erzegovesi marciavano tutti lassù nel Carso, diretti in trincea. (…) Molti cantavano: “Con squilli di trombe, son pronti e armati i nostri artiglieri. Quando saremo sul campo, sul campo dell’armata, la prima cannonata tutto il sangue ci tremerà! Coraggio avanti e non tremarti, che le granate paura non ci fan! Noi siamo Austriaci, gridiamo forte: neppur la morte ci fa tremar! Spara cannone, trema la terra, ma il nostor sangue non tremerà!” (…) Una povera donna abitava dietro il Castello. Una granata aveva colpito la sua casa e l’ha uccisa. Un’altra granata ha colpito la cappella mortuaria dove l’avevano portata e l’aveva colpita per la seconda volta. La portarono al cimitero. Un’altra granata ha colpito la sua tomba. Quella povera donna si chiamava Lutman. In quell’epoca il colera era arrivato a Gorizia e in altre parti. Non c’erano medicine adatte e nemmeno disinfetanti. I soldati inondavano le strade con calce diluita nell’acqua. In via Dietro Castello (Via Giustiniani) con angolo Via Dreossi (Via Alviano) c’era l’ospedale, ora non ci sono più nemmeno le fondamenta. Gli ammalati di colera li mettevano in un fabbricato a parte. Molti morivano. Tutti hanno ricevuto l’ordine di presentarsi per fare la spunta (iniezione). La facevano sul petto: che impressione, che paura! Nessuno conosceva le iniezioni. Noi siamo andati a farsi fare nella scuola di Via Cappella. Tutte tremanti ci siamo presentati ai medici. Loro ci davano coraggio. Nella nostra contrada erano accampati molti soldati, venivano da tutte le parti dell’Austria e Ungheria. Chiamavano vicino i ragazzi, ci regalavano gallette e pagnotte. Tra essi era un soldato dalmato, Antonio Mestrovich, aveva 18 anni, parlava italiano e con noi giocava. Ogni tanto scoppiava qualche schrapnel, non si faceva caso. Qualche ragazzo prendeva su i pezzi scottandosi le mani. Il baron Fughera minacciando con il bastone ci faceva correre! Lui si metteva a [1] fare la guardia che nessuno ritorni in strada.(…) Un mattino presto aveva incominciato a bombardare forte. Vicino alla Chiesa di Sant’Antonio c’era una piccola casetta, a mia madre pareva che fosse più sicura e ci aveva portato tutti in cucina. È scoppiata una granata nella stanza accanto ed ha ammazzato un uomo. I quadri appesi al muro sono volati in cortile, in cucina tutti i vetri si sono rotti. Le pentole che erano sulla nappa, volate in cucina. Poldo s’aveva ferito con il lancio dei vetri. Poi siamo andati in Via Orzoni da un’amica. Passando per Via Seminario: feriti, morti, grida, barelle. Un ragazzo, si chiamava Podgornich, è andato a pezzi; raccogliendo quei poveri resti, si erano accorti che l’orologio del taschino batteva ancora.La partenza da Gorizia.
La mamma aveva paura che colpiscano qualcuno di noi. Siamo andati via con poche cose. Per prender il treno si doveva andare a piedi fino a Valvociana[2]. Che fatica camminare, Guido in carrozzella e Poldo in spalla[3]! La strada invasa da soldati a piedi e a cavallo. Tanta gente che scappava. Mio padre voleva andar a Trieste, ma non lasciavano più partire per quella città. Tutti profughi a Wagna. Il viaggio in treno dentro carri bestiame era durato quattro giorni e quattro notti.Arrivo a Wagna.
Dopo molte ore di treno siamo arrivati a Wagna. Prima di tutto ci hanno fatto fare un bagno e inondato la testa di petrolio[4]. Ci hanno fatto accompagnare in baracca n. 83. La baracca di legno era composta da piano terra e primo Piano. Pochi metri di pavimento per otto persone. Ci hanno dato coperte e paioni[5] da riempire di paglia. In quella baracca erano per di più istriani[6], ci hanno accolto con molta cordialità. C’era la sala con tavole e panche, e il sparghert[7] per riscaldarsi e scaldare le vivande. Ogni baracca aveva un capo, sorvegliava tutto, non voleva confusione. Alle 8 del mattino doveva essere tutto a posto. Veniva il dottore a vedere se c’era qualche ammalato. Gli ammalati venivano subito ricoverati in ospedale dell’accampamento. Per lavare la roba si andava in lavanderia a turno, due volte la settimana. Per chi aveva bambini piccoli c’era una lavanderia a parte e il permesso di lavare tutti i giorni. I ragazzi dovevano andare presto a dormire, le donne si fermavano di più. Giocavano a tombola e carte e si raccontavano le loro storie. Le ragazze per fare arrabbiare il capo cantavano: “Il capo baracca no vol che cantemo….e noi cantemo… e noi cantemo per farlo arrabiar”(…)
Fig. 3 Pagina del Diario: «Proibito fumare»
Proibito fumare.
In baracca era proibito fumare, ogni giorno passava un pompiere, se trovava qualcuno a fumare prendeva il nome e faceva rapporto[8]. Poi arrivava un gendarme per arrestarlo. È stato sorpreso a fumare il capo baracca. Non volendo dare il suo nome ha detto di chiamarsi “Mona Fumari”. Arriva un gendarme per portar in prigione Herr Mona Fumari. Il capo ha detto: “Qui non abita nessuno con quel nome, ha dovuto mostrarle i registri e dirle: “Sarà stato qualcuno di un’altra baracca”. Herr Mona Fumari non lo hanno trovato. Gli ospedali che mi ricordo: L’ospedale per la maternità, per i bambini, per gli ammalati di polmoni, per le malattie infettive, per gli adulti, per i feriti russi prigionieri. Sopra una collina, passato Leibnitz c’era un castello: là venivano ricoverati i pazzi e gli incurabili. Poi c’era la beneficienza (casa di riposo per vecchi e invalidi) e la baracca per fanciulli abbandonati. C’era poi un cine, che è stato distrutto dal fuoco. Per fortuna nessuna vitima.La cucina.
Le gavette ci hanno dato, ma non si trovavano pentole per andar a prender il pranzo in cucina per la famiglia. Qualcuno gentilmente imprestava, chi aveva di più vendeva all’altro. Una donna non avendo trovato una pentola aveva comprato un vaso da notte e con quello andava in cucina. Tutti ridevano e anch’essa rideva e diceva: “Il mio vaso è pulito come le vostre pentole!” Ogni gruppo di baracche aveva la sua cucina. Di quel poco che ci potevano dare ogni cuoco portava via più che poteva. Al mattino, caffè nero fatto con ghiande e saccarina. Il latte in scatola allungato con molta acqua. Lo davano ai vecchi e ai bambini. Il pane era fatto con poca farina, dentro c’erano pure patate, e nel pane si trovava pezzetti di paglia. Una piccola pagnotta per otto persone.[…] La cucina era una lunga baracca. Nell’interno grandi pentole e mestoli grandi come remi, e tutto l’occorente per cucinare. Il pranzo lo distribuivano dalla finestra. C’era il capo cuoco o cuoca e diversi aiutanti. Quando c’erano diverse patate da pelare chiamavano in aiuto qualche donna della baracca. La polenta la ribaltavano su una lunga tavola posata a terra. Ai lati mettevano diversi dadi di legno, sopra un’altra tavola uguale. Tutti i cuochi saltavano sopra per pressare la polenta e poterla tagliare a fette. E noi tutti contenti si correva a prender le croste di polenta.
Fig. 4 «Lagerzeitung für Wagna – Gazzetta di accompagnamento di Wagna»
Il zuf chiamato checa.
Qualche volta facevano zuf con la farina fatta di miglio. Le donne dicevano, “andemo a prender la checa[9]“. Poi minestra di fagioli, patate, orzo, poco condito. Il lardo lo portavano via i cuochi, si vedeva solo qualche pezzeto sopra.1916.
Avevano fatto la polenta con la farina un po’ ammufita, allora le donne hanno fatto la rivoluzione.I proiettili di polenta.
C’era un commissario si chiamava Giacomo Gordin[10], era gradese, impiegato alle ferrovie di Gorizia. Sua sorella Adilia (suor Carlotta) era anch’essa a Wagna. Per la polenta le donne se l’erano presa con il povero Gordin, che non c’entrava. Lo hanno bombardato con fette di polenta. Lui con le mani si riparava la facia e gridava “No xè colpa mia se la polenta no xè bona”. È venuta la guardia a salvarlo. Il commissario ha fatto rapporto alle autorità. È arrivata la commissione da Graz. II capo guarda la polenta e rivolto alle donne ha detto “Non vi vergognate siamo in guerra, non per molto avremo polenta”. Poi rivolto al capo cuoco ha detto: “date loro metà porzione”. Non hanno fatto più rivoluzione per la polenta. Certe volte davano salame di cavallo o arringhe salate o noci con polenta. Tutti a battere le noci con i sassi. Le donne brontolavano, per noi ragazzi era un gran divertimento.I proietili alla pasta.
Avevano cucinato un brodo di cavallo con pallini di pasta scura. In fondo all’accampamento c’era il consorzio. La cucina delle autorità, tra questi c’erano i sacerdoti[11]. Le donne con pentole e passi marziali sono andate dai signori a protestare. Era ora di pranzo, loro sono usciti per vedere cosa sia questa confusione. Le donne gli hanno innafiati con brodo alla pasta. Di corsa sono arrivati i pompieri, con getti d’acqua sono riusciti a disperdere la dimostrazione. I ragazzi per dispetto hanno tagliato le gomme, e l’acqua andava a terra.La scuola ed il collegio.
La scuola era obligatoria fino ai 14 anni[12]. Erano sei classi, chi non aveva compiuto 14 anni, doveva ripetere la sesta classe oppure andare al laboratorio delle perle a lavorare. I ragazzi che non volevano andare a scuola, li mettevano in collegio. Erano vestiti alla marinara, quando passavano in fila per farli arrabbiare si gridava: “Marinaio d’acqua dolce!” All’ora della ginnastica per burlarli si scimmiotava le loro mosse. Quando non vedeva l’istruttore si mostravano i pugni.L’asilo infantile.
Era una baracca con il recinto di rete, così i piccoli non potevano scappare. Brave insegnanti che sapevano fare. Se li sentiva, cantare, chiaccherare e bisticiarsi. Un giorno sono venuti signori di Graz per visitare l’asilo. Un signore ha chiesto “Chi sa cantare?” Si fa avanti una bambina dicendo: “io so cantare” e canta “La bandiera dei tre colori è sempre stata la più bella, noi vogliamo sempre quella. Noi vogliamo la libertà”. (In Austria in guerra con l’Italia, una canzone italiana). L’hanno fatta tacere, le maestre assai mortificate hanno detto “Non siamo state noi a insegnare una simile canzone. Questa canzone non è mai stata cantata qui”. Hanno mandato a chiamare la madre della bambina. La signora per fortuna sapeva il tedesco, s’è difesa dicendo che la bambina avrà sentito da qualcuno. II marito era un ufficiale dell esercito Austriaco. Le hanno creduto e raccomandato alla bambina di non cantare più quella brutta canzone. La bambina si chiamava Amelia Baguer. Una grande festa è stata per la scuola la Prima Comunione. Ai partecipanti regalavano il vestito colorato (bianco non c’era) e zoccoli nuovi. Li hanno dato la colazione, e tutti erano contenti. Era obbligatorio andare alla Santa Messa, si andava in fila, accompagnati dalla maestra, ogni tanto si andava pure a Comunione. Il giorno che Otto d’Asburgo è andato alla Prima Comunione, tutti i fanciulli di Wagna sono andati a Comunione.Il lavoro.
Le donne giovani si occupavano in sartoria, oppure nel laboratorio delle perle. Con tela e perle facevano borsette, cinture, spille, fermagli per capelli. Esportavano in diverse città dell’Austria. Con la paglia facevano grandi pantofole. Per far visita agli ammalati in ospedale, si doveva infilar gli zoccoli nelle pantofole per non sporcare i pavimenti. In baracca molte donne facevano i merletti sui tomboli. Diverse donne: aiuto cucina e infermiere negli ospedali. Le più istruite impiegate negli uffici. Finite le ore di scuola si faceva i compiti in sala, con gran confusione. Le donne brontolavano. (…)Superstizioni.
La gente si era messa in testa che una povera donna fosse strega (baracca 83). Non volevano averla vicino, quando passava facevano le corna con le dita della mano. Un giorno arriva di corsa in sala la signora Benussi[13] e dice: “credete a me, quella donna è proprio una strega, ho visto che sotto la gonna le spuntava la coda.” Che confusione hanno fatto tutte quelle donne, si facevano il segno della croce. La poverina ha dovuto farsi cambiare di baracca.La civetta.
Una civetta aveva l’abitudine di stare sul tetto della baracca. In primo piano abitava una famiglia, avevano una bambina. La piccola mangiando un pezzo di pagnotta si è soffocata ed è morta. Tutti a gridare. “è colpa della civetta!”. I ragazzi sono saliti sul tetto, volevano ammazzarla con il lancio di sassi. La povera bestia spaventata volava da un tetto all’altro. Arriva un gendarme. I ragazzi sono scappati. È riuscito a prendere Bruno Dobrovic e lo ha portato in prigione. Il capo baracca ha avuto l’ordine di sorvegliare che nessuno vada sul tetto.Conversazione di donne.
I ragazzi dovevano andar a dormire buon’ora. In sala restavano solo le donne. Lasciavano vicino Maria che era una fanciulla, buona e tranquilla. Parlavano di streghe e stregoni. Ogni tanto si facevano il segno della croce. Maria stava ad ascoltare come fossero fiabe. Poi ha detto. “Le streghe non esistono più, le ha fatte sparire le granate e i schrapnel e il rombo del cannone”. Le donne indignate hanno gridato “Vai via di qui brutta stupida, cosa vuoi sapere tu?” Maria ridendo è andata a dormire.I vestiti.
Freddo, neve, capotti non c’erano, le coperte si adoperavano per scialle. I vestiti se li facevano con paioni e coperte. Davano ogni tanto qualche indumento, ma non bastava. C’era qualche sarta che cuciva per la gente. Qualcuna era riuscita a portare la macchina da cucire. Gli zoccoli di legno e pelle, quando ha mancato la pelle, li facevano di lacca. Per i vecchi scarpe di panno dietro riceta medica.Il canto.
Guardè che bele mule[14] vestide de paion[15]. Coi zoccoli di lacca per andar a torsolon[16] E tra simisi, simisi e pedoci[17] Una quantità infinita Che mi scorre Che mi scorre, per la vita Qua no se pol dormir.
Fig. 5 Maria Hofer nel 1982